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domenica 16 settembre 2007

"Gomorra"- a più mani

Per questo libro, uno dei più venduti nell’ultimo anno e mezzo, Saviano è stato per un anno e mezzo sotto scorta, e solo ora può tornare al suo paese, in compagnia del presidente della Camera Fausto Bertinotti. Quando i libri disturbano la criminalità, se non altro per questo non si possono non apprezzare. Ma purtroppo sono anche libri che la criminalità la magnificano. E in questo caso disturbano il lettore, per incongruenze che in un Premio Viareggio non si possono non tacere. Anche perché, a una seconda e terza lettura, la pretesa della fascetta editoriale dettata da Fofi, “il capitolo sulla guerra di Secondigliano è destinato alle antologie”, appare perfino ridicola.
Saviano è un nome collettivo? “Gomorra” è un volume collettaneo redazionale (Gomorra camorra, eccetera)? A quattro mani, con lo scrittore-agente Roberto Santamaria? Un “ventre di Napoli” sociopolitico, da Procura della Repubblica, da rapporto dei Carabinieri, poca cosa, al confronto con Matilde Serao. È un’accozzaglia di generi. Singolarmente scritto male. Tanto più per essere pubblicato dal maggior editore italiano, che ha vaste redazioni. Con un curioso, ripetuto, uso della terminologia economicistica, marketing, stakeholder, multilevel. Ma è nato best-seller – i best-seller sono tali alla nascita: un’opera prima non è mai un best-seller, “Gomorra” è il tipico prodotto che nasce best-seller. Collazionato in fretta, e non controllato, troppe le ripetizioni e le frasi zoppicanti (a p.90: “I colpi poi sfondano la porta e lo finiscono sparandogli alla testa”, a p.103: “I Marino erano stati obiettivi primi della faida. Avevano bruciato le sue proprietà”), per poterlo pubblicare ad aprile, con dati di febbraio, e fargli vincere dopo sei settimane il premio Viareggio. Non solo Fofi, anche il premio si sbugiarda.
È il tipico materiale dei dossier dei carabinieri. Il pm Beatrice che viene citato un paio di volte per le sue inchieste è uno dei procuratori che accettano di mettere il cappello su questi dossier civetta. Con le tipiche approssimazioni – il genere è quello dei primi verbali Usa di pentitismo. Anche se i personaggi e le vicende sono stati oggetto di dibattimento, il processo "Spartacus", dopo un'indagine di dieci anni (sic!), e tutti condannati all’ergastolo e in carcere, eccetto i due o tre necessari ad alimentare il mito dell’imprendibiltà. Di questi dossier è spesso la trascrizione, specie negli elenchi delle efferatezze, senza farne risaltare i paralogismi, sotto la vernice saputa, né le insufficienze della repressione, “Gomorra” direbbe del "contrasto" come da verbale, polizia e carabinieri ritenendosi ormai specializzati in questi trattatelli parasociologici, e nelle indagini-vetrina, del calcio e delle veline come della camorra e della ‘ndrangheta. Un negozio su due a Napoli è della camorra (p.61). La Repubblica ceca fu completamente egemonizzata dai secondiglianesi (p.59). Paolo Di Lauro, capo camorrista, che ha avuto dieci figli maschi tutti camorristi, è stato “a lungo sconosciuto perfino alle forze di polizia”. Quanto a lungo, un mese? un anno? dieci anni? È poi stato latitante per oltre dieci anni (p.72): tipica approssimazione da verbale militare, che uno scrittore non usa – è stato latitante per dieci anni e pochi mesi? per quindici anni? per venti? Il profitto è pari “al 500 per cento dell’investimento iniziale”. E quant’è l’investimento iniziale? In soldi, in sangue? Gennaro Marino “McKay”, che a p.71 architetta l’uccisione di Paolo di Lauro (a p.90 sapremo che ciò avveniva nel 2004), a p. 80 e qualche tempo dopo ne è ancora il referente e il franchiser. A p.89 i Di Lauro ordinano un assassinio mandando un fax agli affiliati. Alle pp.100-101, Anna, una ragazza che fa il concorso per maresciallo dei carabinieri, ha un ragazzo di diciotto anni, che le dice: “Tenevo trenta donne nel rione”. A p.120, “interi comparti dello spaccio vengono gestiti da quindicenni a Napoli”. In questa guerra atroce, i morti ammazzati, che a Napoli sono sempre molti, a p.135 si dimezzano. A