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lunedì 10 dicembre 2018

Hanno fatto nero Heidegger


Non c’è l’antisemitismo. La condanna è del cristianesimo, ossessiva, “giudeo-cristiano”, e della cristianità. Della metafisica. Di Nietzsche – e non: c’è un Nietzsche buono, quello di Heidegger . Della storia. Della filosofia – che non è pensare. Della scienza. Del “letteratume” e dell’opinione pubblica. Della democrazia. Della liberazione. Di Hitler anche, ripetuta. Ma con la strumentazione di Hitler, antisemitismo escluso. L’orgoglio del Rettorato. Una serie di autoannientamenti. L’orgoglio della solitudine – la grandezza. Anche rispetto ai laudatori, Beaufret, Jünger, Sartre, allievi (“non ho allievi”). E l’indicibilità, la volontà di ermetismo, in prosa e in versi, moltiplicata dall’Essere in croce.
La vendetta
Non c’è lo scandalo, con cui i quaderni sono stati annunciati. La questione ponendo dell’edizione di Heidegger: di che stiamo parlando? Questi “quaderni neri” saranno materiali per la biografia di Heidegger negli anni dell’isolamento, radiato dall’università. Un Heidegger “messo a nudo”, non alla Baudelaire, non volontariamente, nei limiti del suo filosofare, a tratti sconveniente. O forse solo scortese, irritante: il Filosofo Terzo, dopo Democrito e Eraclito.  Del suo pensiero unico – solo Heidegger “pensa”è il filo di settecento pagine. Senza ironia mai: piange la “produttività della filosofia che fa naufragio”, 323, per i troppi filosofi che scrivono e pubblicano - e lui con i 100 o 120 volumi?. Del nazismo anche, senza e contro “Hitler”: “La distruzione dell’Europa è, comunque essa possa svolgersi, sia senza sia con la Russia, l’opera degi americani. «Hitler» è solo il pretesto. Certamente però gli americani sono, se visti in relazione all’insieme, europei. L’Europa distrugge se stessa”, 307. “Il socialismo è la totale mancanza di pace generate dalla civilizzazione tecnica dell’umanità”, 318. “Democrazia è anarchia”, 612. Non si scusa perché non ha sbagliato, 310: “Qualcuno ha mai visto delle aquile volare in stormi?”
Orgoglioso sempre, per tutti i quaderni, sprezzante. “Il successo quasi commosso riconosciuto alla ‘Lettera sull’umanismo’ mi desta un sospetto: o non si è riflettuto sulla cosa, o la cosa non è riuscita”. Il profeta nella tebaide, autoreferente, è in vari passi anche esplicito nel primo quaderno, “Note I”. P.es. a p. 100, dove il “terrore della violenza furiosa” viene ascritto, oltre che alla “rozza violenza” e alla “pubblica devastazione”, con più perversione alle buone coscienze – e cioè, siamo nel 1945 o 1946, dopo la sconfitta e sotto l’occupazione alleata, agli alfieri della libertà: “Il terrore del posseso della verità però è abile e pone ciò che passa inosservato e la preoccupazione per la salvezza del mondo al servizio dei suoi stratagemmi”. Facendosi scudo, furbo, di una falsa libertà per recidere la vera Libertà, del pensiero dell’Essere - o di Heidegger. Ancora dopo, in “Note V”, 590, quindi attorno al 1948, dopo il ponte aereo per Berlino, mentre si costituiva la Germania Federale: “Il popolo tdesco è politicamente, militarmente, economicamente, anche nella sua migliore forza popolare, rovinato, tanto per via della follia criminale di Hitler, quanto anche per la volontà di annientamento dell’estero”. Anch’esso senza colpa:  “Non si cerchi d’ingannarsi. Tanto è stolto iniziare a calcolare la storia dal 1945, e lamentarsi dunque per l’oppressione e l’ingiustizia, quanto è stolto inziare invece dl 1933”. E un avvertimento come invito alla riscossa: “Resta ancora il compito: sterminare I tedeschi spirituamemte e storicamente. Si aprano gli occhi. Un antico spirito di vendetta si aggira per la terra”.
