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domenica 15 febbraio 2026

Cronache dell’altro mondo – costituzionali (385)

Per la prima volta, con le ultime nomine che risalgono alla prima presidenza Trump, la Suprema
Corte degli Stati Uniti, l’istituzione americana “più rispettata” (meno soggetta al giornalismo
d’assalto, è a maggioranza non wasp (white anglo-saxon protestant): sei dei nove giudici sono
cattolici, cinque di essi di ascendenza afro, oppure italiana e irlandese.
John G. Roberts, 70 anni, è di origini irlandesi-gallesi per parte di padre e slovacco-ungheresi di
madre. È a capo della Corte Suprema dal 2005.
Clarence Thomas,78 anni, è afroamericano.
Samuel A. Alito,75 anni, è italo-americano di seconda generazione – il nonno paterno immigrato
dalla Calabria, quello materno dalla Basilicata.
Brett M. Kavanaugh, 56 anni, è di famiglia irlandese.
Amy Coney Barrett, 53 anni, è di famiglia franco-irlandese.
Neil. M. Gorsuch, 58 anni, non ha ascendenze etniche, è cattolico di famiglia.
La sei nomine non establishment sono dovute ai presidenti repubblicani di questi anni Duemila, tre (Roberts, Thomas e Alito) a G.W.Bush, e tre (Gorsuch, Kavanaugh e Barrett) a Trump.

Ipotesi di Eurafrica

L’unica apertura di credito, politico ed economico, alla sterminata Africa, è dell’Italia, cui la Oua, Organizzazione per l’Unità Africana, si aggrappa ad Addis Abeba invitando Meloni alla sua assemblea annuale.  L’unica apertura d’interesse che l’Africa, dopo tanti decenni di appelli inevasi, ha ricevuto è infatti attraverso Meloni, il suo “Piano Mattei”.
I media hanno trascurato o denigrato la cosa. Dicendo il Piano Mattei il piano dei poveri, del poco o niente, pochi soldi, poche iniziative, partnership inferiori a quelle che l’Africa ha con la Germania, con la Francia, con gli Stati Uniti – e con la Cina?  Ma questo è parte della partita politica interna, che fa ormai l’unico atto di esistenza in vita dei media. La verità è che ne due anni dal lancio questo piano ha attivato iniziative e progetti per una decina di miliardi. Non è molto, ma prima nn c’era niente. Per l’attivazione di progetti di formazione in loco, in vista di un’immigrazione qualificata e regolare. Con modalità varie. Dalle scuole professionali dei salesiani a moderni istituti tecnologici – in Algeria. E per alcune infrastrutture multiregionali – le infrastrutture sono il peggiore, forse ineliminabile, handicap dell’Africa, in uno schema di sviluppo tradizionale, agricoltura-industria-esportazione.
La cosa insomma c’è – nei limiti delle risorse italiane. Ma di più conta l’approccio: Francia, Germania, Gran Bretagna, se non gli Stati Uniti, trattano l’Africa sempre col paradigma coloniale. Il Piano Mattei su un piede di parità, con la partecipazione cioè attiva dei Paesi coinvolti. Non di questo o quell’interesse della ex madrepatria.
È un cammino lento e lungo, perché l’Africa è quella che è: un mondo di potentati, praticamente senza mobilitazione e strutture politiche, istituzionali. Ma è l’unica via per lo sviluppo, accertata dopo oltre settant’anni di teorie e pratiche dello sviluppo, dalla Decade degli Aiuti, anni 1960, alle teorie e critiche dello “scambio ineguale”: l’Africa deve crescere al suo interno.
L’approccio italiano ha peraltro mobilitato l’inerzia europea nei confronti del Mediterraneo, la “sponda Sud” dell’Italia, dopo un quarto di secolo di disattenzione – dagli accordi preferenziali con il Maghreb – e con la infausta guerra alla Libia nel 2011. E ha stimolato una prima manifestazione d’interesse per l’Africa nel suo insieme. Era una vecchia – pia? – illusione, questa dell’Eurafrica -  per i primi autori del “risveglio” africano o dell’“Africa delle indipendenze”, dopo la guerra, di Senghor, Houphouët-Boigny, Burghiba, Nyerere, ‘Nkumah. L’Europa non ascoltò, era pur sempre ancora, o si riteneva, coloniale, imperiale. Ora ha bisogno dell’Africa, a ancora non lo sa.

