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venerdì 29 novembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (410)

Giuseppe Leuzzi


Molti mafiosi condannati sono riconosciuti nullatenenti, - ai fini del risarcimento delle parti civili. Ma un mafioso nullatenente “non esiste” – è una contraddizione in termini, direbbe un avvocato. Tanto più che non mancano di buoni avvocati.

C’è anche in “Aspromonte”, il film di Calopresti, come in tutti i (pochi) film di ambiente calabrese Marco Leonardi. Dacché ha impersonato Salvatore adolescente del film premio Oscar “Nuovo cinema Paradiso”. Un attore di “presenza” fisica, dice senza parlare. Ma condannato a fare il calabrese, perché parla e impersona il calabrese nel modo più naturale – cioè piano: piatto, accennato. Quindi a lavorare poco, nei pochi film in cui ce n’è uno. Mentre è nato a Melbourne. Di padre calabrese, è vero.

Africo, nel reggino jonico, è sinonimo in una vasta pubblicistica, da Stajano a Criaco, di violenza e disperazione. Ma è stato l’ultimo caso in Italia di ingegneria emergenziale riuscita, in occasione di eventi naturali devastanti, terremoti, alluvioni - si ricostruiva in area più sicura. Il paese è stato ricostruito a valle, al mare. In sei anni.

Laura Ferrara, “napoletana di nascita  ma cosentina di adozione” (“la Repubblica”), eurodeputata 5 Stelle, si considera eletta “in una terra di malaffare”.

La Francia, la Francia del Sud, rigurgita di immigrati nel 1934, quando Soldati fa il suo viaggio a Lourdes. Al confine verso la Spagna il regista scrittore trova “migliaia e migliaia di spagnoli: rigurgitava”, scrive nel racconto dal titolo omonimo, “di baschi, navarrini e catalani, come le due Savoie e il Delfinato di piemontesi, veneti e lombardi”. La geografia economica cambia velocemente, basta l’applicazione. Veneto, Lombardia, Catalogna , paese Basco ora sono terre di forte immigrazione, il Piemonte lo è stato, solo un decennio dopo il viaggio a Lourdes.

W.H. Auden, “Sonnets for China”, XVIII:
“Gelati dal Presente, rumoroso e grigio
Sospiriamo al risveglio per un Sud antico,
Una calda nuda età d’innata compostezza
Un gusto di gioia in una bocca innocente”.

L’abbandono delle borghesie
A vedere “Aspromonte. La terra degli ultimi” al cinema Intrastevere sono persone in età, molto ben messe, con conoscenze reciproche, anche se distaccate. Modi e portamenti di due e tre generazioni fa, del “Sessantotto”, che hanno abbandonato la Calabria, cui restano sentimentalmente attaccati, ma con vita propria, e remota.
Vedono il film con curiosità, senza commozione. Una storia di sentimenti primigeni, la vita, la morte, la fame, la miseria, l’abbandono, la sopraffazione, la giustizia, la speranza. Ambientata nel 1951, alla vigilia dell’alluvione che cancellerà della derelitta Africo anche le tracce fisiche. Rivista con l’ottica dell’inchiesta di Zanotti Bianco e Manlio Rossi Doria, e della Conferenza “Calabria” di Corrado Alvaro al Lyceum di Firenze dieci anni dopo. Di case dirute dai terremoti, di una comunità isolata, senza strada, senza medico, senza scuola, alimentata poveramente, con un pane di cicerchie e lenticchie – Alvaro dirà di africoti trovati nella bassa emiliana a masticare la paglia. Di uno Stato assente ma esoso, che le tasse, per quanto minime, esige comunque.
Un pubblico che si assimila, alla vista, a Fulvio Lucisano, il produttore romano del film che si dedica un cameo, la scena finale. Anche lui come Calopresti, il regista, attaccato sentimentalmente alla Calabria, sebbene solo per amore del padre, che ne era originario. Il distacco potrebbe venire dall’attualità. Sono partiti loro, altri dopo di loro sono partiti, e la Calabria ha cominciato a beccheggiare all’indietro, sempre più giù nelle graduatorie del reddito e della qualità della vita, malgrado i tanti atouts naturali. Non una diserzione, ognuno ha seguito un suo percorso. E del resto nessuno è indispensabile. Ed è giusto che gli altri, tutti i ceti sociali, facciano le loro esperienze, è il bene della democrazia – non si è sempre detto che il Sud non progrediva perché tappato dai notabili?
Ma forse c’è un limite alla democrazia. Che in Calabria sembra non avere limiti nello sfacelo, la neghittosità, la mera incompetenza. E vera e propria corruzione. Con i tre ultimi presidenti della Regione, Loiero, Scopelliti, Oliverio, due di sinistra, uno di destra, inquisiti, e elezioni anticipate. Di una Regione che non si sa governare, nelle aree di sua competenza: il territorio, la sanità, la viabilità. L’unica per la quale le autonomie regionali sono state un disastro – basta vedere al confronto i balzi in avanti giganteschi della Basilicata, della Puglia meridionale (il Salento), dell’Abruzzo e del Molise evidentemente, e delle grandi province campane di Salerno e Benevento. Un disastro.

