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martedì 22 ottobre 2019

Grisélidis commediante e martire

“Il nero è un colore” suona oggi, in Europa, un manifesto. Controcorrente. Rivoluzionario. Ma non è la sola sorpresa: è un romanzo, comincia con un botto, “Ho sempre amato i Neri”, detto da una Bianca, svizzera, e scoppietta come un gioco pirotecnico, colorato, anche cupo. 
“Il nero non esiste” è la terza o quarta frase, non esiste nel senso della diversità. Ma non è un proclama: è la storia di una giovane madre bianca che l’innamorato nero porta a prostituirsi, e lo fa di preferenza con i neri – americani, bisogna dire: caciaroni, cioè, ubriaconi, spendaccioni. E non è la sola sfida: il romanzo è anche degli zigani, belli, forti e generosi.
Grisélidis comincia come un treno, e non si ferma. Un racconto di stenti e prostituzione, per lo più lurida, che sa però rinnovarsi e tenere avvinti. Non disturba nemmeno la sua figura sociale, protagonista nel “Sessantotto” del movimento dei diritti delle prostitute, fondatrice della cassa mutua di settore Aspasie. Tournée narratrice, racconta come pochi. Sa perfino imbastire in tanta degradazione, botte, spaccio, malattie, fame, prigione, sporcizia, stanze luride non pagate, tra i rifiuti, montagne di rifiuti, con i figli dietro, un lieto fine. Sempre con un nero – a volte indiano (dell’India?) e nero insieme. Quello che l’abbandona nel bisogno, dopo essere stato salvato da lei, quello che la picchia e le impone la prostituzione, quelli che se la fanno allegri al bar. Un racconto che più non si fa della derelizione, dopo Victor Hugo. La marginalità – i bassifondi, le borgate – ricostituendo nel fatto razziale. Da irriducibile indomabile suffragetta del “tipo nero”, anche non credibile, tanta è l’abiezione, ma non noiosa.  
Il titolo sembra di oggi, ed è quello che forse ha spinto alla riedizione, ma è del 1974 e già vecchio, ripreso da Martin Luther King e il Black Power, anni 1960 – la paura del nero, del diverso, si allenta per tappe, ed è ora, cinquant’anni dopo, la volta dell’Europa. Di neri si racconta per lo più, mariti e amanti, anche cattivi, e molto cattivi. Nonché di zingari, i pochi sopravvissuti in Germania a Hitler, di cui  Grisélidis è parte – “sono di razza gitana”. Il racconto è invece nuovo e nuovissimo, del genere che si apprezza leggendo.
È un racconto-verità, come usava – del ladro, dell’operaio, del galeotto? Non sembra inventato. Cioè lo è, ma “scritto”, con un occhio al genere, porno, e uno alla prosodia e poetica. Più Genet che “Papillon”: il diario della prostituta come il “Diario del ladro” – il “Santo Genet, commediante e martire” di Sartre. Il racconto non tralascia nulla del repertorio sessuale, il Krafft-Ebing, aggiornandolo anzi, all’“odore aspro della negritudine” e al pene ricurvo dei neri, doloroso uncino. E forse è vero, per minuti particolari. Per esempio “Roma, città aperta”, visto a Monaco, in una sala gremita. Ma riscatta la pornografia. E la noia. La vita di una prostituta, con la coda alla porta i giorni di paga, il sabato, il 30-31, non è varia. Nel racconto sì.
Grisélidis pubblicherà poi altri nove o dieci libri. Qualcuno anche premiato – “Carnet di ballo di una cortigiana” sarà premio Humour Noir in Francia nel 1979. Avvinta all’immagine di attivista della prostituzione in quegli stessi anni 1970, dopo aver scritto il libro, che data 1972-1973: alla radio, alla televisione, nei libri, nelle chiese occupate a Parigi e Lione nel 1975, e ai “convegni internazionali” che naturalmente se ne fecero. Ma narratrice dotata. Nata a Losanna nel 1929, aveva fatto in tempo a sentire gli ultimi hitleriani minacciare il pericolo nero, dei “violentatori delle vostre figlie”. Su questo sfondo mentale procede col suo racconto goloso, tra i liberatori in Germania di colore in Chevrolet.
Cresciuta in Egitto e in Grecia, studi al Liceo Artistico di Zurigo, Grisélidis fa la Modella all’Accademia, ma è presto madre di due figli, e a trentadue anni fugge in Germania con l’amante Bill, un nero americano che ha aiutato a evadere dal manicomio di Ginevra – in realtà con tutti i crismi dottorali, purché ne liberasse la Svizzera. È l’inizio del racconto, che sarà di cose vissute e viste. Scappa anche perché l’assistenza sociale vuole toglierle i due figli che già ha, di padre violento svanito. L’autobiogafia si svolge tra l’occupazione americana, la ricostruzione tedesca, avventurosa e tignosa, tra sessuomani invariabilmente deviati, e la vita confinata ai margini. Tra le cantine del jazz e i piccoli traffici, il sesso nelle sue peggiori declinazioni subendo ogni notte, mentre i figli dormono. E ciò malgrado l’amore sessuato con un uomo, con un nero, con costanza perseguendo, invariabilmente ingannevole e violento. Eccetto, forse, l’ultimo.
Una vita “maledetta”. Nei due sensi, anche in quello letterario. della bohème nel secondo Novecento. Nel senso della riuscita di una bohème iperletteraria: questo è un racconto che si recupera, l’autrice resterà pure marginale, il libro no. O anche: la sua vita sarà stata il racconto migliore. Se non è Genet in gonnella, narratrice dell’abiezione più che abietta – si riesce a imaginare “la vita è bella” di un ladro, non di una prostituta con la coda alla porta, e i figli nel letto.
Nel 1959, a trent’anni, con due figli e un polmone in meno, Grisélidis esce di nascosto dal sanatorio a Montana nel Valais per divertirsi in paese, finendo a letto con uno che le lascia cento franchi. Ma è già in corrispondenza con Maurice Chappaz, tra altri letterati, come si vede dalla corrispondenza, che ha curata e lasciata, “Mémoires de l’inachevé”. Anche qui, qualche segno lascia. Dalla casa in Svizzera, che ha affittato alla solita ricca americana, per scappare col nero pazzo e sfuggire all’assistenza sociale che vuole prenderle i figli, risultano scomparsi a un certo punto “manoscritti e poesie”. Un cliente l’assomiglia a Elizabeth Taylor, dopo alcuni anni di mestiere infaticabile, tra sberle, pedate e ossa rotte. E beve già il vino rosso in fresco.

Grisélidis Réal, Il nero è un colore, Keller, pp. 320 € 17

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