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domenica 1 marzo 2026

Ombre - 813

“Abbiamo ucciso Khamenei”: agghiacciante la scelta dell’annuncio – la morale della storia – di Trump. Che è bene il presidente degli Stati Uniti, la potenza della democrazia e della giustizia, Nonché, a suo dire, uomo di pace. Della pax americana. Che dal rapimento di Maduro all’assassinio di Khamenei non è più roba da film ma è l’America.  
 
“L’omicidio” si lascia sfuggire la conduttrice di Sky Tg 24 a proposito di Khamenei, subito correggendosi, ma è la verità: si fanno le guerre per uccidere. Ci sono però, c’erano, dei codici, compresa la dichiarazione di guerra, e una che fosse fondata giuridicamente.  
 
Israele sferra l’attacco all’alba dello shabat, il giorno del riposo, alla vigilia del purim, il digiuno di Esther. Il sionismo fa della religione il suo fondamento ma è solo un imperialismo, come tutti i nazionalismi – i “primati nazionali”, che si pensavano ottocenteschi e defunti.
 
Ora come già in agosto, l’America muove guerra senza preavviso mentre ha in corso negoziati con la controparte. La trattativa è sempre stata sacra, e comunque una pausa negli scontri bellici, ora è solo un “a parte” – almeno per chi tratta con gli americani.   
 
Una coincidenza è i due ”fulminatori” dell’Iran, Trump e Netanyahu, sono – etano – in calo di credibilità e alla vigilia di importanti consultazioni elettorali. E dunque la guerra – una guerra “facile”, vinta in partenza – è parre del gioco elettorale? Se non ci fossero elezioni, ci sarebbero meno guerre?
Una guerra elettorale – guerra facile, vinta allo scoppio – non è una novità.
 
I vescovi americani, tutti i vescovi americani, quelli cattolici beninteso, gli “evangelici” sono un’altra cosa, hanno scritto alla Corte Suprema, dove cinque giudici su otto sono cattolici, contro le restrizioni proposte alla cittadinanza dei nati in America se i genitori sono immigrati illegali: “Il principio della cittadinanza per nascita è saldamene radicato nella tradizione giuridica occidentale”, etc. etc. L’America barbara, a scuola di diritto da noi, europei, italiani? violenta? La cittadinanza i nati in Italia non ce l’hanno nemmeno se i genitori sono immigrati regolari.
 
“Le squadre italiane non sono abituate a giocare a ritmi elevati, Quando ci provano vengono fermate perché un contrasto è troppo duro, toccano l’orecchio a un giocatore e questo cade”. E l’arbitro ferma la partita, minaccia, ammonisce, discute per quattro-cinque minuti, di che non si sa, e magari espelle. Poi dice che l’Italia non va al Mondiale. Questi arbitri sono come giudici – si direbbe come la peste: si sono pesi tutto, anche se ne sono ignoranti di diritto.
 
Capello: “Ha visto il Galatasaraj? Abbiamo insegnato noi ai turchi come si fa”. “In che senso?’” “Si buttavano a terra fin dall’inizio. L’hanno copiato da noi”. Dai nostri arbitri. Tutti scemi? Impossibile? Tutti corrotti? Forse non hanno giocato mai al calcio – fanno gli arbitri perché li hanno bocciato, al provino da ragazzi, al concorso da giudici.
 
Verderami infine rileva l’ovvio, attribuendolo a Elly Schlein: “Sarebbe la prima volta che il Pd andrebbe al governo dopo aver vinto le elezioni”. Alle prossime elezioni, nel 2027. La prima volta in ormai venti anni. Altro che alternanza.
 
Nicastro, “inviato a Gerusalemme”, dà conto di una serie di nefandezze dell’esercito israeliano in Cisgiordania, e della “magistratura israeliana” che “quasi mai persegue i propri soldati (persino i propri coloni) che commettono reati, anche omicidi, contro palestinesi”. Il tutto ridotto in un piccolo riquadro, una notizia di agenzia. In omaggio a quale Israele, Netanyahu è tanto potente?
E valeva la pena mandare un inviato a Gerusalemme” per tanto poco – Israele è cara?
 
