domenica 15 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – costituzionali (385)
Per la prima volta, con le ultime nomine che risalgono alla prima presidenza Trump, la Suprema
Ipotesi di Eurafrica
L’unica apertura di credito, politico ed economico, alla sterminata Africa,
è dell’Italia, cui la Oua, Organizzazione per l’Unità Africana, si aggrappa ad
Addis Abeba invitando Meloni alla sua assemblea annuale. L’unica apertura d’interesse che l’Africa, dopo
tanti decenni di appelli inevasi, ha ricevuto è infatti attraverso Meloni, il
suo “Piano Mattei”.
I media hanno trascurato o denigrato la cosa. Dicendo il Piano
Mattei il piano dei poveri, del poco o niente, pochi soldi, poche iniziative, partnership
inferiori a quelle che l’Africa ha con la Germania, con la Francia, con gli
Stati Uniti – e con la Cina? Ma questo è
parte della partita politica interna, che fa ormai l’unico atto di esistenza in
vita dei media. La verità è che ne due anni dal lancio questo piano ha
attivato iniziative e progetti per una decina di miliardi. Non è molto, ma
prima nn c’era niente. Per l’attivazione di progetti di formazione in loco, in
vista di un’immigrazione qualificata e regolare. Con modalità varie. Dalle scuole
professionali dei salesiani a moderni istituti tecnologici – in Algeria. E per
alcune infrastrutture multiregionali – le infrastrutture sono il peggiore, forse
ineliminabile, handicap dell’Africa, in uno schema di sviluppo
tradizionale, agricoltura-industria-esportazione.
La cosa insomma c’è – nei limiti delle risorse italiane. Ma di più conta
l’approccio: Francia, Germania, Gran Bretagna, se non gli Stati Uniti, trattano
l’Africa sempre col paradigma coloniale. Il Piano Mattei su un piede di parità,
con la partecipazione cioè attiva dei Paesi coinvolti. Non di questo o quell’interesse
della ex madrepatria.
È un cammino lento e lungo, perché l’Africa è quella che è: un mondo di
potentati, praticamente senza mobilitazione e strutture politiche, istituzionali.
Ma è l’unica via per lo sviluppo, accertata dopo oltre settant’anni di teorie e
pratiche dello sviluppo, dalla Decade degli Aiuti, anni 1960, alle teorie e
critiche dello “scambio ineguale”: l’Africa deve crescere al suo interno.
L’approccio italiano ha peraltro mobilitato l’inerzia europea nei confronti
del Mediterraneo, la “sponda Sud” dell’Italia, dopo un quarto di secolo di
disattenzione – dagli accordi preferenziali con il Maghreb – e con la infausta
guerra alla Libia nel 2011. E ha stimolato una prima manifestazione d’interesse
per l’Africa nel suo insieme. Era una vecchia – pia? – illusione, questa dell’Eurafrica
- per i primi autori del “risveglio” africano
o dell’“Africa delle indipendenze”, dopo la guerra, di Senghor, Houphouët-Boigny,
Burghiba, Nyerere, ‘Nkumah. L’Europa non ascoltò, era pur sempre ancora, o si
riteneva, coloniale, imperiale. Ora ha bisogno dell’Africa, a ancora non lo sa.
L’aggiustizia del calcio
Gli arbitri di calcio non sono garantiti dalla costituzione, e quindi
non ci sarà un referendum sugli arbitri di calcio. Ma è sicuro che lì il si vincerebbe:
non c’è giustizia più odiata, tanto più per essere a capriccio e inappellabile,
degli arbitri di calcio. Ma invece, inattaccabile: protetta dalla sacralità
dello sport, l’offa dei poveri (di spirito) più inattaccabile di qualsiasi
costituzione.
Ieri tre milioni di spettatori hanno seguito, a pagamento, Inter-Juventus
– e una decina di milioni fuori d’Italia. Dove un arbitro La Tella doveva e voleva
condurre a vittoria una squadra e lo ha fatto, dall’inizio, ammonendo quelli
che dovevano perdere, i calciatori chiave, non ammonendo quelli che dovevano vincere,
anche quando lo insultavano (un certo Barella spiritato, dopato?, lo insultava per una
rimessa laterale…), e quando, sempre, bloccavano le “ripartenze”
avversarie col “fallo tattico”, che il regolamento vuole punito con l’ammonizione,
ma non per La Tella. Finché non ha completato l’opera, decretando l’espulsione,
in un fallo di simulazione, non del simulatore ma dell’incolpevole avversario. Altero,
sprezzante – napoleonico, come ogni buon giudice italico. Anche se tutti vedevano, anzi per questo: che si sapesse
che lui faceva vincere chi doveva vincere.
I sicofanti dei vincenti, variamente distribuiti tra Sky, Dazn, i
postpartita e i giornali, hanno cercato di giustificare la pastetta con l’errore.
Senza dire che l’errore c’è in quasi ogni partita, sempre determinante, e sempre
a favore della stessa squadra.
La corruzione c’è nel calcio. Lo sanno tutti. In molte forme.
Questo La Tella fu anche sospeso, per un anno o più, per vari abusi. Ma
qui non si tratta di La Tella: lui interpreta il canone. Che è il famoso arbitro
Collina. Uno che si creò un personaggio intoccabile come punitore della Juventus,
la squadra che i due terzi degli italiani odiano, su questo si creò una claque, fortissima alla Rai, che lo incoronava ogni domenica il miglior
arbitro del mondo, e gestiva arbitrariamente il campionato, la partita che arbitrava e quelle
in calendario (ammoniva o espelleva chi non doveva giocare la-le partita-e
seguente-i). Consultandosi ogni settimana senza pudori con l’addetto del Milan
agli arbitri, al ristorante. Con un contratto pubblicitario, mentre ancora arbitrava,
con la Opel, sponsor del Milan. Un fulgido esempio di carriera per la specie – che
poi culminò alla Uefa, quella che si era liberata dell’incorruttibile Platini,
accusandolo di ogni obbrobrio, per affidarsi a un certo, malleabile, Ceferin (e
lucrare con i potentati della penisola arabica, che pagano in lingotti d’oro, non
tracciabili).
Grand’Italia dei Comuni
Manufatti e modi di vita,
documentati con una larga messe di immagini, illustrano la nascita del
sentimento cittadino. Di come le popolazioni di mezza Italia nel Medioevo si
sono costruite quelle insigni realtà che poi saranno chiamate dei Comuni. Non
un saggio storico, o non uno in senso stretto di storia: molte le figurazioni,
con ampi estratti di cronache o riflessioni d’epoca, di questo o quell’avvenimento,
che costruiscono la tela dell “città”: mura per difendersi dai nemici, dalla natura,
dagli imprevisti, e forti costruzioni simboliche comuni, chiese, conventi,
palazzi di città, di governo, giardini, monumenti ricordo o celebrativi, che
cementano la comunità, come oggi si direbbe. Nela specificità di ognuno, di mestiere,
di pratica, di ambizione. Da Milano a Perugia e Siena. Napoli compresa, ma non per
molto – presto sarà tagliata fuori, poco dopo i Boccaccio.
È un revival. Si recuperano
gli studi e i mondi che l’insigne medievista rivitalizzò in vita - per lo più
trascurati in vita, il mondo di cui si occupava forse più che il lavoro suo proprio.
E si leggono con stupore: possibile che potesse passare così underrated –
lei e/o il suo campo di studi? E si sa la risposta – non era “in linea”. L’Italia
l’ha scampata, ma a che pezzo? E tuttora che scuse deve inscenare mentre gli epigoni
del passato regime culturale ancora imperversano— saldi sempre ai posti di comando?
“Sentimenti e immagini
del Medio Evo” era – ed è restato - l’anodino sottotitolo dell’opera, quasi l’editore
chiedesse venia per l’intrusione in libreria. È invece uno spaccato della vita urbana
emergente, civile e politica, che ha fatto la specificità del Centro-Nord della
futura Italia – ed è forse il crinale dirimente fra Nord e Sud, l’origine e la
causa della “questione meridionale”. Dell’impossibilità per il Sud, che è
largamente incapacità, di recuperare il gap sociale ed economico col Nord
– molto più, sicuramente, delle politiche postunitarie (che probabilmente, a una
sommatoria, sarebbero a favore del Sud).
Una riedizione, superba
di illustrazioni, delle opere di Chiara Frugoni che Il Mulino viene recuperando.
“Una lontana città” è prima apparso nel 1983, uno degli ultimi titoli della vecchia
collana “Saggi” di Einaudi.
Chiara Frugoni, Una lontana città, Il Mulino, pp.
290, ril,, ill. € 39
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