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sabato 4 maggio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (393)

Giuseppe Leuzzi


Il Sud onora le Madonne – più qualche santo sparso, una curiosità locale, in genere mariologo. Perché è della terra, coltivatore, pastore, prima che operaio e urbano. Sarà questa la chiave della bizzarra comunione con l’Africa. Con l’Africa a sud del Sahara. Comunione di linguaggi: ci si capisce, pur non parlando le stesse lingue. Perché l’Africa è terricola - agricola, e materna.

Il dottor Kaarbat, olandese, ha almeno 409 figlie, e probabilmente un paio di centinaia di figli, nati dal suo proprio seme nella sua clinica per la fecondazione assistita. Semplice, un business come gli altri, ma si prendeva lui tutti i soldi. Creava delle false cartelle di falsi donatori, perché la legge vuole che restino identificabili, ma che truffa è? E poi succede in Olanda, mica a Napoli.

Il Sud nella storia è stato “ridotto tutto”, lamenta lo storico Giuseppe Lupo sul “Sole 24 Ore”, alle contese sul latifondo”, e alle narrazioni “dei vinti e dei gattopardi”. Un selfie col fish-eye.

Il Sud anglo-veneziano
“A Milano sei innocente finché non sei colpevole, a Roma sei colpevole finché non sei innocente, in Calabria sei colpevole finché non sei colpevole”, riflette un detenuto in Michael Dibdin, “Nido di topi”. A Milano non è vero – il romanzo del giallista anglo-veneziano è del 1988, alla vigilia del diluvio cosiddetto di Mani Pulite – ma altrove è così.
 “Qualcuno dice che i meridionali siano stupidi”, cosi il commissario veneziano di Dibdin, Aurelio Zen, nello stesso “Nido di topi” intimorisce nell’interrogatorio il bandito calabrese.
 “Come diciamo noi a Napoli”, il questurino napoletano che gli fa da autista mette in guardia Zen nello stesso thriller, “non credere mai a un calabrese a meno che non dica di mentire!”.
Complice di un rapimento a opera di banditi calabresi è, nel romanzo di Dibdin, un ispettore di polizia, che quando è scoperto si difende “sprezzante”: “Non è stato per denaro. Siamo dello stesso posto, di paesi vicini. Mi hanno chiesto semplicemente di aiutarli. Non avrei guadagnato niente per me, solo la riconoscenza di certa gente, gente di rispetto”. Antropologia sommaria perfetta.
E ancora, dell’Aspromonte, allora inaccessibile covo di rapiti: “Un territorio cinquanta volte più grande della repubblica di San Marino e molto più indipendente di quest’ultima dallo Stato italiano”.

Sudismi\sadismi
Pasolini amava Ninetto Davoli, di San Pietro a Maida (che Londra immortala in Maida Vale, in ricordo di una battaglia contro i francesi nel 1807, vinta con i “massisti” calabresi) e disprezzava la Calabria. Non solo a Cutro, nel famoso coast-to-coast papaleiano dell’Italia, Ventimiglia-Trieste, in 48 ore. In “Profezia”, la poesia a forma di croce, della raccolta “Poesia in forma di rosa”, dedicata “a Jean-Paul Sartre, che mi ha raccontato la storia di Alì dagi Occhi Azzurri” (per questo confluirà anche nella raccolta successiva sotto questo titolo di soggetti e sceneggiature), era andato più in là: “Era nel mondo un figlio\ e un giorno andò in Calabria:\ era estate, ed erano\ vuote le casupole,\ nuove, a pandizucchero,\ da fiabe di fate color\ delle feci. Vuote.\ Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi\ senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne.\ Le spighe cresciute per bocche di scheletri.”
Una terra e un destino per i quali “l’operaio di Milano” si è battuto inutilmente: “Nella loro Terra di razze\ diverse, la luna coltiva\ una campagna che tu\ gli hai procurato inutilmente.\ Nella loro terra di Bestie\ Famigliari la luna\ è maestra di anime che tu\ hai modernizzato inutilmente…”. Il Calabrese risalirà la penisola, risalirà l’Europa con gli sbarchi dai “regni della Fame”: “Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,\ a milioni, vestiti di stracci\ asiatici, e di camice americane.\ Subito i Calabresi diranno\ da malandrini a malandrini: «Ecco i vecchi fratelli,\ coi figli e il pane e formaggio»!\ Da Crotone o Palmi saliranno\ a Napoli, e da lì a Barcellona,\ a Salonicco e a Marsiglia,\  nelle Città della Malavita.\ Anime e angeli, topi e pidocchi,\ col germe della Storia Antica.”