Dagli Epstein, di cui tanto si dilettano i giornali in Italia, ormai ridotti, al meglio, a giornaletti scandalistici, una cosa è sicura: che è il modo americano di fare business. Ci sono le modelle e le minorenni, ma sono marginali. Anche quelle che, poi, hanno scelto la virtù offesa come via più facile per guadagnare. Epstein faceva guadagnare, ed era per questo circondato.
 
Dopo i tanti cosiddetti errori arbitrali si fa la graduatoria di chi e come è stato più penalizzato - la fa anche il “Corriere della sera”, ma solo online, per paura? L’Inter è la favorita: ha tre “episodi” favorevoli (ma non viene conteggiata la simulazione di Bastoni) due contro. Il Napoli ne ha quattro contro e due a favore. Guida la classifica degli errori sfavorevoli la Juventus, quattro contro e nessuno a favore. Poi dice che gli arbitri sbagliano.
 
Ezio Mauro, “da corrispondente dalla Russia, incrocia Boniperti a Mosca e fa uno scoop: anticipa l’arrivo di Zavarov alla Juve (il primo calciatore sovietico in Italia, l’uomo che ebbe l’ingrato compito di sostituire Platini, oggi vive a Kiev e ha rifiutato la chiamata alle armi” - Giuseppe Smorto, “I 4 Gianni”, pp. 57-58.


