Cerca nel blog

mercoledì 30 luglio 2008

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (20)

Giuseppe Leuzzi

Cos’è la mafia? “Secondo me”, dice l’investigatore Lupin (“Arsène Lupin contro la mafia”), “è una parola a effetto, che denuncia il male in tutte le sue forme”.
Anche al Nord?

Si pubblica nel 2008 la prima edizione critica e completa dei poeti siciliani del Duecento, i poeti che hanno avviato la storia della letteratura italiana. A opera di Mondadori, editore in Milano.
A cura di tre professori di Roma, Napoli e Lecce, un lombardo, un presumile veneto, e un pugliese – uno, questo, che tira la coperta sulla Puglia.

Sudismi\sadismi. Marisa Fumagalli è stata sull’Aspromonte. Accompagnata da Antonio Pellegrino, presidente di un’associazione Gente in Aspromonte, e dallo studioso Domenico Raso. Con i quali vede solo rapiti, Celadon, Casella, nel “Corriere della sera” dell’11 luglio, e Corrado Alvaro, lo scrittore del 1895 che non amava l’Aspromonte. Marisa Fumagalli, donna lombarda, leghista della prima ora, nell’area più dura del leghismo, in Veneto. Migliore inviata del "Corriere della sera" l'Aspromonte non poteva augurarsi
Fumagalli afferma di essere stata al bosco san Giorgio. E ci ha visto rapiti?
Chiunque al bosco san Giorgio si sarebbe emozionato, tra i castagni millenari, accanto alla chiesetta bizantina, sebbene diroccata, sotto la Pietra Cappa, sopra le Rocche di san Pietro, le piccole Meteore di Careri. Tutto l’Aspromonte del resto è la meraviglia di molti, tedeschi, francesi, svizzeri.

Sudismi\sadismi
Il “Corriere” taglia un promettente articolo di Felice Cavallaro sabato 26 su “Clandestini e affari” a Lampedusa, e lo impagina al centro, il posto degli invisibilia. Ma la riscrittura è sapiente: di tutti traffici sui clandestini si documenta solo il sottogoverno. Dice il sindaco: “C’è il caos da undici anni, ma il centro (di accoglienza) vale 60 mila euro al giorno”. E: “I (nuovi) centri di accoglienza vanno fatti solo in Sicilia, i sindaci li vogliono”. Vogliono gestire 60 mila euro al giorno.
È verosimile. E poi l’articolo lo firma Cavallaro, che da una vita lavora alla verità sulla Sicilia. Ma il leghismo siciliano (il sindaco è del Movimento autonomista di Lombardo) vi è ridotto alla più spregevole indigenza politica. La Sicilia, che invece avrebbe tutto per porsi a guida della nazione, a un posto da mentecatti. E l’onesto Cavallaro al ruolo di Caronte carogna. Senza cattiveria, naturalmente.

Il programma di Rai Due “Nati in Italia” di Edmondo Berselli rubacchia l’11 luglio l’idea dell’Italia rovesciata, col Sud al Nord, sceneggiandolo con un brillante comico che sogna “nebbia in val siciliana, sole in val padana e le Alpi”. Pezzo forte del programma sono le dolenti immagini dei minatori di zolfo, nudi a cinquecento metri sotto terra, e di Sciascia e Modugno che dolenti parlano dei minatori. Ma le miniere di zolfo sono chiuse, per il bene e per il male, in Sicilia da cinquant’anni.

Reggio. I Calcidesi fondarono Zancle e, poi, anche Reggio, portandosi dietro in entrambi i casi i Messeni, quelli scacciati dalla loro patria dopo l’episodio della violenza sulle vergini spartane a Limne. L’oracolo di Delfi prescrisse di fondare Reggio sulle rive dell’Apsia, “il più sacro dei fiumi”, dove una femmina fosse abbrancata a un maschio, e ciò spiegherebbe la natura della città. Il posto fu identificato dove una vite si maritava a un leccio. Secondo Diodoro, però, e anche Dionisio di Alicarnasso, il maschio era un fico selvatico, che è ermafrodito.
Reggio in realtà la fondò Mussolini, mettendo insieme una dozzina di borghi diversi, per lo sfizio di restaurarne l’antica gloria, che secondo il canone bulleista del fascismo s’identifica col voluminoso, e ne fece uno dei comuni più estesi d’Italia. La città, cioè, dopo Mussolini si è gonfiata, di alterigia vuota.