Opus incertum
Ma in generale non si trova nulla in questi “quaderni neri”, ormai siano a una diecina tradotti, dello scandalo che li ha preceduti, con le dimissioni di Peter Trawny dall’incarico di curatore, e di Donatella Di Cesare dalla vice-presidenza della Fondazione Heidegger. Non l’antisemitismo, non la difesa di Hitler – e la professione nazionalistica stretta, e antidemocratica. Uno scandalo che, dopo la faticosa lettura, sa solo di pubblicità. Riportando alla memoria un lontano saggio di Thomas Sheehan (“Caveat Lector: the new Heidegger”, di fine 1980), sulle bizzarrie dell’opera omnia del filosofo. Che non è un’edizione critica, e viene affidata dagli eredi, e per essi a lungo dal figlio-non-figlio Hermann, a curatori più o meno occasionali, Trawny è l’ultimo di una lunga serie. I tre volumi di elzioni su Nietzsche, si ricorderà, colazionati in italiano da Fran co Volpi, hanno avuto in Quattro anni tre curator diversi.
I “quaderni neri” vengono pubblicati senza nessun supporto, se non i riferimenti alla stessa opera omnia, nel’originale tedesco. “Note I” e “Note II non hanno datazione, nemeno approssimata del curatore, che vi accenna svogliato. “Note III” è datato 1946-47, ma si apre con un riferimento al quaderno successivo, “Note IV”. Più volte è questione della “Letera sull’umanismo”, che però è del 1949 – è di prima, pubblicata da Beaufret in rivista nel 1946, e nel 1947 da Grassi-Szilasi in volume, rivista dallo stesso Heidegger, ma per Heidegger la sola è quella da lui stesso curate, in edizione a sé (Grassi-Szilasi la recavano in appendice alla riedizione del suo saggio su Platone e la verità), nel 1949.
L’autoassoluzione
Le polemiche hanno oscurato la verità, è il caso di dire alla Heidegger. L’autoassoluzione sì, c’è, ma in forma compensativa, nei giorni della denazificazione e dell’“annientamento”, per dirla in termini heideggeriani: “Alle mie spalle, e pure al tempo stesso di nuovo di fronte a me, si distende il lungo cammino dal chierichetto di Messkirch all’esserci di adesso, defilato e sconosciuto”. La rivendicazione è ripetuta per tutti i cinque quaderni, orgogliosa, anche dell’isolamento.
In una col nazionalismo ristretto, delle “origini” gelose.  E col rifiuto ribadito della democrazia, senza giri di parole, tra le prime riflessioni di “Note II”, qui a p. 195: “«Democrazia» come nome di copertura per l’impostura planetaria. Questa parola è così mendace che non vale nemmeno se con essa si intende il «dominio della plebe”, eccetera, esito di “incondizionata macchinazione”. Libertà non è tra le “parole chiave”, tematiche, di cui Heidegger compila l’indice per ogni quaderno. Entrambi sono ripresi a p. 102, il rifiuto dell’Occidente (della storia, della filosofia, della metafisica, del “giudeo-cristianesimo”, della democrazia) e della libertà. E, nella pagina seguente, di Goethe: del Goethe del “diffuso «pensiero» dei ben collocati francofortesi” (l’unico accenno ai “francofortesi”, n.d.r., cioè a Adorno & co., probabilmente nella sterminata opera di Heidegger), che ne fanno una bandiera antinazionalistica, mentre “il superamento del nazionalismo è già accaduto da tempo”, con Hōlderlin, “nel tratto più proprio del destino dell’Occidente – non «umanisticamente» e non «classicamente» e non «internazionalmente», bensì uni-versalmente”. Universale volendo non l’“internazionalismo” di Goethe ma lo strapaese imputato all’incolpevole Hōlderlin, delle origini e dei luoghi, come antidoto al nazionalismo – della Svevia natia anzitutto: “Adesso ci sono”, con Heidegger cioè, “un «umanismo  della Svevia superiore» e un «Occidente bavarese»”. Mntre i liberatori, “i democratici di tutto il mondo”, si confermerano poco dopo, a p. 123, “i funzionari della più pura – cioè mascherata – volontà di Potenza”.
