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sabato 23 dicembre 2017

La democrazia è difficile in Thomas Mann

Napolitano, che firma la prefazioe, sa chi è Thomas Mann. E lo dice, anche se nello stile
“politico” – involuto. Lavinia Mazzucchetti, che settant’anni fa ebbe l’idea della compilazione, che
ora si riproduce, ebbe anche l’idea felice di partire dal discorso “Della Repubblica tedesca”, 1922,
per i sessantanni di Gerhard Hanptmann. Erano passati cinque anni dalle “Considerazioni di un
impolitico”, prolissa e virulenta requisitoria bellica contro le democrazie, specie contro quelle
“latine”, la Francia e l’Italia. Non contro le potenze nemche, contro le democrazie, latine. Ma
Thomas Mann, “quasi cinquantenne e da tempo celebrato maggiore scrittore Tedesco”, non fa
autocritica. Solo sposta l’obiettivo: c’è stata la sconfitta di fine 1918, la “coltellata alla schiena”,
della politica su “ciò che considerava più intimo e profondo in Germania: la musica, la poesia, la
filosofia, la cultura  tedesca in quanto tale che lo Stato autoritario era chiamato a «proteggere dalla
politica»”. E a chi in sala gli contestò le “Considerazioni” del 1917, pubblicate nel 1918, rispose:
“Non ritratto nulla di essenziale… Ho bisogno di verità nuove, quale nuovo stimolo di vita”. Ma,
osanna, di Mazzucchetti e non solo, accettava la repubblica di Weimar, benché democratica, si
degnava.
Un europeismo, e un’autorità morale, particolari. È un volume corposo, di cui resta poco. Si segnala
“Un appello alla ragione”, 1930, l’anno dopo il Nobel, quindi di grande autorità in Germania, e alla
vigilia della presentazione dell’amibiziosa trilogia di “Giuseppe e I suoi fratelli”, sulla crisi politica
della Germania, per la fenomenale ascesa dello hitlerismo. E poi, nel 1935, “Attenzione, Europa!”
Da esule volontario. Dove non è più di Germania che si parla.
Con numerosi interventi brevi di critica del nazismo. Dalla Svizzera prima, dov’era scampato
accolto da H.Hesse - a cui non sarà riconoscente. E poi da Beverly Hills, dov’era emigrate con la
famiglia, negli agi. Qui tenne anche una conferenza incoraggiante, 1938: “Certa la vittoria della
democarzia”.
Chiude la raccolta la conferenza “La Germania e iI Tedeschi”, tenuta a Washington, su invite della  
Library of Congress, il 6 giugno 1945, per i suoi settant’anni, e poi replicata altrove negli Usa. Con
una coda molto caratteriale – sfuggita al controllo?: la lettera aperta “Perché non torno in
Germania”. Anzi con due code: alla lettera aperta segue un’allocuzione radio, alla Bbc, di
giustificazione, a Natale del 1945, qualche settimana dopo la lettera e le polemiche. Entrambe
personalizzate – (ri)vendicative, astiose: Th. Mann contro la nazione tedesca, ahi quanti tori mi
hanno fatto. Mai lo sguardo sollevato lontano da sé.
C’è poco da celebrare Thomas Mann politico, il “cosmopolita germanico”. Che non disse mai “ho
sbagliato”, anche se di sbagli ne fece di gravi, se confrontati con l’immagine che se ne vuole
accreditare. Di democratico, che non fu - nemeno in famiglia. Di europeista, che fu solo in
subordine al suo ideale, prettamente germanico. A suo modo – un po’ – perfino antisemita.
Thomas Mann, Moniti all’Europa, Oscar, pp. XXIII-350 € 15

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