p. 203 l’Italia spende in armi 27 miliardi di dollari, più della Russia, il doppio d’Israele. Più 3,3 miliardi per le armi della malavita. A p.205 le guerre, dal Sud America ai Balcani, si fanno con gli artigli (le armi?) della camorra. I casalesi fatturano trenta miliardi di euro l’anno (p. 214). L’alta velocità Roma-Napoli ha fruttato diecimila miliardi di lire (p.228) – più di tutta l’opera. Poi c’è l’occupazione della Scozia: per chi non lo sapesse, la Scozia puritana è ora napoletana. A p. 311 i rifiuti sono un mercato in quattro anni di 44 miliardi di euro. Solo a Napoli. “Un mercato che ha avuto negli ultimi tempi un incremento complessivo del 29,8 per cento” – non uno zero virgola di più e non di meno - “negli ultimi tempi”. A p. 327 l’Istituto superiore di Sanità ha segnalato che “la mortalità per cancro in Campania, nelle città dei grandi smaltimenti dei rifiuti tossici, è aumentata negli ultimi anni del 21 per cento”. Sempre nei fatidici “ultimi” tempi. Ma ci sono città di smaltimento dei rifiuti tossici? Le storie originarie, come quella di Pasquale, “Chi ha firmato il vestito di Angelina Jolie”, vi restano smarrite. Le scene “scritte” sono peraltro da film.
Come impegno sociale è la solita buona azione che produce effetti malefici: più che combattere la camorra, che si combatte con i carabinieri, la illustra e la magnifica, le esagerazioni mirate ad accalappiare i lettori non sono senza effetti. È il tipico libro di cui non si può dire che bene per l’impegno civile. Che sarebbe civico, nel senso di patriottico, un po’ meno forte, ma si preferisce dire civile, con una connotazione di superiorità: c’è la poesia civile di Pasolini, di Partito, la società civile di Scalfari, che vuole tutto, e l’editoria civile, delle cause buone. Se non che, non ingenuamente, questa punta a magnificare gli oggetti delle sue accuse.
La materia a Saviano non manca, nel casertano pure le pietre trasudano violenza, gli sguardi in strada, la parlata. Ma i libri di denuncia antimafia, che puntano per vendersi all’esagerazione, costruiscono attorno a una realtà decomposta, puteolente, ripugnante, un alone di magia, e “Gomorra” più degli altri. Successe già coi briganti. Invece di dire i camorristi rozzi e ignoranti quali sono, e la loro forza un difetto della repressione, che col suo benign neglect li incoraggia, se ne celebrano le strategie, l’organizzazione, l’influenza (il controllo del territorio, della produzione, del commercio, della politica, l’imprenditorialità, la flessibilità, perfino il cosmopolitismo), l’intelligenza, la modernità, e naturalmente il peso politico onnipotente – in un’area che ormai da un trentennio vota a sinistra. Il mito della mafia è il solo contributo, non proprio civile, della letteratura di mafia fiorita sulla scia del “Padrino” negli ultimi venti anni, da Biagi a questo “Gomorra”, best-seller di tutti i best-seller. Un film di cui i mafiosi sono volentieri attori e anzi protagonisti.
Saviano lamenta di essere nato nel “luogo con più morti ammazzati d’Europa”. Purtroppo non è vero, anche se la nota dolente è comprensibile, compresa la stessa foto che illustra la copertina. Ma perché si è speso per questo malaffare di più? Napoli è certo ottima location per storie di gangster, per la crudeltà dei napoletani. Ma non è l’unica, Napoli ormai è una scelta: “Gomorra” è l’ennesima cattiva azione dell’editoria milanese contro il Sud e Napoli, poiché il genere “banditi al Sud” è tornato lucroso. In uno dei pezzi meglio costruiti ridicolizza la lavorazione a façon, dei terzisti della moda, che della Napoli industriosa è uno dei pochi spicchi sopravvissuti all'onerosa unità - c'è qualcuno a Milano che ha interesse a delocalizzarla in Turchia, in Brasile, in Cina (a Napoli gli appalti si prendono con aste al ribasso...)? Ma forse è solo il tipico libro di partito, Viareggio incluso - o di corrente, se a p.109 “erano tutti cresciuti nella Napoli del rinascimento, nel percorso nuovo che avrebbe dovuto mutare il destino degli individui”, del Bassolino sindaco da abbattere per chi se ne intende.

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