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domenica 30 agosto 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (435)

 Giuseppe Leuzzi

A metà della “Tragedia del Korosko”, il romanzo del fondamentalismo islamico di fine Ottocento, Conan Doyle si interroga - p. 86: “Se un impulso comune li travolgesse, se un grande condottiero o una guida carismatica si levasse in mezzo a loro e si servisse del materiale eccezionale a sua disposizione, chi potrà affermare che non sarà proprio questo lo strumento con il quale la Provvidenza spazzerà via il corrotto, decadente, apatico Meridione d’Europa, come fece migliaia di anni fa, per fare spazio a una stirpe migliore?”
 
A proposito delle forniture Covid, un business da dieci miliardi: “In Lombardia il 35 per cento dei bandi è stato annullato o revocato” – “Corriere della sera”. Per non “trasparenza”. Erano cioè bandi per gli amici. Uno su tre. E non c’entra la mafia.
 
Sudismi\sadismi
Il porto di Gioia Tauro è al primo posto in Italia per connettività, per collegamenti con gli altri porti minori, da stazione di transhipment. È la graduatoria di Mds Transmodal, che fa testo nel settore, in collaborazione con l’Unctad. Gioia Tauro è al terzo posto per connettività nel Mediterraneo, al dodicesimo in Europa, e al trentaquattresimo nel mondo. Merito anche del gestore terminalista, la Msc del gruppo svizzero-napoletano Aponte. Di questo primato c’è notizia solo nei quotidiani locali, nemmeno una breve altrove.
 
“Inizio delle lezioni in ordine sparso. Il Nord punta al 14. Al Sud il fronte del 24 settembre”, “Corriere della sera”. La virtù sta a Nord. Ma nel mezzo non c’è il voto, le scuole occupate dai seggi? Si apre il 14 per chiudere il 17, e riaprire il 24.  
 
Il Sud del Nord
Scandalo al “Quotidiano del Sud” - “l’altra voce dell’Italia” del lombardista pentito Roberto Napoletano - per Straberry, la start-up del bocconiano Guglielmo Stagno d’Alcontres, che a vent’anni s’inventò frutta e verdura dal campo a casa, entro 15 km. da piazza Duomo, allevata in serre a pannelli solari e recapitata in apecar, meritandosi nel 2013 e 2014 il premio Oscar Green della Coldiretti, arrivando a fatturare a trent’anni sette milioni, finito sotto processo a trentadue per caporalato, per “sistematico sfruttamento illecito della manodopera agricola a danno di circa 100 lavoratori extracomunitari”. Una vergogna, tuona il quotidiano. Solo che Stagno d’Alcontres suona messinese.
È anche vero – ma il “Quotidiano del Sud” nella foga non se lo chiede – che solo Stagno d’Alcontres pratica il caporalato in Lombardia. Non perché è un bocconiano tarato, oriundo siciliano?
Ma è pure vero che – secondo l’accusa – pagava i braccianti solo 4,50 l’ora. Cioè quanto al Sud si paga un bracciante del Sud senza qualifica, pura manovalanza.
 
Se il Sud è dialettale
Il ritorno del dialetto è leghista. Con la ridicola fioritura di paline stradali nelle Venezie e altrove che ripetono le denominazioni italiane in un dialetto che è la dialettizzazione dell’italiano, non un algtro nome o un’altra identità. Il dialetto cioè è un’impuntatura, prima che il riacquisto o la concelebrazione dell’identità, smarrita o negata.
Ci sono anche molti contro il riuso dei dialetti. Uno è l’imprecisione o indefinitezza, della pronuncia e quindi del concetto. Si ricordi il Don Cicce, sillabazione errata, per don Cicciu, adottata da Guido Morselli in “Divertimento 1989” per familiarizzare l’appellativo di un amico del protagonista, il re Umberto I in vacanza in Svizzera in disguise. Morselli, che ha larga conoscenza dei dialetti, e ne fa largo uso nei suoi romanzi (prima o dopo Gadda e Pasolini? la filologia di Morselli làtita), fa chiamare Francesco Mélito duca di Portosalvo familiarmente dal suo amico il re Umberto I “don Cicce” – “non lo dovere chiamare eccellenza, no, don Cicce”, raccomanda ad alcuni commensali del “Divertimento 1889”. Ma a Porto Salvo il duca sicuramente non lo chiamavano don Cicce. Morselli si piccava di conoscere il calabrese per essere stato militare di leva su è giù per la regione, ma in nessun dialetto calabrese si sfumano le terminazioni, la-le sillaba-e finale-i.
Però, è vero che Napoli, luogo per antonomsia dei duchi e dei baroni, don Francesco avrebbe potuto essere, sarebbe stato, don Cicce. Questo è un difetto napoletano, di parlare cantando. Più che sillabe emettendo suoni, distinti ma inarticolati.
Questo è il problema dei dialetti. Che per essere ricchi sono sfumati. Imprecisi. Forse per questo si costruisce poco dove si parla dialetto, per l’imprecisione. La scienza e la tecnica vogliono essere precise.
 
