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giovedì 1 ottobre 2015

Vita felice di Pasolini

Pasolini come avrebbe potuto (voluto) essere, non fosse stato per l’urgenza sessuale che lo demonizzò. Pioniere di un riscoperta della Románia, della parlata ladina dalla Svizzera romanda a Gorizia, con radici aeree nel catalano. Attorno alla rivista “Stroligùt” e alla Academiuta de lenga furlana, che egli stesso ha creato e anima. In una sede voluta dal padre Carlo Alberto, reduce da otto anni di guerra e di prigionia, non ancora isolato e maledetto dalla candida madre. Col contributo di altri studiosi, tra essi il catalano Carles Cardò, un sacerdote antifranchista in esilio autore di una “Storia spirituale della Spagna”. Con un occhio alla nascente politica delle autonomie, nel Movimento Popolare Friulano e nella Società Filogica Friulana. Allevando una covata di giovani e giovanissimi poeti. Instancabile e innovativo mentore, in scuole e scuolette più spesso gratuite, di più generazioni adolescenti alla scoperta della poesia e di sé. Scrivendo molto, almeno una commedia e un dramma in friulano, e “un’altra opera di ambizioni sbagliate, «Il Cappellano»”. Senza perdersi, i pomeriggi del sabato e delle feste, una balera - vince anche una gara di samba, con una ragazza di San Vito.
Un uomo felice, che la sua padrona di casa a Versuta, Ernesta, così sintetizza: “Lei vive come un santo. Tutti a Versuta lo dicono. Non perde  mai la pazienza, non dice mai una brutta parola, è sempre disposto a far piaceri agli altri, è sempre allegro e sereno. I ragazzi le vogliono un bene dell’anima”. Sotto la tutela numinosa di Gianfranco Contini. Che lo ha capito subito: di questo amico di lontano “o il caso o l’istinto mi aveva suggerito la soluzione più conforme alla virtù preclara di Pier Paolo Pasolini, che fu l’amore dell’umile e dell’autentico”. Un’esistenza solare. Pasolini stesso “è consapevole di avere inventato un’infinità di miti, tessendo una storia leggendaria dei luoghi friulani che prima non esisteva”.
Si riedita per il quarantennale della morte il “libro della memoria” di Pasolini, sul Friuli dell’infanzia e della giovinezza: la sua - si potrebbe dire con lui - unica vita, esperienza di vita compiuta e non rifiutata. Anche se finì con una fuga, una fredda notte d’inverno del 1950, con la madre verso Roma, lontano dai pettegolezzi e dalla condanne morali - in tribunale sarà assolto, dopo una prima condanna locale, in appello e in Cassazione. Una raccolta di testi disseminati in giornali locali e riviste, assemblata da Nico Naldini, primo cugino, più giovane di sette anni, complice e poi confidente. La parte migliore è la lunga introduzione dello stesso Naldini, “Al nuovo lettore di Pasolini”. Anche per il vecchio lettore.
Naldini è preciso, fino talvolta all’asprezza: “Il 28 gennaio 1950 ho accompagnato Susanna e Pier Paolo alla stazione di Casarsa. Era ancora notte… “ è l’inizio. Ma senza gigionismi o sovrapposizioni – fin dal titolo: “Il titolo della prefazione ricalca quello con cui Pasolini introduce la prima edizione economica delle sue poesie”, nel 1970. Un altro mondo.
Sono prose suddivise su quattro tematiche: lirica, il Friuli, le autonomie, l’insegnamento. Con un anticipo di “lettere luterane”, un genere si vede caratteriale, la funzione pedagogica  sempre forte in Pasolini, sulla scuola soprattutto. Prose non memorabili, ma piene di immagini e racconti: persone, storie, situazioni, “visioni”.
Pier Paolo Pasolini, Un paese di primule e temporali, Guanda, pp. 329 € 18

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