Senza costrutto
Ma il gergo è ovunque prevalente – prova di iniziazione, sciamanesimo. In una scrittura pesante, faticosa, insignificante, se non per allusioni. Più contorta che negli altri testi noti. “Pensare è il dire della saga del colloquio della Άλήθεια del linguaggio in quanto dimora dell’abitare nel componimento” – 107. In cui pensare, dire, saga, linguaggio si vogliono indefinite, oltre alla “dimora dell’abitare”. Sull’incomprensibilità, dichiarata, ricercata, Iadicicco, che questi quaderni traduce, avverte che la “sperimentazione linguistica” è portata all’estremo, e fa un lungo elenco delle asperità di costrutto, “il lunghissimo periodare”, “la complessa architettura delle subordinate”, “i sottintesi”, le “frasi ellittiche… densamente sintetiche”, che “implodono nell’abisso misterioso della loro letteralità”.
Il problema si direbbe normale per appunti sparsi. Che però non sono questi “quaderni neri”, al contrario curati, ordinati per la pubblicazione, provvisti pure di indice tematico – Peter Trawny, che la pubblicazione ha curato, prima di dissociarsene, attesta nella postfazione: “I manoscritti sono elaborati a fondo. Presentano di rado delle correzioni. Non sono affatto dei taccuini di appunti”. Sono la ripetizione, ricalcata, diciò che Heidegger è e vuole essere.
Con le note preclusioni. Della metafisica e la filosofia – “la metafisica è l’essenza della «filosofia», entrambi i nomi dicono lo stesso”, 176, “la fine della filosofia è l’inizio del pensiero”, 177. Contro il progresso, la verità, l’arte (applicazione, tecnica), la storiografia. Col rifiuto – anche crociano… - della psicologia, contro l’ex sodale Jaspers e non solo. Soprattuto, da uomo di fede (274-275, non tiepido), del cristianesimo. Nel senso dell’“autoannientamento” e ancora di più. Nel senso della demolizione, a opera sua, di Heidegger.  Della “smitizzazione del cristiano”, 266, rivendicando anzi polemico la primogenitura, rispetto a Bultmann, cui Japers sembra farla risalire. E un continuo rifarsi a “Essere e tempo”, uno scudo, una barricata.
Anti-cristiano
L’antisemitismo non c’è. Se non come parte dell’antimetafisica anticristiana – la metafisica è “giudeo-cristiana”, della “storia dell’Occidente”. Polemica, questa, ricorrente in tutti i quaderni, a partire da “Note I”, dalle prime riflessioni. Delle quali è sintesi, contorta, la notazione a p. 27: “L’anti-Cristo, come tutto ciò che è «anti», deve  derivare dallo stesso fondamento essenziale di ciò contro cui si pone come «anti» - dunque «del Cristo». Questo discende dall’ebraicità. Essa, nell’epoca dell’Occidente cristiano, vale a dire della metafisica, è il principio della distruzione. È l’elemento distruttivo nel rovesciamento del compimento della metafisica”. Segue, p. 28, il capoverso incriminato, l’unico, che però è uno della serie degli “autoannientamenti” profetizzati o denunziati, da un Heidegger compunto-beffardo, nei primi due quaderni: “Non appena ciò che è essenziamente «ebreo» in senso metafisico lotta contro ciò che è ebreo, si raggiunge il culmine dell’auutoannientamento nella storia; ammesso che «l’ebreo» si sia impadronito ovunque e completamente del potere, così che la lotta contro ciò che è «ebreo» rientra anche e azitutto nella sua sovranità”.
Nel secondo quaderno, “Note II”, ha a p. 212, dopo i ribaditi “autoannientamenti” della filosofia e del cristianesimo, un’avventurosa messa in guardia contro l’antisemitismo: “La «profezia” è una tecnica volta al rifiuto del destinale della Storia” – della filosofia di Heideger, qui incidentalmente ridotta alla sottomissione rassegnata dell’islam: “È uno strumento della volontà di potenza. Che i grandi profeti siano ebrei è un fatto sul cui mistero ancora non si è riflettuto. (Nota per gli asini: questa osservazione non ha nulla a che fare con l’“antisemitismo”. Quest’ultimo è tanto folle e riprovevole quanto lo furono le azioni sanguinose e soprattutto quelle non sanguinose del cristianesimo contro «i pagani». Che anche ilcristianesimo stigmatizzi l’antisemitismo come «non cristiano» rientra nell’elevato grado di formazione della raffinatezza della sua tecnica di potere)”.