Miracolo a “Repubblica”, lo sport

“Molti lettori partono dall’ultima pagina”, e si può testimoniare che è vero, perché “lo sport sta sempre alla fine” – nei giornali. Quando ne tengono conto. A “la Repubblica” non veniva mai, non era contemplato, nel giornale alla sua prima maniera. Smorto ne fa la storia Non sistematica: di ricordi e di aneddoti. Qui fa la storia dei “quattro Gianni” che illustrarono lo sport, e si illustrarono, nel giornale di Scalfari, quando a Scalfari si fece scoprire che lo sport c’era.   
Smorto ricorda e celebra l’eleganza di Clerici, la lotta contro le parole del letterato Brera, le passioni di Minà, Sudamerica soprattutto (e non solo Castro e il “Che”, ma Maradona ovviamente, suo fratello d’anima fino in morte, come Toquinho), la curiosità e l’olimpico epicureismo di Mura. Quattro stakanovisti, oggi inimmaginabili. Soprattutto nell’umiltà di cronisti, tempestivi e della misura giusta, di lunghezza, di toni. Smorto lo ricorda al congedo: “Furono generosi e lavorarono tanto. La bibliografia di Brera è impossibile da ricostruire. Quella di Clerici è precisa, articolo per articolo. La soffitta di casa Mura è tuttora un paradiso di scatoloni. Ne apri uno e trovi una sorpresa. L’archivio di Minà? Beh, quello è finito direttamente in una mostra”. Altri tempi? Sì, ma non è di questo nel racconto di Smorto – niente “com’eravamo” e piagnistei.
Un racconto dal vivo e una celebrazione, di quattro giornalisti di sport, Brera, Mura, Clerici e Minà, che sono anche ottimi scrittori, di sport e non. Forse innecessario, tutt’e quattro sono sempre in edizione, ristampati con successo, cioè letti. Ma Smorto lo fa da un punto di vista particolare, di redattore, capo servizio, capo redattore, vice-direttore (di Minà anche condirettore, per due o tre anni, a “Tuttosport”), a “Repubblica”, dove tutt’e quattro sono infine approdati. Come scrittori a tutto campo, seppure prevalentemente di sport. Al giornale cioè che per lungo tempo trascurò di programma lo sport. Perché non aveva l’edizione del lunedì. E per idiosincrasia (mai smessa, si può testimoniare) di Eugenio Scalfari, che il quotidiano aveva concepito e per un periodo tentato - prima di darlo in comodato al Pci, al servizio del “compromesso storico” con la Dc - come il “Le Monde” italiano, tutto laico e tutto politica, nazionale e internazionale, e cultura-spettacoli.
Una idiosincrasia mai smessa, si può testimoniare. Il lungo pomeriggio del 29 giugno 1982 il ricordo è da soli alle cinture e gli strappi di Gentile contro l’impavido Maradona (che non si buttava giù, si sa, per brevilineità e temperamento, ma all’epoca il sospetto di simulazione era pena grave nel tufo), a un televisore appoggiato su un tavolo nella stanza delle riunioni, entrando e uscendo per non dare nell’occhio, fingendo di entrare e uscire per caso, e a una certa ora anche con la presenza di Scalfari indifferente alla scrivania in fondo, che discuteva con Sisti la prima pagina.  
Una rimemorazione ben sintetizzata dalla quarta di copertina: “Storia degli inizi di una redazione che non c’era, e che nel giro di qualche anno diventò una nazionale del giornalismo sportivo”. Nonché “un racconto presuntuoso, come spesso è apparsa ‘Repubblica’ nei suo cinquant’anni e più di vita”. Una celebrazione concorrente a quelle dei cinquant’anni del quotidiano.
L’aneddotica a disposizione di Smorto si può presumere vastissima. Ma ne fa scelta accurata, non tedia il lettore, il racconto è sempre vivace – non esornativo, compiaciuto, come usa nelle rimemorazioni di “Repubblica”, il tono purtroppo avviato dallo stesso Scalfari, con l’“a futura memoria” di Gnoli e Merlo, “Grand Hotel Scalfari”. Non omettendo il ruolo di Mario Sconcerti, cui dedica la rievocazione, nella “creazione”, è la parola, dal niente, da qualche idea e pochi collaboratori, dello “sport a Repubblica”. Di Emanuela Audisio – compagna di tante notti in tipografia. E di se stesso – nelle posizioni ancillari e di sparring partner che si era scelte.
Basterebbero i termini che Brera inventato o adattato: “atipico, cirippimerlo, euclideo, goleador e goleada…”, e “Rombo di Tuono”, “Abatino”…. O i giochi di parole, o gli elenchi a sorpresa, di Mura. Mura contro le simulazioni. O una lettera di Minà in cui difende l’onestà intellettuale del giornalista, di noi che “per 365 giorni l’anno ci occupiamo di molti presunti protagonisti dell’organizzazione sportiva che spesso sono solo dei tangentari, dei saprofiti della passione popolare”, tra dirigenti evidentemente - e non c’erano ancora gli agenti, e le plusvalenze.
Con la polemica giornalismo sportivo-letteratura, parte della più ampia letteratura e giornalismo.
Con qualche imprecisione. Nel 1982 Villoresi non è inviato – non si potevano fare inviati a “Repubblica”. E qualche assenza: Franco Recanatesi, p.es., o i coredattori, Sannucci (che si ricorda cantautore al Folkstudio), Tropea e Crosetti da Torino, Licia Granello da Milano. Olivero Beha, presenza ingombrante, ricorre solo nella polemica con Brera sul Mundial di Spagna. C’è Gianni Rocca, sempre e decisivo, che nella realtà era “uno che non c’era”. E non c’è Pansa, che invece introdusse a “la Repubblica” la grande cronaca, prima del boom  dei 4 Gianni – in anni in cui non si abbandonava il “Corriere della sera” per “la Repubblica” - e fu eccellente vice-direttore, nei rari momenti in cui Scalfari si prese una pausa.
Curioso, un capitoletto sulle turbolenze tra “Repubblica” e la Juventus.
Una forma di narrazione diversa, di personaggi ricostituiti attraverso i loro scritti, oltre che, in sordina, per le necessarie connotazioni fisiche e temperamentali, e le abitudini, le attitudini, le manie anche. Lo sport di “la Repubblica”, questo sì, è stato senz’altro un altro sport.
Giuseppe Smorto, I quattro Gianni, Minerva, pp. 231 € 18