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sabato 21 marzo 2026

A Mosca, a Mosca, è corsa tra gli europei

A Mosca si ragiona se il legame euroatlantico uscirà rotto dalla guerra, con o senza Trump. E sulla Russia che invece torna “una di noi”, come si dice che abbiano detto il cancelliere tedesco Merz e il presidente francese Macron. Con la guerra in Ucraina declassata a una delle solite guerre tra vicini che hanno costellato la storia europea.
La riflessione, diffusa negli ambienti governativi, e quindi è da supporre a fini di propaganda, ma anche tra intellettuali e centri studi di consistente autonomia intellettuale, è partita dalla National Security Strategy di Trump qualche mese fa. Si era rafforzata con l’insistenza di Trump che l’Ucraina è una questione europea e che gli Stati Uniti avevano fatto anche troppo per aiutarla. È montata di tono dopo la guerra di Trump all’Iran, che l’Europa palesemente subisce e critica.
Significativa era, un mese prima della guerra all’Iran, ma quando Trump trattava l’Ucraina escludendo del tutto gli europei, un’intervista di Lavrov, il ministro degli Esteri di Putin, non ripresa internazionalmente: “Importanti leader europei ci chiamano e ci pregano di non rendere pubblico il contatto. Alcuni intrattengono contatti «sotto copertura»”. Come a dire che ci sarebbe una sorta di corsa degli europei ora a Mosca.

Una giustizia di fantasmi - paurosi

Non si sa se la riforma che va al referendum migliori il sistema giudiziario oppure invece non lo peggiori – non ce l’hanno spiegato, dato che l’abbiamo buttata in politica, come sempre quando mancano gli argomenti. Ma nessuno, probabilmente nessuno, è scalfito nella certezza che il sistema giudiziario non sia da “abbattere” - in sé, sullo stato delle giustizia, è un referendum da 7-3, 8-2, come per le centrali nucleari. Per esperienza personale o familiare, o anche senza, guardandosi attorno come è inevitabile. Che non solo non c’è certezza del diritto, ma neanche impegno, e nemmeno poi tanta “professionalità”, seppure alla Manzoni. Perché la giustizia è mancata nel terrorismo, da piazza Fontana in poi (deviare le indagini su Pinelli.... uno sberleffo), e nella mafia (fino a incolpare chi qualche mafioso l’aveva acchiappato, Mori, Contrada), anche se ha avuto anch’essa tante vittime  di terrorismo e di mafia. Perché si è esercitata contro Falcone (eh sì, documentalmente, pubblicamente), e anche contro Borsellino. Perché ha perseguito Berlusconi con migliaia di perquisizioni e centinaia di ipotesi di reato. O ha schierato testi inesistenti contro politici specchiati come Giacomo Mancini.

Basterebbe a Bianconi, che se ne è occupato, l’intero processo Sofri – a Bianconi che sul “Corriere della sera” si fa paladino del no: chi erano i giudici Ferdinando Pinconi o Giangiacomo della Torre, chi il gip Anna di Martino, assolutrice dei giudici felloni, chi i giudici che trascrivevano male le assoluzioni dei giudici popolari per farle invalidare, chi i togati delle Corti d’Assise d’Appello di Milano e di Brescia, che si rifiutarono di riaprire il processo come richiesto dalla Cassazione - e quelli di Venezia che si chiusero in camera di consiglio sei lunghi giorni per redigere poche incomprensibili righe per (non) riaprire e chiudere il processo. O anche soltanto chiedersi come Borrelli divenne Procuratore Capo a Milano, e perché, quando avviò “Mani Pulite” alla fine del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), aprendo il serraglio della politica che non aveva voluto Andreotti presidente della Repubblica, solo i democristiani andreottiani, che invece erano di tutte le tangenti (e specialmente della tangente “madre”, Enimont), trovò puliti - Cirino Pomicino fu perseguito, ma in ottica napoletana.

Ci sono storie di tutto, delle mafie (storie delle mafie….), dei partiti, dei giornali, della canzone melodica, dei supermercati, e non ce n’è una della giustizia in Italia, pure così piena di casi, e di fantasmi.