 

La scomparsa della mafia
Palermo senza mafia? Il processo ormai quindicennale Stato-mafia ha avuto l’effetto di far sparire la mafia: dunque era vero che la mafia è lo Stato?
Riapre il processo allo Stato a Palermo, una città in cui, dopo la cattura di Provenzano nel 2006, la mafia è scomparsa. Se non per vendette di affaristi, che si accusano l’un l’altro di mafia.Non ci sono più cupole, e nemmeno capi, né mandamenti. Si favoleggia di un ricercato numero 1, Messina Denaro, che sarà pure un supermafioso ma può vivere tranquillo a casa, tra Palermo e Trapani, nessuno si perita di andarlo a prendere.
La cosa purtroppo non è da ridere, e c’è da vedere il perché.
Si potrebbe chiudere lo Stato mafia subito con Massimo Bordin, la voce di radio Radicale tanto vituperata e ora, in morte, santificata, che il processo vedeva come un carrozzone: “Il processo si è strutturato come una gigantesca matrioska, contenitore di altri processi che a loro volta ne contengono altri… I protagonisti sono sempre gli stessi, imputati, pentiti e testimoni, sentiti più volte sui medesimi episodi” (“Panorama”. 30 dicembre 2013). Con testimonianze, va aggiunto, variabili sullo stesso punto in anni e processi differenti. “Inevitabile effetto della convergenza di più fattori discorsivi”, secondo  il celebrato penalista palermitano Giovanni Fiandaca: le dinamiche complesse della memoria e il condizionamento dei media, degli altri processi, degli altri testimoni. E le tecniche e tattiche del pentitismo all’italiana? Se non altro del bisogno del pentito di conformarsi al suo inquirente.
Bordin e Fiandaca sono garantisti, quindi non fanno testo. Ma si è riaperto sabato in appello il quindicennale processo all’insegna della teatralità. Non sono bastate le scenografie faraoniche del presidente della corte d’assise Alfredo Montalto, che ha condito le sue severe condanne con una sentenza biblica di 5.200 pagine. Dopo aver condotto la sua corte come un circo spettacolare su e giù per l’Italia, per onorare questo o quel Grande Pentito di Mafia, e perfino al Quirinale. Con codazzo di giornalisti come una starlette, “rivelazioni” facendo balenare su Berlusconi, su Napolitano, su chiunque. Dopo l’esordio con un giudice-che-va-veloce all’udienza preliminare, Piergiorgio Morosini. Uno che la pensa così: “Le trattative oscure tra cosche e pezzi dello Stato non sono una novità… Trattative si sono svolte a ogni livello della vita sociale, economica e istituzionale del Paese”. Cosa non si fa per magnificare la mafia. Per disattenzione? Sarebbe bello.
Il giudice dell’appello, Angelo Pellino, ha aperto il sipario con una presa in giro dei predecessori, della pretesa di “fare la storia dal buco della serratura”. Con una lezione di metodologia: “È stato detto che non si può riscrivere la storia del paese guardandolo dal buco della serratura. Al di là della metafora non felicissima, credo sia una verità condivisibile, quasi banale, se con questo si vuole significare che la complessità dei fatti storici non può essere compressa nella gabbia del paradigma giudiziario nel quale è giusto che si muova”. Bonario ha aggiunto: questo può accadere. “Può accadere che ci sia un effetto (del genere), che non sia cercato e voluto e non si sostituisca all'unico scopo del processo penale che, per il secondo grado, è la verifica dei motivi di appello”. E ha promesso un giudizio imparziale: “Gli imputati saranno giudicati per ciò che hanno fatto o non hanno fatto: spero che ci sia un serrato confronto sulle questioni tecnico giuridiche e sull’accertamento probatorio”. Ma Pellino stesso è famoso per una sentenza – un’assoluzione per Riina, sì, proprio lui, al processo per l’assassinio di Mauro De Mauro – di 2.200 pagine.
La giustizia ha riti suoi a Palermo, analizzati da una letteratura vasta, a partire da Sciascia, ma indistricabili. Si può solo dire quello che si vede. Il processo matrioska è una serie di processi in realtà. Tutti senza indagini specifiche, né prima né durante il dibattimento. Prove sono le convinzioni dei giudici, e le testimonianze di “pentiti” erratici, che dicono una cosa in un processo e un’altra in un’altra. Non si cerca altro, basta la testimonianza di questi personaggi che restano indegni benché la legge li protegga. Pronti ad assecondare l’accusa contro lo Stato, ma sempre da furbi, parlando cioè per  “sentito dire” – non si sa mai che gli inquirenti cambino, che qualcuno degli accusati faccia carriera, che la copertura venga scoperta.