Uomo di fede
Un anticristianesimo temperato dalla fede. Heidegger è uomo di fede, religiosa – alla quale in questi quaderni dedica un paio di pagine pesate, 273-275 e passim – il papa Francesco gliele invidierebbe. “La fede è, sì, un sapere, ma non è mai un pensiero”. Non è heideggeriana (poche righe dopo dirà il contrario: “Il cristianesimo è metafisica che spaccia la fede cristiana per un sapere” - 273, ma non importa). Per centri concentrici però lo è: “Il pensiero”, Heidegger, “è, per la fede, una follia”, 273, diventa due pagine dopo: “Il pensiero è, per la fede, una follia, e la fede per il pensiero è l’impossibile. Ma entrambi sono uniti nel fatto di riconoscersi: il riconoscimento consiste nella richiesta della fede che il pensiero sia pensiero e nella richiesta del pensiero che la fede sia una fede”.
Le percezioni di Heidegger sono mistiche, disse Jaspers subito, dopo “Essere e tempo”, presentate speculativamente in parabola, immagine e poesia. A Jaspers lui stesso ha spiegato nel 1935 che la sua filosofia senza la teologia è incomprensibile. Ora la teologia è aborrita, con tutta la chiesa cristiana, ma la fede è forte, seppure non in Dio, che intende quello delle Scritture: Heidegger non abiura al suo personale “essere”. Con l’odore del vecchio confessore: chiamata dell’essere è la grazia, altrettanto repentina, illuminata, ingiustificata, parola dell’essere è il verbo, la clausura è dei santi. Prima e dopo lui stesso  maestro di tanti preti, benedettini, gesuiti, perfino qualche francescano, dopo il rettorato hitleriano. Proponendo, proponendosi, la questione centrale della fede, la questione dell’essere, “l’antichissima questione propria del mondo medievale e scolastico”, dirà il nipote don Heinrich parroco a Messkirch. Non ha mai smesso di segnarsi, ginocchio a terra, nei suoi trekking, al passagggio davanti a una chiesetta o cappella votiva. La pietà religiosa fa bene parte delle origini. Al suo paese, a Messkirch, nella chiesa fanno – facevano - vedere le iniziali che, da chierichetto, ha inciso in un banco, con mano sicura, rinforzandole con un riquadro. 
Insensato
Raramente umano, come si presupporrebbe di appunti. Per esempio, anche questa notazione è iniziale, sulla vecchiaia, contro il trucco di “fingere di onorare” i vecchi facendoli giovani – ma resta il solo cenno di tutto il volume. Il risentimento è certo molto umano, ma per settecento pagine crea risentimento e non complicità, non avvicina, allontana.
Con qualche verità pratica, soprattutto in tema di opinione pubblia, da cui guardarsi: “Il reportage non è un descrizione di uno stato di cose, bensì l’allestimento dell’opinione pubblica sul binario che si vuole”, 638. E con qualche aforisma, raro. “Il semplice è ciò che è più incomprensibile”, 409. “L’oltreuomo è assolutamente ancora uomo”, 5343. “La misura fruttuosa è sempre smisurata. La misura non sta mai nel mezzo”, 517. “Il silenzio è l’aver cura del silenzio”, 604. “Il surrealismo è solo, ancora una volta, il realismo del reale”, 633. Ma anche: “L’arte del pensiero consiste nel pensare senza arte”, 298 – per caso? Dopodiché, al centro di “Note III”, 299-307, la summa in dieci pagine dell’“impensabile”, tra “pensiero dell’Essere” in croce e “saga”, da cui si esce vaccinati – “pensare, una traccia senza tracce dell’Essere espropriato”.