La New York italiana è Napoli
Con la solita boria, ma col collaudato mestiere, i giornali inglesi non si sono lasciati sfuggire i napoletani indifferenti in spiaggia di fronte ai cadaveri di due ragazze annegate, che nei giornali italiani erano una fotina con didascalia in pagina interna. Ne sbagliano però la lettura. Anche perché non sanno che Napoli non è l’Italia. Cioè lo è ma nel senso che è l’Italia di domani, più veloce, e insensibile.Napoli è la prima e ancora l’unica metropoli italiana. Non più prima per numero di abitanti, ma sì per la mancanza di sensibilità, che si accompagna all’atomismo sociale, e si esprime nell’indifferenza, la rapidità, la crudeltà anche. A questo portata forse da una predisposizione in qualche modo “naturale”, per essere etnica, o storica, o proprio tellurica, naturale nel senso proprio della parola. Quando l’Italia dopo la guerra scopriva l’America, scoprì che a New York la gente andava di corsa e magari non si avvedeva che sul marciapiedi c’era un morto. Napoli è la New York italiana. La città, o meglio gli intellettuali di cui la città è vittima, le hanno cucito il mito dell’anema e core, della canzonetta e di Piedigrotta, ma Napoli e i napoletani sono tutt’altro: sono realisti, e di altro non si curano che di sé, tanto sono rapidi, intelligenti, spietati.Si può dire la loro una frenesia da ex o neo schiavi, bruti liberati, perciò senza tempo, eccitata, vio-lenta. Ma la condizione urbana è questo: sradicamento, ingegno, impegno, sempre soverchiato dai ladri, i corrotti, i furbi. Da qui il ricorso, per proteggersi, a compari, astuzie, aggressività, con l’unico limite della convenienza. È la condizione urbana di sempre e non della modernità, di cui anzi rompe l’equivoco. È la vivacità di chi è sempre stato solo in un agglomerato sociale, la cui storia cioè è impersonale, un evento. Nel traffico, che prima della spazzatura la connotava, Napoli ricostituisce la libertà primordiale d’individuarsi sottraendosi, senza genealogia e senza posterità.Questo quadro è perfettamente riconoscibile uscendo dalle sabbie mobili dell’antropologia. Napoli, è il maggiore distretto capitalistico in Italia, d’imprenditoria capillare e caparbia, che si nasconde per meglio non pagare tasse né oneri sociali, sforzo sovrumano raddoppiato dalla leadership costantemente rinnovata nel contrabbando e nell’industria dei falsi, dove la concorrenza è aspra. Se la santità c’entra in queste cose, san Gennaro è altrettanto spietato che Calvino e gli altri numi riformati, o san Carlo Borromeo tra i buoni lombardi - quello che è certo del capitalismo è che vuole pelo sullo stomaco. Max Weber, che il capitale lega alla religione, non poteva saperlo, a Napoli ci andava in vacanza, anch’egli reputando i napoletani fannulloni, mentre sono ingegnosi e applicati. E, avendo penetrato la natura della ricchezza, vanitosi e spendaccioni. Napoli è il maggiore distretto industriale e mercantile d’Italia, se non d’Europa, col record mondiale di società di capitali e individuali in rapporto alla popolazione, innovativo, competitivo nei prezzi, preciso nei tempi e negli standard, anche di qualità, seconda area industriale d’Italia, dopo Torino, prima di Milano e Roma, se si conta l’industria della copia e quella al nero. L’asocialità è perfino esibita nella previdenza. Non si pagano contributi sociali, metà delle automobili non è assicurata, e un’arte si fa del raggiro delle assicurazioni, infinite sono le combinazioni. Non si pagano tanti rimborsi, e altrettanto salati, in altre città anche più grandi. Per la povertà, si dice a titolo di giustificazione, per la disoccupazione, l’ignoranza. No, i napoletani sono tutti avvocati, conoscono i codici. E non è macchiettismo, né arte d’arrangiarsi. I napoletani ne sono le vittime: si può trarre beneficio dalle assicurazioni per un periodo a danno della nazione, ma presto si fa a danno di se stessi. le assicurazioni sono il connotato della società solidale e produttiva, sia le sociali che le private. Ma l’asocialità è più forte anche della convenienza.E il discorso torna così all’indole, se non alla cultura, se non germina da nuclei infetti. La stessa povertà, l’altro clichè napoletano, è fuori luogo con una natura così fertile e l’immaginazione ferace. La violenza resta filosoficamente ancora da spiegare, è solo saturnina. Ma convive a Napoli con un capitale di urbanità. Il vivere, pensare, parlare accelerato che produce la nobiltà del repartee, anche per il senso filosofico delle cose, accumulato nei secoli, che non va trascurato nel giudizio – se non per l’unica filosofia che l’Italia ha espresso da alcuni secoli, il post-idealismo di Croce, di Gentile.È antica civiltà urbana d’affari, di microcosmi anarchici. Per questo non è mai stata capitale a nessuno, da Castellammare in giù e al di sopra di Caserta. Era città di corte, la prima città di corte, il modello che Luigi XIV costruirà, piena di cortigiani sradicati. E per questo è festaiola, ma non è allegra. Né ha avuto in realtà una corte, delle classi stratificate, un’etichetta, la regola. Il ruolo e le caratteristiche di metropoli non essendole riconosciute, e anzi negate, Napoli ha per questo latenze cupe. È nevrotica con la faccia della festa. Anche Parigi non è la Francia, non la conosce, non se ne cura. Ma ha fatto la Rivoluzione e ne fa gli ingegneri, i direttori generali, i filosofi. L’Europa è ricca per questo, che ha molti centri, che s’irradiano nella nazione, Napoli s’irradia in se stessa.