Milano da un miracolo all'altro

Una “fiaba teatrale in 29 capitoli (e un prologo)” che riprende, per celebrarlo dopo 75 anni, il film di De Sica e Zavattini nel 1951 – in un’ottica anche di risarcimento da parte del Piccolo, il teatro di Milano (il film non era piaciuto a Milano, e anzi era dispiaciuto, non poco). Lo scrittore Di Paolo e l’attore Guanciale in vesti di dramaturg - la nuova figura teatrale che sistematizza il dramaturg in uso nei vecchi teatri tedeschi (lo scrittore che lavora stabilmente in un teatro o in una compagnia per rielaborare i testi da rappresentare) - hanno rielaborato i materiali del film ma per un “prodotto” del tutto nuovo. Enorme la ricostruzione, presumibilmente di Di Paolo, di cronache, dati, eventi, filosofie, di vari momenti della ricostruzione. Su questi materiali il direttore del Piccolo Claudio Longhi ha montato uno spettacolo - che va in scena da quasi un mese, tutto esaurito.
Il film - titolo e personaggi - è un pretesto, per rifare “ricchi e poveri”, l’intreccio della storia, dal tempo del film, l’immediato dopoguerra, a oggi. Attraverso figure diverse e identiche. Di Paolo e Guanciale hanno fatto molta ricerca sul film, sul racconto di Zavattini “Totò il buono”, che è un po’ il soggetto del film, sulle intese di Zavattini con Totò, che ne avrebbe dovuto essere l’interprete. Ma poi, sovvenendo al progetto di Longhi e del Piccolo, elaborano a più riprese il tema periferie, esclusi, ricchi e poveri, in varie situazioni del dopoguerra a Milano. Una rappresentazione e una mappa, alla fine, di come Milano si è evoluta nel dopoguerra. Con i personaggi del film, e con altri – c’è perfino in scena la Madunina, con un lungo monologo conclusivo, che è un invito alla celebrazione di Milan, un’esortazione – “Un’eterna promessa. Frèghess i man, varda in sü, crédegh. Varda in sü. Varda in sü, fiö”.
Con una prefazione di Ferruccio de Bortoli, critica sulla Milani di oggi, dei “neopoveri”. E una introduzione di Amalia Ercoli Finzi, l’ingegnera ora novantenne di molti progetti milanesi (
e della Agenzia Spaziale Europea, che in suo onore ha chiamato Amalia il rover che ri-sbarchera sulla Luna) sempre lucida: fa in breve la storia di Milano nel Novecento, le famiglie-industrie anteguerra, le industrie belliche in guerra, i bombardamenti massicci (“Nell’agosto 1943., 504 aerei inglesi del Bomber Command, praticamente tutti gli aerei disponibili, arrivati su Milano all’una di notte….”), e presto la ricostruzione: la Candy nel 1946, “dal titolo di una canzone d Nat King Cole”, e il miracolo del “bianco”, la televisione nel 1952, il Piano Casa o piano Fanfani, e l’Autosole – detta e fatta: “la solerte e continua sorveglianza dei lavori valse a evitare modifiche in corso d’opera, tenendo sotto controllo la spesa e quindi garantendo i tempi di realizzazione”, semplice, no?

Con le tre liriche in milanese di Zavattini, dalla raccolta “Stricarm’ in d’na parola”, citate nell’intervento di drammaturgia. E una nota sul dialetto milanese oggi del filologo romanzo Gino Cervi.  

Paolo Di Paolo-Lino Guanciale, Miracolo a Milano, il Saggiatore-Piccolo, pp. 242 € 24

venerdì 20 marzo 2026

Cronache dell’altro mondo – irlandesi (394)

“Sostiene un’Irlanda unita?” A una cerimonia in onore della ex presidente dell’Irlanda Mary Robinson ora Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, il sindaco di New York Mamdani ha evitato di dare la risposta attesa – per tutti è sì: “Spetta al popolo irlandese decidere”. Mentre, si sa, spetta a Londra, al Regno Unito.
Mamdani, reduce da varie manifestazioni per St. Patrick, la festa degli irlandesi, ha rischiato la crisi com John Samuelson, capo del sindacato dei Trasprti e suo potente alleato, patriota come tutti gli irlandesi di New York. Poi Samuelson si è limitato a ricordare che “un sindaco non può conoscere tutti i problemi del mondo”. Successivamente, però, alla parata per St. Patrick martedì, quando la domanda gli è stata posta di nuovo, Mamdani, politico che si professa di “fede profonda nel principio di autodeterminazione”, si è limitato a dire: “Il principio dovrebbe essere esteso agli irlandesi”.

