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sabato 6 novembre 2021

Moro non era rassegnato – e non è quello del “santino”

Quel che impressiona di più, a rileggere le lettere di Moro dal carcere, a parte il fatto che il suo ragionamento politico era giusto, è la scelta dei destinatari. Scrive ai familiari, ai collaboratori e alle istituzioni, compresi Andreotti in quanto presidente del consiglio, e Cossiga ministro dell’Interno – al presidente Leone, ai presidenti delle Camere, a Craxi, al segretario dell’Onu Waldheim. Ma, nel mezzo, a una scelta eteroclita di interlocutori, qualcuno nemmeno vicino a lui: gli onorevoli Misasi, Rosati, Dell’Andro, Pennacchini, i diplomatici Cottafavi e Malfatti di Montetretto. C’erano messaggi trasversali nei destinatari? Pennacchini presiedeva il comitato parlamentare servizi segreti. Misasi potrebbe stare per Sismi, perché no – Moro scrive di aspettarsi molto dalla “intelligenza ed eloquenza” di Misasi, che era un taciturno. C’è più di una volta l’allusione alla volontà delle potenze, cioè degli Stati Uniti, dietro la decisione di non trattare.
Soprattutto c’è il ragionamento, giuridico e morale, della salvezza di un ostaggio. Inoppugnabile, già nella prima lettera a Cossiga ministro dell’Interno. Primo, sono processato in quanto presidente Dc e non in  quanto Moro, per le “responsabilità della Dc”. Secondo, usa in Francia e in Germania non trattare con  i terroristi, ma in Germania nel 1975, quando il leader dei democristiani di Berlino Lorenz faceva campagna per l’elezione a sindaco e fu rapito dai terroristi (da un Movimento 2 Giugno), il governo federale di Bonn due giorni appena dopo il rapimento trattò la liberazione, rilasciò cinque anarchici e pagò un riscatto, e Lorenz già cinque giorni dopo il rapimento era libero. Non c’era stato a Berlino un eccidio, come a via Fani (di cui Moro non sapeva), ma non trattare non era  comunque una risposta, era solo una condanna a morte. Qualcosa da eccepire? Un ostaggio va comunque salvato. 
Ripubblicate da Gotor per i trent’anni, nel 2008, con un ricco apparato, il doppio delle lettere, molte informazioni se ne ricavano, ma non sul senso del rapimento, e del messaggio (le tante lettere – di cui molte fra le prime sono di testamento….). Il “santino” Moro è già più che abbastanza celebrato, la storia vorrebbe di più. Per esempio di svincolare Moro dal “santino”, di martire del futuro partito Democratico, ex Pci e ex Dc messi insieme. Essendo notorio, testimoniato, documentato, che Moro accedette al compromesso storico per necessità e non per scelta, temporeggiando, nella forma deteriore dei governicchi Andreotti. In anni di gravissima crisi finanziaria per l’Italia, dopo il primo shock petrolifero, nell’autunno  del 1973 - la Banca d’Italia aveva le riserve monetarie ridotte a 500 milioni di dollari, niente.
Ma non c’è solo l’accoppiata incongrua Moro-Berlinguer. Nelle lettere c’è una presa di distanza,  anzi una condanna, della Democrazia Cristiana, ripetuta, argomentata, che dice e non dice, e lascia morire Moro, senza colpa. A partire dal fidatissimo “Zac”, Benigno Zaccagnini, ora vituperato con parole nette, per l’inerzia, l’incapacità, perfino l’immoralità – salvare una vita, quando se ne ha l’opportunità, è un obbligo.
Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, Einaudi, pp. 400 € 13,50

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