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venerdì 1 giugno 2012

Contro le manovre - morire di tasse?

Cosa ci attende? Anzi, dove ci troviamo, anche se non lo sappiamo? Incuria e disservizi, nella sanità, i trasporti, i rifiuti. Moltiplicazione della delinquenza spicciola, degli homeless di varia natura, della droga. Licenziamenti a valanga. In un quadro psicologico di depressione invece che di sfida, o perlomeno di rivalsa – sono stanchi anche i sindacati. Suicidi. Questo è un quadro non di oggi. La sociopsicologa Marie Jahoda lo faceva del 1933 in Austria, nel classico “I disoccupati di Marienthal”, rilevando gli stessi segnali negativi.

Vent’anni di stagnazione
L’euro non è lo scellino, ma oggi come allora la stabilità monetaria è solo di superficie, una crosta sottile su un vulcano. Il programma di stabilizzazione dell'unione monetaria europea somiglia molto alle Sanierung con cui i governi austriaco e tedesco ritennero attorno al 1925 di aver consolidato la moneta e l’economia, e che finirono nella disoccupazione di massa e nella barbarie – Jahoda scriveva alla vigilia dell’avvento di Hitler.
Si dice: stringere la cinghia. Rientra in una morale colpevolista e l’obbedienza è scontata, un po’ come quando si diceva che il Piave è sacro. Ma vent’anni di manovre non hanno ridotto il debito, né allentato il morso del debito sull’economia. Il debito è oggi il 120 per cento dell’economia, era il 98 per cento vent’anni fa. A fine 1992, dopo sette mesi di governo Amato-Ciampi e di “cura del cavallo”, con un attivo primario di bilancio (al netto degli interessi sul debito) di circa trenta miliardi di euro, era al 105 per cento – a fine 1993, ancora col virtuoso duo Amato Ciampi, al 116 per cento: la maggiore crescita del debito, in cifra assoluta e di più in rapporto al pil, si è avuto con i governi “tecnici” che più “strinsero la cinghia”: Si può dire che le manovre aggravano il debito, e ancora di più la sua incidenza sull’economia.
L’economia è in stagnazione da vent’anni per effetto delle manovre. Con minime crescite e piccole recessioni, sostanzialmente ferma: tassi di crescita tra lo 0 e l’1 per cento, o di decrescita in misura analoga, crollo della produttività, cioè degli investimenti. Le manovre – le tasse - riducono i consumi e gli investimenti. Gli alti interessi sul debito pubblico, costanti ormai da un anno, aggravano gli interessi sul credito d’impresa e al consumo. L’assurda, incredibile, vicenda della dilatazione abnorme degli spread dei titoli italiani su quelli tedeschi ha un solo significato economico – in aggiunta cioè ai giochi (scommesse) degli operatori: aggravare gli investimenti, allontanare la ripresa, stabilizzare la stagnazione, ora nella curva recessiva.