Nel frattempo i giudici che hanno promosso il processo si sono sistemati. Ingroia, il creatore del pool Stato-mafia e suo primo coordinatore, si è candidato alla presidenza del consiglio nel 2013 e ha lasciato la magistratura. Di Matteo, Del Bene e Tartaglia si sono sistemati a Roma, al cuore della capitale. Di Matteo e Del Bene alla Direazione nazionale antimafia, dove non c’è nulla da fare, nel bellissimo palazzo di via Giulia. Tartaglia alla Commissione parlamentare antimafia in qualità di consulente. Teresi, che è succeduto a Ingroia quale coordinatore, è rimasto a Palermo, in attesa del passaggio a capo della Procura.
Dei giudici, ancorché della Procura, non si può parlare male, perché hanno avuto troppe vittime di mafia. Lo dicono loro e hanno ragione: le vittime sono troppe. Le vittime di mafia sono sempre troppe. Anche tra i giornalisti, e tra i politici – sì, ci sono politici assassinati dalla mafia. Proprio per questo sarebbe necessaria una vigilanza continua, e armata. Invece di disarmare i corpi dello Stato che devono effettuarla.
Palermo ha suoi riti speciali specie a palazzo di Giustizia. All’insegna del “tragediatore”, il tipo che Sciascia ha reso famoso. Lo Stato-mafia si è riaperto sabato con la desistenza di Ciancimino jr., il teste che più aveva allietato le sedute di Montalto. Col “papello”, un documento falso per tutti, eccetto che per  giudici palermitani. Quando poi l’attendibilità di Ciancimino figlio non si è potuta più sostenere, lo stesso è diventato imputato, di mafia, falsa testimonianza eccetera. Ora può defilarsi dal processo, dove ha fatto condannare i Carabinieri, perché non se la sente. Senza il supertestimone magari i Carabinieri in appello saranno assolti. Ma intanto sono stati sbugiardati. E, direbbe un mafioso, messi in guardia.
Tragediaturi è, nel Camillerindex online, due cose: “Dalle parti nostre, quello che, in ogni occasione che gli càpita, seria o allegra che sia, si mette a fare teatro, adopera cioè toni e atteggiamenti più o meno marcati rispetto al livello del fatto in cui si trova ad essere personaggio. La traduzione letterale sarebbe questa, ma già nel suo «Kermesse» Sciascia opera una sottile distinzione tra due «tragediaturi», quello dell’area palermitana e quello della più ristretta area racalmutese. Dalle mie parti, a una manciata di chilometri dal paese di Sciascia, «tragediaturi» significa tutt’altra cosa: è propriamente chi organizza beffe e burle, spesso pesanti, a rischio di ritorsioni ancora più grevi” (Per Sciascia invece): “Tragidiaturi, Tragediatore. Che rende il vivere continua tragedia, a sé e agli altri. Ma altrove in Sicilia, e a Palermo specialmente, «tragidiaturi» è chi tiene i familiari in triboli, in angoscia; chi li assilla, li ricatta, li minaccia; chi a minime inosservanze, distrazioni o sprechi reagisce con lunghe prediche o mute violenze. A Racalmuto, invece, il «tragidiaturi» è una specie di «ingegnoso nemico di se stesso»: uno che si arrovella, che si rode di preoccupazione e di apprensione per ogni cosa che i familiari fanno o non fanno, di tutto malcontento – ed anche delle cose buone e belle, di cui diffida e mugugna aspettandosene il rovesciamento, l’inevitabile avvento del contrario. Ragionatore, sofista, ma sempre della scienza del peggio. S’appartiene al pirandellismo di natura, rigoglioso nella zona. Gli amici e i conoscenti tengono in considerazione di filosofi o di saggi coloro che nel «tragediare» danno nel sublime; le mogli, le madri, le figlie (la parola è di prevalente uso femminile) li considerano semplicemente e soltanto «tragidiatura»: ma più con compatimento e leggera irrisione che con astio” - L. Sciascia, “Kermesse”, Sellerio, 1982, pp. 60-61. Oppure è un imbroglione. 
