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Ibsen pìcaro in Italia
Una anticipazione del più
noto – più lieto, rapido, inventivo – “Orlando” di Virginia Woolf. Peer Gynt è
un folletto che attraversa a balzelloni il tempo e 1a geografia. In un caleidoscopio
di fantasie, memorie, avvenimenti, familiari, nazionali, epocali, e polemiche, personali
e letterarie.
Un racconto teatralizzato.
Costruito come un sogno affollato e asintattico, atemporale, in versi - in un
originale irto, pare: di danese con molte iniezioni già di norvegese. Si parte
con Peer Gynt ragazzo scioperato, che inquieta la povera madre e il villaggio, dove
si vuole arbitro dei destini di ogni ragazza – infaticabilmente alla ricerca di
un marito. Che poi s’immortala alla corte di un re di troll o coboldi, della
cui figlia si dice padrone. Quindi giovane imperatore di un Marocco di deserti
e giardini ubertosi – che poi trascolora in Egitto. Infine vecchio in un fiordo nel
Mare del Nord, dopo essere stato cercatore d’oro in California, con altri
vecchi.
Un racconto frammentato
anche in un numero sterminato di figuranti e personaggi, anche di una-due
battute. Che alla lettura sembra rendere il dramma non rappresentabile, e
invece è uno dei più rappresentati di Ibsen secondo le statistiche, e con più
continuità. Forse per le musiche di scena che Ibsen commissionò a Grieg dopo l’insuccesso
della prima rappresentazione, che ne fanno un po’ l’identificazione - come le
musiche di Nino Rota per i film di Fellini. “La canzone di Solvejg” non solo,
molte melodie di Grieg del “Peer Gynt” sono molto note – Solvejg, la più intelligente
delle ragazze con cui Peer Gynt si confronta, e la più risolut-a-iva, è figlia
di “contadini immigrati”.
Un dramma che si può
leggere come una féerie, tumultuosa, affollata, tra fiordi e deserto. O
un viaggio picaresco, senza meta e senza ordine. Sugli umori adolescenziali, di
un ragazzo che sa tutto di se stesso, poiché parla in nome proprio, tra montagne
remote, deserti zampillanti, ragazze al seguito, gentili, regali, ostili, come
in un paradiso islamico, mentre è un buonannulla, chiacchierone, anche ubriacone
– così lo dice la madre, l’amata. Oppure, più verosimilmente alla lettura attenta,
è una fantasia ma non del tutto: una sorta di confessione, mezza confessione di
colpa.
Sicuramente è un Singspiel,
alla maniera del “Flauto magico”, sul figlio sognatore e scioperato di una
madre vedova sotto esecuzione forzata, che si sogna eroe di infinite
(dis)avventure. In questo senso se ne annuncia una contaminazione nella ripresa
di “Miracolo a Milano”, il film di De Sica-Zavattini, in forma teatrale al Piccolo
di Milano, per dare a Toto il buono, il personaggio originario del film, anche
un po’ della fantasia adolescenziale di Ibsen, trabordante la borgata.
Una fantasia concepita e
realizzata da Ibsen nel primo soggiorno italiano (1864-1868), nel 1867, tra
Roma e il Golfo di Napoli, dove si era rifugiato per sfuggire alla calura estiva,
dapprima a Casamicciola poi, dopo un terremoto, a Sorrento. Il secondo dramma “italiano”
di Ibsen dopo “Brand”, anch’esso concepito
e scritto nello stesso periodo del lungo esilio volontario – anche questo in versi
ma con assetto drammatico definito: il pastore luterano
Brand, fermo credente nella forza della volontà, ha tratti astiosi e duri,
e finirà solo, chiedendo al suo Dio: “Non è dunque sufficiente tutta la volontà
di un uomo a conseguire una sola parte di salvezza?” – per avere la risposta: “Dio
è carità”.
Nel
lungo esilio volontario di oltre vent’anni, Ibsen risiedette in Italia per due periodi,
1864-1868 e 1878-1885 – per prima cosa seguendo un corso intensivo, si direbbe
oggi, di italiano, a Venezia. Preferiva l’Italia alla Germania, dove però soggironò
per periodi più lunghi, per facilitarsi il lavoro in patria. Se ne era allontanato
nel marzo 1863, dopo il fallimento del teatro di Kristiania (Oslo) di cui era
direttore, deluso dall’insensibilità politica. Dichiarando: “Il mio piccolo
figlio non apparterrà mai a un popolo la cui aspirazione è di diventare inglesi
invece che esseri umani”. Una indignazione un po’ a metà – teatrale?
In edizione unicamente in
questa traduzione del 1959, di Anita Rho. Introdotta da un saggio anch’esso
stagionato, di un Rolf Fjelde, per il quale Ibsen è in realtà Hegel. Per lunghe
insistite tirate. Del tipo: “La disastrosa guerra del 1864 tra la Danimarca e
la Prussia, alla quale la commedia di Ibsen era uan risposta diretta (sic!), trovò
una replica nel confronto tra l’ultimo dei grandi filosofi esistenzialisti, il tedesco
Hegel, e il primo degli esistenzialisti contemporanei, il danese Kierkegaard”. Con
una filiazione del sogno in teatro che ignora Shakespeare – o Schikander per il
Singspiel - e si riproduce in Strindberg, Stanislavsky, Jarry, Artaud,
Beckett, Ionesco e Genet, e mai, neppure per caso, in Pirandello.
Henrik Ibsen, Peer
Gynt, Einaudi, pp. 141 € 13,50
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