L’aggiustizia del calcio

Gli arbitri di calcio non sono garantiti dalla costituzione, e quindi non ci sarà un referendum sugli arbitri di calcio. Ma è sicuro che lì il si vincerebbe: non c’è giustizia più odiata, tanto più per essere a capriccio e inappellabile, degli arbitri di calcio. Ma invece, inattaccabile: protetta dalla sacralità dello sport, l’offa dei poveri (di spirito) più inattaccabile di qualsiasi costituzione.
Ieri tre milioni di spettatori hanno seguito, a pagamento, Inter-Juventus – e una decina di milioni fuori d’Italia. Dove un arbitro La Tella doveva e voleva condurre a vittoria una squadra e lo ha fatto, dall’inizio, ammonendo quelli che dovevano perdere, i calciatori chiave, non ammonendo quelli che dovevano vincere, anche quando lo insultavano (un certo Barella spiritato, dopato?, lo insultava per una rimessa laterale…), e quando, sempre, bloccavano le “ripartenze” avversarie col “fallo tattico”, che il regolamento vuole punito con l’ammonizione, ma non per La Tella. Finché non ha completato l’opera, decretando l’espulsione, in un fallo di simulazione, non del simulatore ma dell’incolpevole avversario. Altero, sprezzante – napoleonico, come ogni buon giudice italico. Anche se tutti vedevano, anzi per questo: che si sapesse che lui faceva vincere chi doveva vincere.
I sicofanti dei vincenti, variamente distribuiti tra Sky, Dazn, i postpartita e i giornali, hanno cercato di giustificare la pastetta con l’errore. Senza dire che l’errore c’è in quasi ogni partita, sempre determinante, e sempre a favore della stessa squadra.
La corruzione c’è nel calcio. Lo sanno tutti. In molte forme.
Questo La Tella fu anche sospeso, per un anno o più, per vari abusi. Ma qui non si tratta di La Tella: lui interpreta il canone. Che è il famoso arbitro Collina. Uno che si creò un personaggio intoccabile come punitore della Juventus, la squadra che i due terzi degli italiani odiano, su questo si creò una claque, fortissima alla Rai, che lo incoronava ogni domenica il miglior arbitro del mondo, e gestiva arbitrariamente il campionato, la partita che arbitrava e quelle in calendario (ammoniva o espelleva chi non doveva giocare la-le partita-e seguente-i). Consultandosi ogni settimana senza pudori con l’addetto del Milan agli arbitri, al ristorante. Con un contratto pubblicitario, mentre ancora arbitrava, con la Opel, sponsor del Milan. Un fulgido esempio di carriera per la specie – che poi culminò alla Uefa, quella che si era liberata dell’incorruttibile Platini, accusandolo di ogni obbrobrio, per affidarsi a un certo, malleabile, Ceferin (e lucrare con i potentati della penisola arabica, che pagano in lingotti d’oro, non tracciabili).

Grand’Italia dei Comuni

Manufatti e modi di vita, documentati con una larga messe di immagini, illustrano la nascita del sentimento cittadino. Di come le popolazioni di mezza Italia nel Medioevo si sono costruite quelle insigni realtà che poi saranno chiamate dei Comuni. Non un saggio storico, o non uno in senso stretto di storia: molte le figurazioni, con ampi estratti di cronache o riflessioni d’epoca, di questo o quell’avvenimento, che costruiscono la tela dell “città”: mura per difendersi dai nemici, dalla natura, dagli imprevisti, e forti costruzioni simboliche comuni, chiese, conventi, palazzi di città, di governo, giardini, monumenti ricordo o celebrativi, che cementano la comunità, come oggi si direbbe. Nela specificità di ognuno, di mestiere, di pratica, di ambizione. Da Milano a Perugia e Siena. Napoli compresa, ma non per molto – presto sarà tagliata fuori, poco dopo i Boccaccio.
È un revival. Si recuperano gli studi e i mondi che l’insigne medievista rivitalizzò in vita - per lo più trascurati in vita, il mondo di cui si occupava forse più che il lavoro suo proprio. E si leggono con stupore: possibile che potesse passare così underrated – lei e/o il suo campo di studi? E si sa la risposta – non era “in linea”. L’Italia l’ha scampata, ma a che pezzo? E tuttora che scuse deve inscenare mentre gli epigoni del passato regime culturale ancora imperversano— saldi sempre ai posti di comando?
“Sentimenti e immagini del Medio Evo” era – ed è restato - l’anodino sottotitolo dell’opera, quasi l’editore chiedesse venia per l’intrusione in libreria. È invece uno spaccato della vita urbana emergente, civile e politica, che ha fatto la specificità del Centro-Nord della futura Italia – ed è forse il crinale dirimente fra Nord e Sud, l’origine e la causa della “questione meridionale”. Dell’impossibilità per il Sud, che è largamente incapacità, di recuperare il gap sociale ed economico col Nord – molto più, sicuramente, delle politiche postunitarie (che probabilmente, a una sommatoria, sarebbero a favore del Sud).
Una riedizione, superba di illustrazioni, delle opere di Chiara Frugoni che Il Mulino viene recuperando. “Una lontana città” è prima apparso nel 1983, uno degli ultimi titoli della vecchia collana “Saggi” di Einaudi.
Chiara Frugoni, Una lontana città, Il Mulino, pp. 290, ril,, ill. € 39