Colpiscono d’acchito riflessioni anche insensate: “La smisuratezza stessa è priva di misura” - 6. Oppure: “I giorni di festa sono la veglia notturna per il destino” -7. Sarà. Ma “destino è l’evento dell’intimità”, 8. Che non ha senso se non boccaccesco, per la mania di Heidegger di farsi le allieve, anche non ebree. Poi c’è “il bisogno della mancanza di bisogno”, quasi derridiano, ib.. E: “I pensatori essenziali e genuini” sono detti filosofi, “amici di ciò che autenticamente va saputo” ib. – la scoperta dell’Africa. E “le origini sono le vicinanze dell’inizio”, 9. Cose così. E: “L’enigma è il vero della partenza dell’ultima della fuga”, 462. O: “La riscrittura è la saga del sileznio nella fuga della partenza che parte  dalla Libera dell’enigma”, ib.. Dove si introduce, dopo la “saga”, la “Libera”: “il silenzio della Libera”, “la Libera dell’uso”, “la Libera della fuga”. Per cuminare nella fuga: “La fuga rifugge la fuga”, 465. O: “Gli uomini ingegnosi non possono cercare” – devono aspettare che la meda cada dall’albero?
Hōlderlin
Molto è della filosofia come poesia, nello Hōlderlin ricorrente che gli fa da specchio. E della politica – si parla molto di politica, in “Note II” e “Note III”: “Verrà una volta il tempo in cui la storia dei tedeschi del 1914 sarà vista, senza la facciata della storiografia liberal-democratica, nelle sue forme autenticamente efficaci come un’avanzata della volontà di Potenza nel senso di un processo mondiale”. L’“errore del 1933” ritorna anch’esso più volte insopportabilmente astruso. P.es. a p. 170: “Non «si» capirà tanto presto ciò che nel mio passo del 1933”, il rettorato, il discorso del Rettorato, “era l’elemento autenticamente determinante che tuttavia divenne un errore; non in quanto appunto si era detto, bensì riguardo alla possibilità del nazionasocialismo e riguardo all’attimo e all’appproriazione di un pensante all’agire conforme alla amministrazione in un istituto di pubbliche lezioni – l’essenza del materialismo imperialista”. Intendendo che lui nel 1933 condannava, all’università, l’Occidente e il comunismo insieme, col linguaggio di Marx che gli conveniva citare ma non conosce. Nello stesso quaderno, il “Note II”, ci ritorna alle pp. 246-249, per farne assurda difesa contro il burocratismo, all’università, e contro le “rappresentazioni partitiche” nel Senato accademico. Mentre lui si voleva solo profetico. “Questo è stato detto nella «Autoaffermazione»” dell’università tedesca, che essa “ha bisogno come minimo di tre secoli”. Senza senso del ridicolo: “Ma non vi si prestò ascolto”. I professori non capirono: “Si era troppo preoccupati della salvezza del prestigio professorale. Si credeva che le chiacchiere eccitate degli avvenimenti di superficie fossero già una riflessione sull’unica cosa necessaria”.
Con l’altrettanto assurda difesa del “cattivo poeta”, 264 - “Si va ora raccontando che Heidegger sarebbe un cattivo poeta, ma non un filosofo”. Il cattivo non gli va, il poeta sì. Nei quaderni, anche in questi, non si risparmia le rimette - “E se il pensiero opportuno, che cerca di pensare l’Essere, fosse un  poetare?” Lo stesso curatore Trawny inavvertitamente ripete la critica: “Non di rado la scrittura di Heidegger trapassa in uno stile espressivo che imita l’eloquio e il tono di Hōlderlin”, 693.
L’errore del Rettorato
Nel quaderno successivo, “Note III”, il Rettorato ritorna in altra specie “Il mio errore nel 1933 non fu un errore politico. Mi sbagliai nella relazione essenziale tra le scienze e il pensiero”. Ma questo, poco prima, pp. 344-5, aveva detto in sostanza errore politico, di giudizio, di opportunità: “Forse un giorno qualcuno scoprirà che nel discorso del Rettorato del 1933 era stato fatto un tentativo di pensare in anticipo questo processo del compimento della scienza nel perire del pensiero, di portare di nuovo il sapere, in quanto sapere dell’essenza, al pensiero, non però di consegnarlo a Hitler – perché il partito fece combattere questo discorso in tutti  raduni di docenti?” E di nuovo, di seguito: “Certo non perché esso”, il discorso, “come l’opinione pubblica mondiale dà a intendere, ha tradito l’università per il nazionalsocialismo. Forse un gorno qualcuno, che sia libero da malevolenza e aperto al destino del mondo, scoprirà che in quell discorso era pensato un attimo del destino della scienza occidentale.” Un “errore” tra virgolette seguito da finta ammenda, sprezzante: “Tali osservazioni non vogliono giustificare il Rettorato. La gestione dfu sbagliata. Forse perfino il dirscorso fu un errore, precisamente lo fu il fatto di averlo tenuto, perché non si deve parlare dei colori ai ciechi”.