Cronache dell’altro mondo – antropiche (393)

L’aviazione americana operava col sistema d’intelligenza artificiale Claude, della società Anthropic, nel bombardamento della scuola elementare femminile di Minab “Shajareh Tayyebeh”, nell’Iran sud-occidentale, sopra Bandar Abbas, di fronte all’Oman, che ha fatto “almeno 175” morti, quasi tutte di bambine della scuola, di 7-12 anni? Dopo aver discusso di chi era la responsabilità, ed avere accertato che è stata americana, si discute ora sul sistema IA di geolocalizzazione e puntamento che ha portato all’eccidio.

L’uso di Claude significherebbe un bombardamento deliberato, poiché l’IA di Anthropic “non sbaglia”. L’azienda, in particolare il socio di maggioranza e presidente italiano di Anthropic, è in causa col governo americano, volendo limitare l’uso di Claude a effetti bellici. Il Pentagono, che ne ha comprato la licenza, e il ministro della Guerra di Trump, Hegseth, intendono l’accordo di licenza senza limiti – senza limiti che debbano essere fissati da Anthropic.
Socio e ceo di Anthropic è Dario Amodei. Una settimana prima dell’attacco all’Iran Amodei aveva contestato al Pentagono l’uso illimitato del suo modello Claude: Su due presupposti: 1) l’intelligenza artificiale non è sufficientemente affidabile per gestire le armi; 2) non esistono ancora norme che disciplinino il suo utilizzo nella sorveglianza di massa.

Quando la politica si fa paranoia

Un saggio del 1952, di uno dei maggiori storici americani del Novecento, spiegava già l’America MAGA, l’America di Trump? Il titolo fa questo effetto, ma il nesso è solo esemplificativo: Hofstadter studia la paranoia in politica con esempi tratta dalla storia americana. Peraltro non soltanto, e non prevalentemente. Ci sono le paranoie americane del comunismo – comiche le riletture di McCarthy, il senatore anni 1950 per cui tutto (e Eisenhower, nominato dai Repubblicani, sopra tutti) era “comunismo”. O di “tre uomini che fecero un viaggio di 2.500 miglia da Bagdad, Arizona, fino a Washington (e ritorno s’immagina, n.d.r.) per dare testimonianza contro la proposta “del senatore Dodd de Connecticut per rafforzare i controlli federali sulla vendita di armi per corrispondenza: per loro il progetto era «l’ennesimo tentativo di una forza sovversiva di renderci tutti parte di un governo socialista mondiale»”.
Molto è dei “complotti”, dal XVIII secolo in qua: dei gesuiti, dei massoni, degli ebrei, etc. L’esumazione più importante, o più interessante per un’opinione europea, è sul “complotto cattolico”, molto diffuso e molto agguerrito in America nell’Ottocento, e ancora nel primo Novecento. Che riecheggiava quello antico “dei gesuiti”, ma non era di stampo massonico, era popolare e diffuso, “nativista”, tra mille iniziative (altri studi sono qui citati della guerra del “nativismo” contro i cattolici). Il Ku Klux Klan, per dirne una, prima o più che con i neri ce l’aveva con i cattolici: “Il Ku Klux Klan imitò il cattolicesimo al punto da indossare paramenti sacerdotali, sviluppare un elaborato rituale e un’altrettanto elaborata gerarchia”.
Per troppi riscontri infatti Hofstadter è portato a concludere che il nemico della paranoia “sembra essere, sotto molti aspetti, una proiezione del sé: gli sono attribuiti sia gli aspetti ideali che quelli inaccettabili del sé!....Un paradosso fondamentale dello stile paranoide è l’imitazione del nemico”. Gli eventi odierni Hofstadter avrebbe potuto portare a riprova.
Il saggio risulta aggiornato fino al 1965, col candidato repubblicano alle presidenziali del 1964, post-Kennedy, sconfitto da Lyndon Johnson. Curiosamente Goldwater, che Hofstadter cita un paio di vote come esempio di estremismo di destra, passerà poi la sua seconda vita da senatore ad ammonire il partito e la nazione contro la destra messianica, totalitaria e impolitica, che si impadroniva del partito Repubblicano. La paranoia non ha limiti?
Richard Hofstadter, Lo stile paranoide nella politica americana, Adelphi p. 91 € 5