A passo di gambero
La stagnazione, in un economia mondiale in crescita e in rapido mutamento, significa in realtà impoverirsi. È come andare indietro. L’Italia ha la maglia nera Ocse, l’organizzazione dei paesi industrializzati, per il miglioramento della produttività (prodotto per ora lavorata) nel decennio 2000-2010. Non si sono fatti investimenti. La produttività nel decennio si calcola in calo dello 0,2 per cento l’anno, mentre in Francia è cresciuta dell’1 e in Germania dell’1,1 per cento, accumulando un gap di 11 punti verso la Germania, di 10 verso la Francia e la media Ue. Il costo del lavoro per unità di prodotto è così cresciuto in Italia, malgrado l’abnorme ricorso al precariato, del 30 per cento negli ultimi quindici anni – mentre in Germania è diminuito del 3 per cento. Con un valore aggiunto (produzione per addetto) inferiore alla media europea, 51 mila euro contro 56 mila – 67.500 in Germania. E tutto ciò lavorando di più e pagandosi di meno: il salario annuo medio lordo (le cifre sono dell’istituto statistico europeo, Eurostat) è stato nel 2011 di 23.406 euro in Italia, la metà che in Germania, le ore lavorate 1.778, cioè 360 più della Germania, 170 più della media Ue, l’assenteismo inferiore alla media Ue.
Quindici anni fa la Banca d’Italia calcolava che da metà 1992 e metà 1996, in quattro anni, erano stati tagliati 1,1 milioni di posti di lavoro (il saldo negativo era arrivato a 1,3 milioni nei trenta mesi da metà 1992 a fine 1994). Oggi non è diverso. Sono trecentomila i posti di lavoro già chiusi nei nove mesi ultimi. A cui vanno aggiunti, secondo i sindacati, settantamila lavoratori rimasti senza occupazione e senza pensione per l’improvvisa radicale riforma delle pensioni. Che però si moltiplicano (per due volte? per dieci?) allargando il campo a chi già aveva lasciato il lavoro con lo “scivolo” verso una pensione prossima, e chi s’era preparato, psicologicamente e con piccoli investimenti, ad andare in pensione spendendo la liquidazione. Siamo nel pieno del “classico” circolo vizioso che fa la vera crisi. Che si aggraverà con le tasse che pagheremo a metà mese, mille euro in media a famiglia, e con quelle annunciate a settembre.

Lo Stato è fallito
Non basta: colpito a morte tra pochi mesi, se non settimane, sarà anche lo Stato. Che se sottoposto al diritto civile sarebbe da dichiarare fallito, per quattro motivi: non paga i fornitori, non paga il debito e anzi pretende sempre muovo credito, chiude ogni anno in grave perdita, ha gestione incapace e inaffidabile. Per non dire dei suoi cinque o sei milioni di dipendenti, burocrati, professori, ricercatori, eccetera, ai quali dal 2009 non dà più aumenti, né di anzianità né di merito o alla carriera.
Lo Stato ha in Italia ha un patrimonio enorme, ma a redditività – le tasse – decrescente: le troppe tasse uccidono le entrate fiscali. Questo lo impara lo studente al primo corso di Scienza delle finanze: più tasse s’impongono, meno incidono, come se una malattia che si aggrava si curasse con la solita medicina. Il risanamento del bilancio non può essere un obiettivo in se stesso. Non serve a niente, e tra pochi mesi necessiterà di un altro “risanamento”: altri tagli e tasse più pesanti.
La recessione, indotta dalle tasse, comporta una riduzione delle entrate fiscali. Non c’è bisogno di spiegare come.
Lo Stato è molto più indebitato di quanto, contabilmente, riesce a far valere. Non paga nessuno da tre anni. A Roma gli ospedali privati, compresi quelli di eccellenza del Vaticano, non pagano gli stipendi da mesi, perché sono in credito da tre anni con la Regione. Tutti quelli che lavorano con lo Stato hanno già annullato i loro crediti scontandoli con le banche – a vantaggi dunque delle banche, ma non è detto.
L’inefficienza (tempi, procedure, giustizia) ha superato ogni livello di guardia. Nell’economia globale l’Italia pubblica - lo Stato - si trascina in tutte le classifiche agli ultimi posti. Senza progetti di rinnovamento, senza nemmeno idee.

Perché non se ne parla
Non è catastrofismo. Né radicalismo, Non è una critica minoritaria. È la realtà. Di cui tutti sono consci, ma di cui poco o niente si dice. Perfino il giornale della Confindustria tace che il blocco a ogni sviluppo è lo Stato: esoso gabelliere e cattivo pagatore, al coperto di una giustizia imbelle.
È in questa disattenzione che la crisi si è incistata e metastasizza. L’Italia è un paese senza verità Non da ora, per l’eredità della doppia verità. E per un’informazione che quando è intelligente è venduta.

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