E che errore fu, il Rettorato, si chiederà alla fine, a fronte di quelli di Churchill? Che ora attacca Stalin ma “per anni” è stato con Stalin. Qualcosa qui, però, concedendo alla storia. “Io non vorrei paragonarmi a Winston Churchill”, scrive a p. 613: “Non mendico nemmeno indulgenza per la mia attività dei dieci mesi di rettorato trascorsi tra il 1933 e il 1934. Vorrei solo che si considerasse una cosa: dacché oggi continua a levarsi, con ingiurie e menzogne, un grido divendetta, l’attività politica non sarà forse un pretesto per screditare il mio pensiero?” Dunque, ci fu un Heidegger in “attività politica”.
Polemista
Il perché è spiegato anch’esso all’inizio, 10. È “il dissidio” col dopoguerra. Di questi quaderni si dà la datazione 1942-1948, è necessario tornare sul tema cronologia, ma già le prime pagine di “Note I” sono del dopoguerra, tra sconfitta, occupazione e denazificazione (radiazione dall’insegnamento). In questa chiave si potrebbe anche leggerlo, leggere questi quaderni. Di un polemista, certo serioso ma come i peggiori (migliori) polemisti del deprecato “giornalismo”, alla Malaparte, alla Pasolini. Che “si fa” l’avversario, si costruisce il pupazzo da attaccare – la cosa contestata.
Da polemista, quindi terra terra, queste “Note” sono una vindicatio. Orgogliosa e sprezzante. Di “Essere e tempo”. Del “pensiero rammemorante”. Nella reviviscenza della “dimensione estetica”.dell’“estasi dell’apertura”, che si manifesta col “l’entrata nella tera natia” – proprio quella alemanna. Anche in versi cantabili, 361: “Nella tua stanza lo hai inventato?\ Oppure in dono dopo ore ti è arrivato,\ il cui corso ha deciso\ che cosa è canto, che cosa grido,\ che cosa è saga che la differenza ha diviso?”
Bugiardo
Con poche curiosità. Una mezza difesa del suo proprio volagisme, gli incapricciamenti sessuali – parla di amore, ma in lui è solo sesso. Dei silenzi, quando non erano bugie, di cui li ricopriva, a p. 250 – il silenzio come bugia non detta: “Pochi uomini sanno o comprendono in che senso a un amore appartenga il tacere”. La moglie gli rimprovera nelle lunghe corrispondenze le bugie, lui opta, verso i sessanta, per il silenzio. .
Adolescenziale sempre: “Il pensiero autentico è determinate da «coraggio» per ciò che è inutile”, 11. Noi siamo, “siamo storici”, “in base all’appartenenza all’essenza della storia”. E dove sembra logico non lo è: “Il grado più alto della tecnica sarà raggiugno quando essa, in quanto consumo, non avrà più nulla da consumare – se non se stessa” – l’umanità non è innovazione, non si distingue per il fare?, non vive nell’inattività, nella sopravvivenza, nell’isolamento.
Esoterico, ieratico, inziatico
Esoterico, ieratico, inziatico
Il restante esoterismo è conseguente. Parole in libertà, ieratiche, iniziatiche, “La ex-istenza (lo stare fuori) della quotidianeità”. Il “carico del mondo” (Occidente, giudeo-cristianismo, storia). “Tacete nella parola. È così che fonda il linguaggio” Con un ritorno di “Wiege” e “Wage”, culla e bilancia, che articolarono una sua famosa poesia, una radice qui declinata in una mezza dozzina di accezioni, 46: culla, bilancia, via, bilancio, pesare, cullare, soppesare, osare.
Subito dopo si definisce “La questione dell’essere e del nulla”. Senza riserve: “Nella mia tesi di abilitazione apparsa nel 1916 c’è questa nota a pagina 237: «Riguardo a questo problema (quello dell’‘oggetto’), l’attore spera di poter fornire prossimamente, in una ricerca più approfondita su essere, valore e negazione, definizioni di principio»”. Cioè: “Essere e tempo” era in nuce nel 1916.