La processione del libero arbitrio
Non si parla più delle processioni in Calabria. I Carabinieri non hanno prodotto più video di inchini ai mafiosi, dopo quello virale di Tresilico qualche anno fa, e la polemica forse si è spenta. O forse le processioni non si fanno più, ai vescovi non piacciono - “sono paganesimo”,
Tullia d’Aragona, oggi sconosciuta, ne faceva prova del libero arbitrio. Poetessa e commediografa attiva a famosa nel primo Cinquecento,  muore a Roma a marzo del 1556, di 46 anni, dopo un lungo soggiorno a Firenze, onorata, benché figlia di una cortigiana. Tra i suoi sonetti più famosi vi è quello contro il predicatore Bernardino Ochino, che, con rigore non lontano dal luteranesimo, aveva aspramente condannato le mascherate, la musica ed il ballo. Nelle ultime due terzine del sonetto si legge: “Or le finte apparenze, e ‘l ballo, e ‘l suono / chiesti dal tempo e da l’antica usanza / a che così da voi vietate sono? / Non fôra santità, fôra arroganza / tôrre il libero arbitrio, il maggior dono / che Dio ne diè ne la primera stanza”.
Mario Soldati, al termine del suo scettico “Viaggio a Lourdes”, partecipando da cronista coscienzioso alla processione notturna alla Grotta, “di infermiere, lettigari e pellegrini non malati”, si ricrede, in un certo modo. “È uno spettacolo idillico, poetico”, al canto della “fanciullesca e pastorale Ave Maria di Lourdes”. Un po’ troppo luminoso, “sembrava una réclame di Piccadilly o di Times Square”. “Eppure, a ripensarlo oggi, a udirlo nella memoria, quel canto notturno che lento saliva implorando, confidando, sperando… Si nasce, si vive, si muore, e non sappiamo il perché. Ma chi, almeno una volta, non ha sperato? Abbiamo forse qualche altra verità?”

Aspromonte
Montagna umida e secca, aerata dai mari. Di risorgive e gurnali  - pozze di acqua viva, lungo le fiumare. Ombrosa per lo più, profumata. Gentile, non arcigna. Aperta, non segregata.  Segnata da alpeggi. E da sicuri sentieri per bovini e ovini, in trekking singolo o di gruppo. 

I nomi delle sorgenti segnano l’avvicendarsi delle popolazioni, dai greci agli arabi. Il più ricorrente è Ceramida, in varie declinazioni.  Anche Brisia, (Visia, Vrias, Vrise, Vrisi, V ausi), Pigadi-Pigì (fonte), Zijia, (oxeia, impetuosa), Scifos, vaso, e Vasì-Vasìa (batheia, copiosa, profonda).

“In Aspromonte, dopo aver consumato il pasto non si rassetta la tavola fino al pasto successivo: perché le cose messe a posto possono essere travolte da un terremoto o da un’alluvione” – Francesco Verderami, “Montagne nella magia di Omero”, in “Buone notizie”, 7 maggio 2019. Non è vero ma è ben immaginato: dà l’idea della precarietà, dell’isolamento.
Verderami, che gioca in prima squadra al “Corriere della sera”, è di Gioia Tauro. Sa quindi poco dell’Aspromonte, e per sentito dire – nella Piana non sanno niente della Montagna. Per il bene, per il male, non importa: i mondi locali sono frammentati.