Venite, adoremus
Si fatica a capire perché l’immigrazione selvaggia non venga mai considerata sotto il suo aspetto reale: un mercato di esseri umani, a opera di trafficanti di nessuno scrupolo, che li sfruttano alla partenza, durante il,viaggio, e per l’ultima traverstata, dove molti, centinaia ogni anno, muoiono annegati  Per offrire  braccia a costo minimo alle famiglie, ai campi, ai ,lavori minuti, e come manovalanza nelle fabbriche. No, di questo non si parla mai, in nessuna sede.
Di più sorprende il silenzio della chiesa. Che per mille antenne sa di che si tratta: Si può presumere il governo ignorante, il Di Maio-S alvini come il Di Maio-Zingaretti, ma la chiesa sa tutto, attraverso le sue missioni, i diplomatici, le sue ong, i suoi vescovi e sacerdoti, ben radicati in Africa, e ora anche in Asia. Ma non lo dice, si limita ad appellarsi al buon cuore. Come se fosse quello che manca.
Un’attitudine razzista, anche, sotto le buone intenzioni. Che all’africano guarda come al “bovero negro”, non a gente volenterosa e forte, moralmente, e anche più veloce di mente e di cuore. Sempre e solo la messa cantata, di buoni, buonissimi, sentimenti. È sempre e solo Natale, anche con i barconi rovesciati e i corpi ai pescecani - invece dei pastori i “boveri” africani.
 
Tra Scilla e Cariddi vince il Giappone, non da ora
La pesca del pesce spada e del tonno rosso, vanto dello Stretto, fino a “Horcynus Orca” e anche dopo, la fa il Giappone. Lo sapeva Pasquale Clemente già una trentina d’anni fa, se non quaranta, un amico che poi è morto, vecchio frequentatore di Stromboli, che il pescespada e il tonno tra Calabria e Sicilia veniva pescato dai giapoensi: “Hanno imbarcazioni elettroniche, non vano con le spadare, non aspettano il pesce nelle tonnare. Pescano o  sbafo, il mare non è protetto, per un mercato che pare sia ricchissimo: il pesce spada da loro e il tonno rosso, di una certa qualità, quella dello Stretto, vanno a peso d’oro. A Vibo la mattina (il dialogo si svolgeva in Calabria) fanno loro il mercato: a prezzi normali, ma vendono i resti. O varietà che dicono locali e invece vengono dagli oceani”. 
Sembrava la solita esagerazione di Pasquale, “nulla di buono in Calabria”, e invece ora “la Repubblica” ci fa un’inchiesta a otto mani, di Bonini con Fraschilla, Palazzolo e Sandra Scarafia, che conferma tutto, nei dettagli. Compresa la vendita in Italia di tonno e pesce spada atlantico o indiano. Impressionante. Che tutto si sapesse ma a nessuno interessasse. Una ricchezza enorme buttata via. Che in trent’anni, o quaranta, niente è stato fatto che contrastasse la pirateria giapponese. E tuttora niente si faccia, in omaggio alla libertà di navigazione e di pesca.
Si capisce anche che il Sud non decolli mai. Si fosse trovata questa riserva di pesca tra le coste venete e romagnole, come sarebbe andata? Il Sud – questa la verità – non sa nemmeno di essere, a parte le lagne.

leuzzi@antiit.eu

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