Nella serie tv “Il giudice Mastrangelo”, che è un procuratore della Repubblica, né il Procuratore né la sua amica commissaria di polizia risolvono mai un caso. I casi si risolvono per le chiacchiere dell’autista-attendente del procuratore, che dice quello che tutti sanno.
Forse per questo la serie dura: riflette il modo d’essere dell’apparato repressivo al Sud, dove le Autorità nulla sanno di quello che tutti sanno. Che dev’essere grande fatica, il giudice Mastrangelo è sempre affaticato.

Il detto del non dettoSi imputa al Sud la resistenza a dire, la renitenza. Specie nei verbali dei carabinieri, che poi sono tutto quello che c’è sul Sud, di studi, critiche e opinioni. Specie della renitenza ad accusare. Mentre invece il Sud è sommerso dal detto del non detto. Che è un’arte. Nel senso della recitazione, della rappresentazione – il detto della vista.
In nessun altro posto si dice tanto di sé e degli altri come da Napoli in giù, senza misura anzi, in privato e pure in pubblico, perfino con sfacciataggine. Altrove si parlerà forse con più proprietà, come vorrebbero i carabinieri, ma la reticenza è vastissima. Com’è tipico delle donne – non al Sud però – e degli indifesi in genere, e degli aggressivi (perseguitati, colpevoli, ipocondriaci).

Deve essere difficile vivere al Sud senza più le certezze che la scuola insegnava: lo Stato, la legge, l’unità (l’Italia). Nella diffidenza. Nel dichiarato disprezzo.
Una volta che era appena vent’anni fa, trenta.
Se non si ha forza di rivoltarsi.

C’è un parterre di grandi pentiti, dal non confessato Provenzano ai capi mafiosi di Napoli e Reggio Calabria, e di pentiti da lungo tempo confidenti e collaboratori di giustizia, seppure ufficialmente latitanti, tale da rovesciare l’assioma della mafia vincente culturalmente. I mafiosi per primi non ci credono. I mafiosi veri, per intendersi, perché c’è sempre un pulviscolo di killer e giovinastri che farebbero qualsiasi cosa pur di non lavorare, e uccidono per niente.
Si riscontra in questi mafiosi anche una singolare perspicacia a evitare l’assassinio, diretto o a essi riconducibile, perché sanno che comporta pene certe. Questo da quando sono nati, per dire.
Sono anche persone dotate di capacità imprenditoriale. Si vede nella piana di Gioia Tauro e nella Locride, dove sono gli unici agricoltori capaci, moderni, e investono con acume nei servizi, i centri commerciali, la ristorazione, il tempo libero.

Nessun commento: