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sabato 7 aprile 2018

Nasce a Monaco il fronte anti-Hitler

“Quello che abbiamo fatto, in realtà, è solo tendere un filo, che farà scattare una trappola esplosiva. E prima o poi Hitler ci metterà una piede sopra”. L’esito della conferenza di Monaco è così letto dal giovane diplomatico inglese che lega le varie pieghe di quel momento storico.
La storia è dei quattro giorni che rallentarono la corsa alla Guerra, la ritardarono di un anno: una guerra, a conoscenza degli inglesi, già decisa da Hitler il 30 maggio 1938: “È mia ferma e irrevocabile decisione annientare la più presto la Cecoslovacchia con un’azione miliare”. E salvarono (rinsaldarono) l’Occidente? È quello che Hitler pensava e disse il 4 febbraio 1945: “Il mio scopo, nel tentare di venire a patti con l'Inghilterra, era di evitare la creazione di una situazione irreparabile in Occidente”. Harris cerca di capire perché. Chamberlain, che nel 1938 evitò la guerra, ne esce rigenerato.
Non è un libro di storia, ma si chiarisce la posizione inglese: Chamberlain, il primo ministro conservatore in carica a Londra, è un altro. È probabilmente l’ultimo degli inglesi a pensare il destino del suo Paese legato a quello della Germania – a una fratria sassone. Una sorta di soggezione masochista, che declassava il suo Paese a postulante. Allora la Gran Bretagna era l’Impero mondiale, come la stessa Germania aveva riconosciuto con i trattati navali del 1935 – un fatto che si tende a dimenticare, anche nel recente revival churchilliano. E veniva da una vittoria sulla Germania, pagata con 7 o 800 mila morti. Ma “la prima volta che che era andato a far visita a Hitler”, riflette Harris inconsapevolmente diminuendolo, “non aveva voluto avvertirlo del suo arrivo finché non era stato in volo, in modo che il dittatore non potesse rifiutarsi di incontrarlo”.
Chamberlain non è per questo però l’appeaser, quello che finisce per favorire Hitler. “Da questo momento in poi”, può dire dopo l’accordo per la spartizione della Cecoslovacchia, “la responsabilità (della guerra) è tutta di Hitler”. Dopo essere stato accolto a Monaco, come in precedenza a Berlino, dall’entusiasmo popolare. E ai Comuni all’annuncio della conferenza straordinaria a Monaco, come a Londra al ritorno.
La conferenza di Monaco ha solo reso inevitabile o necessaria la guerra a Hitler – il giorno prima non era affatto certa. Di più, come è nella tradizione inglese dei romanzi di spionaggio (G.Greene, Le Carré), la vicenda Harris rilegge senza pagelle e senza scrutini. A volte è necessario perfino tradire – i congiurati tedeschi contro Hitler. E sottrarsi a obblighi sbagliati può non essere possible.
Non un romanzo a chiave. Né risarcitorio della figura di Chamberlain. Semplicemente, mentre si recuperava la figura di Churchill, Harris ha cavalcato l’onda in parallelo riproponendo l’innominabile perdente. Con un titolo pronto per gli ottant’anni del trattato.
La fretta è evidente. Il filo spionistico per reggere la rievocazione è esile, un’amicizia anglo-tedesca degli anni di Oxford. Con molte pagine irrilevanti, traduzioni, copiature, correzioni, messe a punto di lettere e documenti. Perfino errori materiali – se non sono dell’edizione italiana: Eva Braun è Fraülein Brown, ci sono code per il traffico, nel 1938, e telecamere (“il bagliore argenteo delle telecamere”), il congiurato anti-Hitler vive quei giorni a strettissimo contatto col Führer, benché abbia da poco completato gli studi a Oxford, e abbia una fidanzata comunista, oppositrice caparbia, ridotta dal regime a un vegetale, e accudita a spese sue in un ritiro per disabili.   
Ma l’esito va oltre le strategie di mercato: una storia per chi ama la suspense, e per chi ama la storia. R.Harris sa risuscitare la storia – la storia del mondo. Anche quella nota. Sa ricostruirla e raccontarla come se fosse materia vivente, e senza pregiudizi o errori di valutazione. Qui ci sono anche, dimenticate dalla storia, le ragioni della pace.

Robert Harris, Monaco, Mondadori, pp. 297, ril. € 20

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