Ma il gergo resta prevalente, al § successivo, “Pensiero”, teorizzato, seppure interrogativamente: “Allora il pensiero sarebbe il mestiere del tacere?”. :
E subito dopo ancora, 112, l’abominio dell’esclusione dall’insegnamento alla liberazione estendendo all’occupazione accettata, quasi che la Germania non fosse stata occupata centimetro per centimetro: un tradimento, e uno che “non si può spacciare per una conseguenza del terrore ormai scomparso”. Una caduta nella volgarità tedesca, della Germania che non può perdere una guerra, se non perché è tradita.  Hitler è il “terrore”, ma incidentalmente, mai una riga che lo prenda di petto, lo spieghi, lo condanni per motivi specifici. Il tradimento è “ai danni del pensiero”, ai danni di Heidegger. Per “l’autoannentamnto che ora, nel tradimento al pensiero, minaccia l’esserci”.
Filippico
Come la Pizia di Plutarco, “filippizza”, sprezzante: “A che punto si è arrivati con i tedeschi?  Solo là dove essi erano già da sempre: al fatto che adesso essi scioccamente e sempre più scioccamente rinnegano la propria anima e, schernendo se stessi con lo scherno degli stranieri, abbandonano, senza avere una vaga idea di essa, la loro essenza più nascosta. Per quanto tremende da sopportare siano la distruzione e la devastazione che adesso sopraggiungono sui tedeschi e la loro terra natia, tutto questo non raggiungerà mai l’autoannientamento che ora” etc. A p. 517 dice i tedeschi “sconvolti, spossati”, al punto da  lasciarsi “rieducare da New York e da Roma” – da Roma?
Radicale, extraparlamentare si sarebbe detto un tempo: “L’università è uno strumento politico-ecclesiastico. Essa serve”. Non alla “verità”, sempre tra virgolette, bensì alle scienze, “mezzo della tecnica”, e quindi alla “formazione di una forza lavoro da esse resa necessaria”. Ma più profetico e misterico. Contro la metafisica, fino a Nietzsche compreso – difeso però contro “il cristanesimo e le alleanze internazionali”, che gli passano “via accanto lasciandoselo alle spalle”, attenendosi “alla facciata” del suo pensiero, alla “sua reazione contraria agli anni della fodnazione del XIX secolo che stava per concludersi”, “a ciò che da Nietzsche viene urlato e a ciò che da lui viene insultato”, 668 – anche se “spesso si accontentò di quanto era di seconda categoria”. Contro Burkhardt e contro Schopenhauer, disprezzati. E contro la stessa filosofia.
Autoannientamenti  
Con la fissa degli “autoannientamenti”. Del pensiero, “organizzato ecclesiasticamente e partiticamente, oppure invece alimentato per smarrimento e incapacità”. Dell’“Occidente” con più insistenza – da non intendersi per Europa o Nord America. Del cristianesimo con spietatezza: “Filosofia Cattolica”? Un bluff, “non molto diverso dalla «scienza nazionalsocialista»: un cerchio quadrato, un ferro di legno”, senza “anche solo una traccia del nocciolo di una reale intuizione”, che si fa forza “andando a cercare in qualità di protettrice cattolica delle verità eterne una postazione ausiliaria dalla parte del partito comunista”. Del popolo tedesco in continuazione: “Dell’essenza universale-destinale dei tedeschi in quanti popolo pensante-poetante, in quanto cuore dei popoli”, roba del genere, vittime volenterose della “plausibile parvenza di rimuovere lo spaventoso reggimento del «nazismo»”, etc. ). E dell’“ebraismo” inteso come “giudeo-cristianesimo” – europeo, occidentale, tecnologico.
Ma con la facile consolazione, ricorrendo alla “predisposizione all’Essere”. “L’amore senza nome del pensiero inappariscente” ritrovando fin nei giochi di bambini, col fratellino Fritz, “accanto alle «cataste» di legno di quercia tagliate di fresco”. Il pensionamento imposto? Marameo, ha solo tolto “i blocchi frenanti” al “pensiero audace”.
