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giovedì 27 maggio 2021

Pavese era Leopardi

Gli asterischi della prima edizione, quella curata da Natalia Ginzburg e Italo Calvino, erano promettenti. Ma il risconto con l’edizione non purgata del 1990 li riduce bizzarramente a cosa di sacrestia, pruriginosa ma casta. Perlomeno nel comune senso del pudore contemporaneo, che nessun organo esclude dal linguaggio corrente, anche scritto. Certo, pensare Ginzburg e Calvino impegnati a eliminare, per conto del grande editore Einaudi, “parolacce” e scatologie, dopo la morte drammatica dell’autore, e in presenza di tanto testo, è una curiosità.
Si riedita l’edizione del 1990 con un prefazione di Starnone, ma completa della vecchia nota introduttiva di Cesare Segre, corposa. Una sapida rilettura del testo di Marziano Guglielminetti. E la nota al testo, di Laura Nay, che rende conto di ogni omissione, anche di virgole, tra la prima edizione e la riedizione.
Il diario è quello che era, passata l’emozione del suicidio – della pubblicazione come a corredo (spiegazione) del suicidio. Uno zibaldone nella migliore tradizione, di Leopardi, di Goethe. Di un uomo non solitario, anzi socievole, benché incapace di quella relazione duratura con una donna che fu il tormento della sua vita – anche questo molto leopardiano (così come la passione filologica, una full immersion, un’apnea senza termine). Un diario di moralità (riflessioni), con rare note autobiografiche, che si rileggono a distanza sempre con interesse. Con una padronanza eccezionale, oltre che dei classici, di letterature comparate, americana, tedesca, francese, eccezionale per gli anni suoi, nelle lettere italiane – più tardo Settecento-primo Ottocento.
La nuova edizione Bur, post-diritti, fa a meno dell’apparato critico, e include invece il cosiddetto “Taccuino Segreto”, gli appunti sparsi fuori dal diario, ripescati trent’anni fa da Lorenzo Mondo, con la testimonianza dello stesso Mondo. Espressione della poca presa della politica su Pavese, al di là delle scelte fondamentali. Fino allo smarrimento nel 1943 su quale via prendere – l’insofferenza per una decisione da prendere – tra la Resistenza e Salò.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, pp. CVIII + 554 € 16
Bur, pp.632 € 12



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