Girolamo Deraco, il musicista di Cittanova trapiantato a Lucca, ha una “Sinfonia in Aspromonte” elegiaca, intervallata obbligatoriamente dalla tarantella, dal ritmo – ma anch’esso allentato, come in sordina. È una montagna sulfurea nel nome, però pacifica. Solitaria dentro l’affollamento.
Una montagna si può dire anche antropizzata – in quanto montagna: del Parco aspromontano fanno parte 37 Comuni. Però modesta, e silenziosa. Per nulla sulfurea come la vuole la fama.  

Il trek per antonomasia dell’Aspromonte era per la “spuntata” del sole - tre ore di sentiero, tre larghe lunette dai piani di Carmelia, un impettata per via diretta da Gambarie (ora si arriva al Montalto comodamente in auto).
Per quale fascino? Si trova a p. 527 dell’ultimo romanzo di Dominique Fernandez, “La société du mystère”: “Si direbbe un pennello che disegna con la luce. La grande arte (segue panegirico del degradato, del fluttuante, dello sfumato, le ambizioni di una maniera troppo assoggettata al disegno, n.d.r.), consiste nel modellare ciò che si rappresenta senza mostrare il bordo delle superfici. Dove si trova il limite tra l’ombra e la luce in ciò che il sole fa sorgere dall’oscurità. Tenta di posare il dito sui contorni che emergono sotto i suoi occhi e si muovono a mano a mano che il sole distacca le cose dalla penombra in cui erano infognate alcuni secondi prima. La linea di demarcazione non risucirai a scoprirla”.
Una metamorfosi. La luce che varia, visibilmente, una trasmutazione.

Notte d’estate ventilata, acqua fresca tranquilla, pini fitti infinitamente silenziosi. Tignole e falene volteggiano nell’ombra silenziose, abbagliate dalla fiamma del fuoco, dal profumo della salsiccia sulla brace. Non un gemito, non un sospiro, un rumore qualsiasi, Romeo non ronfa nemmeno. Da quest’ansa il chiocchiolìo dell’acqua non si sente, ma “si sente”. Il riposo è dalla fatica, lieve, della toponomastica a ogni passo. I luoghi, ogni luogo, ogni angolo, ogni “rasula” ha un nome, quindi è stata abitata, coltivata, curata. Sono nomi greci per lo più, di luoghi quindi abitati da sempre. Che ora si fatica a memorizzare – a ricordare non come un tesoro di cui si fosse persa la chiave. C’è stata una continuità, per secoli e millenni, e ora non c’è più, non sono vuoti di memoria. Anche i silenzi non sono più quelli, benché la Montagna sia sempre solitaria.  Giusto qualche picchio, oggi come allora, la mattina. E una sega, che va e vene col vento.

È un montagna varia, la montagna sul mare. Non un cono spelacchiato, come possono essere i vulcani ancora emersi, ma una montagna, di valli, anfratti, dirupi, pianure nascoste, alpeggi, con qualche dente perfino da scalare. Che però i locali non vedono, o vedono uniforme, grigia, spenta, come può essere o essere stata la vita di molti – come lo è qualsiasi vita quando non c’è la speranza, e la speranza è quello di cui il Sud manca, che ha spento, o ha consentito e contribuisce a spegnere, la volontà di fare. Gli ultimi film si adattano a questa immagine grigia, anche i più nostalgici. Di più il più nostalgico, di Mimmo Calopresti, di Polistena – con Fulvio Lucisano, attaccatissimo alla terra di suo padre, che veniva da Villa San Giovanni. Il loro Aspromonte è monocromo, monotono, ripetitivo, dall’orizzonte chiuso – mentre la natura vi è esattamente al contrario, aperta, in ogni piega, e questo è anzi il suo primo pregio. O incupito dagli eventi, ingrigito, senza luce: una Montagna adattata alla storia, evidentemente, semplice fondale espressivo, ma è un po’ che l’Aspromonte ha solo questa faccia, da Corrado Alvaro, quasi un secolo.

leuzzi@antiit.eu

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