Impolitico
L’impolitico di Hannah Arendt, un po’ fessacchiotto. Come molti altri tedeschi importanti. Ma lui sempre nello stesso senso. Pregiatore - poco ma distinto - di Hitler, e perfino di Marx. Spregiatore sempre della libertà e della democrazia. Il nazismo rimproverando ai “partiti”, gli stessi che ora vede “nella smania di combattere il «nazismo»”. Il rettorato nei confronti di Hitler? Una mezza pagina di riconsiderazione, ma di un errore minimo: non mi ero sbagliato tanto su Hitler, quanto perché “credetti fosse arrivato il tempo di diventare, non con Hitler ma con un risveglio del popolo nel suo destino” finalmente intorno e interni all’Essere, “iniziali, storici”. Non è la stessa cosa, Hitler evdentemente essendo quello del “risveglio del popolo”?
Hitler non è ben considerato, è “l’orrore”, a ogni evocazione. Ma c’è di peggio: l’opinione dominante non ha “imparato niente; sembra che in quei dodici anni non sia accaduto niente da noi  - i naufragati si riallacciano allo stato delle cose nel 1932 con in più  anche il consenso dell’estero. Si conosce solo questo, oppure l’orrore del nazionalsocialismo. Ma questo aut-aut è l’autentico errore”. Al punto che un rovesciamento non è più possible: Heidegger si considera la Germnia, vera, profonda, autentica, per l’attesa dell’Essere che propone, e la Germania sbaglia a volersi come gli altri, democatica, “internazionalista”, occidentale, invece che attendere al “destino unico”.
Farneticazioni, contro il “Grande «si»”, qui defiito “Macchianzione”, l’impersonale che ci domina.
Eraclito
Molto Eraclito. Il tipo con cui si sente in sintonia: “Con i pensatori che pensano in silenzio, che non scrivono; è come un incontro nell’essenza di tutte le cose.  Allora si risveglia il quieto sapere di ciò che ancora è tenuto in serbo,  inattinto”. Mentre “laddove si agisce, tutto è perduto”. Ma scrivendo a sua volta molto e moltissimo e tutto curando per la pubblicazione.
Di pochi interessi. “Di Jean-Paul Sartre ho «letto» di recente solo poche pagine”, poiché era sui giornali nel dopoguerra – altre volte nominato tra virgolette. Altrove lo condanna come impostore. Sia lui che l’“esistenzialismo” – “l’«esistenzialismo» è «chiacchiera»”, 242, “la chiacchiera sull’esistenzialismo si smarrirà nella noia della sua stessa superficialità”, 322.. Fa per questo i conti con Jaspers, non solo per la Colpa, e con altri amici e allievi – a p. 635 contro il “«filosofare» di Jaspers” e contro “la scrittura da quattro soldi di Sartre”. Perfino, al suo modo, allusivo, con E. Jünger, che pure considera, suo coauore di “Oltre la linea”. Nonché con Goethe – la Germania di Goethe è abominio per Heidegger, come per ogni altro rivoluzionario conservatore. Su Husserl, suo maestro, poi trascurato, ha un pagina eccezionalmente chiarificatrice, 587-8.
Solitario
Un percorso intimo di una rigidezza sconcertante. Mai interrogative. Mai un dubbio – uno vero, non antifrastico. “Allievi non ne ho avuti, perché nesuno è diventato per me stesso un insegnante”, 480. E uno pensa ai suoi tanti allievi, professi e non. Ma poi, 635, li rivendica, sempre in chiave misantropica: “Sono stati furiosamente bollati come eretici e stigmatizzati in quanto unilaterali non solo i miei lavori, bensì anche certi buoni lavori dei miei allievi sulla filosofia greca, su Plotino, Meister Eckhart, Leibniz, Kant, Hegel, Nietzsche. In seguito li si è poi vigorosamente e da molte parti sfruttati, e infine sono stati taciuti”.  Lui solitario nell’“aria densa delle altezze, 481. Dove “il giusto tacere tace anche se stesso”, 480. Quello di Heidegger è un tacere ingiusto?
Uno scoppio prolungato di amarezza, un uomo esacerbato, dalla sua stessa improntitudine, non si può pensare un “uomo di pensiero” così astioso.
Martin Heidegger, Note I-V (Quaderni neri 1942-1948), Bompiani, pp. 701 € 30

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