Il peggio è considerare gli avventurosi personaggi dello Stato-mafia di sinistra. Si coprono con Berlusconi – a distanza. Ma non volevano processare Napolitano? Non vogliono – lo dicono – abbattere lo Stato? L’antiberlusconismo non faccia velo – c’è ancora l’antiberlusconismo: la sinistra, quella che parla e scrive non quella che soffre, vive ancora all’era di Berlusconi. Il complottismo è di destra, ne è il pilastro: l’autoritarismo, il sospetto, la caccia alle streghe. La carriera dei grandi, e “informati”, complottisti parla chiaro, da D’Avanzo a Travaglio. Quest’ultimo è stato anche colonna dell’“Unità” e questo dice tutto sulla confusione. Che giornali liberali come “la Repubblica” o il “Corriere della sera” si siano dovuti affidare per le cronache giudiziarie a giornalisti di estrema destra, i soli a conoscere i “segreti” dei palazzi, può essere stata una necessità, ma dice bene di cosa stiamo in realtà parlando. E se non è una strategia aggressiva, contro le istituzioni, è stupidità.
Resta da spiegare la scomparsa della mafia, a Palermo. Quelli che hanno sgominato i corleonesi, gente da un centinaio di omicidi eccellenti e stragi, e un migliaio di morti ammazzati, Mori, Subranni e De Donno, condannati a dodici anni i primi due e a otto il terzo. E la mafia non più perseguita dacché il processo è stato avviato: quindi anni – ma sono già venticinque, come vedremo - di impunità. Non si trova Messina Denaro perché non lo si cerca, Carabinieri e Polizia se ne guardano. Mentre quelli ora a processo la mafia l’avevano decapitata, arrestandone capi, sottocapi e killer, senza pagare nulla, senza sconti di pena e nemmeno indulti, anzi con pene aggravate.
È l’uso tra i giudici a Palermo schierarsi a sinistra, perché l’antimafia è di sinistra. Che non è uno scandalo in sé, ognuno si colloca politicamente dove vuole, ma per la verità del fatto sì. Perché si hanno giudici di sinistra che non sono garantisti, non si attengono ai fatti delle indagini. E perché sono giudici che, oltre ad assaltare lo Stato, di cui farebbero parte, lasciano la mafia intonsa. È un gioco ai quattro cantoni che è un imbrogliare le carte. Involontariamente? Non è possibile, l’astuzia in campo è troppa.
La giustizia ha riti suoi a Palermo che non merita indagare. Ma viene in maschera. Afflittiva. La più abusata è quella di vecchi arnesi democristiani e fascisti che si mettono a sinistra, perché l’antimafia è di sinistra, dai tempi di Leoluca Orlando trent’anni fa, quando andava in giro ad accusare Falcone. Gente tipo Lo Forte e Scarpinato, di cui Chinnici, capo dei giudici inquirenti, che sarà vittima di una strage con autobomba, diffidava in quanto manutengoli della zona grigia.
Il giudice Montalto non avrebbe potuto giudicare in assise la “trattativa”, poiché l’aveva già sanzionata come giudice delle indagini preliminari vent’anni prima, e aveva giudicato in errore. Aveva fatto carcerare Calogero Mannino, il parlamentare e ministro Dc, il 13 febbraio 1995, come pilastro della trattativa, mafioso di complemento. Mannino si fece nove mesi di Rebibbia, e tredici ai domiciliari, poi fu assolto. Assolto in primo grado, dopo sei anni, nel 2001, condannato in appello, dal giudice Salvatore Virga, nel 2004, assolto definitivamente nel 2008 da altra corte d’appello, cui la Cassazione aveva rinviato il giudizio, avendo cassato la condanna di Virga, con una pronuncia a sezioni riunite che ha ripulito un po’ dell’arbitrio con cui il nuovo reato del concorso esterno veniva applicato.
La lotta alla mafia è prerogativa esclusiva dei giudici? È prerogativa – non un dovere, non un obbligo? No, è obbligo della Stato, quindi del governo e dell’apparato repressivo, compresi i giudici. I giudici hanno avuto tanti morti nel contrasto alla mafia? Si, tantissimi,. Come pure le polizie. E i giornalisti. E molti politici, anche senza colpa. La “prerogativa” è di giudici malati in testa. Che si vedono ancora in ermellino, privilegiati come da Mussolini e tuttora casta intoccabile, nel 2019 – gli sfascisti di Pannella.
Sui giudici incontinenti Pirandello ha un detto chiaro, in “Taccuino segreto”, nel frammento “A giarra”: “Mi pari ca parla quantu un judici poviru!”


leuzzi@antiit.eu

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