giovedì 19 marzo 2026

Se Trump è rimasto solo

Una guerra senza strategia, e senza esito prevedibile, malgrado la sproporzione di forze? Gli ayatollah potrebbero diventare gli zelensky degli Usa? Alcuni sintomi sono già evidenti. Il colpo a sorpresa non h avuto effetto, malgrado lo strapotere aereo Usa-Israele. Né lo hanno avito gli assassini mirati, di Khamenei prima e di Larjani: Teheran resiste, come già Kiev. Con la differenza che questo si sapeva.
Dalle cronache americane, benché distratte ( forse un decimo dell'allarmismo dei media italiani, forse un centesimo - e non una protesta, nemmeno un cartello per i fotografi), è  notevole il silenzio dei collaboratori di Trump. Delle sue coppie di negoziatori, per l'Ucraina e per Gaza. Di Scott Bessent, quello della squadra che ha maggiore credito, culturale e di establishment. Perfino di Vance, il vice-presidente, altro uomo di cultura, se non di establishment. Notevole anche il silenzio di Rubio, il segretario di Stato. Mentre  è in subbuglio il mondo Maga, base elettorale di Trump. Fino alle dimissioni del capo dell'antiterrorismo, iperMaga, senza altra ragione che il dissenso sulla guerra. E alla critica, nemmeno velata, della direttrice di Cia&Co, la intelligence americana, Tulsi Gabbard.
Tre le (poche) reazioni leggibili in America, una, particolare, riguarda l'indebolimento di Trump nei confronti della Cina, con la quale ha importanti negoziati commerciali. E con Putin, sul quale avrebbe perso ogni potere contrattuale sulla questione Ucraina - una guerra che si rifiuta di finanziare.

Amore e gelosia, a New York

I primi racconti di Djuna Barnes - Lydia Steptoe non è un personaggio, è lo pseudonimo con cui li ha firmati quando ancora faceva la giornalista a New York. Tre autonarrazioni. In forma di diario -  anche oltre il suicidio.
Tre racconti di gelosia, di fatto. Infrequenti nella letteratura americana. E nelle forme meno ordinarie. Della quarantenne "matrona" e insoddisfatta che ha un ha un colpo di fulmine, incontrollabile, per il ragazzo della figlia. Della quattordicenne che fantastica una sfida mortale con l'amante della madre. Di un quattordicenne all'avventura con la lontana cugina ventenne che la madre esecra - non senza motivo.
Djuna Barnes, I racconti di Lydia Steptoe, Adelphi, pp. 45 € 6,30

mercoledì 18 marzo 2026

Flop monopolio, google non è più quello

Passata alla intelligenza artificiale, la “ricerca” sui motori di ricerca è ora finita commerciale. Solo commerciale: qualsiasi parola si digiti per prima cosa prospetta una serie interminabile di alberghi, centri turistici, proposte di viaggio e qualche macchinario. Oppure si ponga un quesito: il primo effetto della Intelligenza Artificiale applicata alla ricerca online è incerta, troppo personale, collegata cioè alla propri storia di ricerche, e niente affatto informativa
Passato all’intelligenza artificiale, google ha perso molto della capacità combinatoria. Prima rispondeva al questi con una 
“lenzuolata di tracce, tra le quali era possibile individuare subito quella di interesse. Ora fornisce una lezioncina su quello che ha individuato l’interesse dell’utente, e non c’è maniera di liberarsene – bisogna riscrivere la domanda più volte.

Non è più nemmeno il google benemerito della storia di internet, quello che semplificava enormemente la ricerca filologica, oltre che le pieghe del cibermondo. Ora scarica per ogni parola di richiamo caterve di annunci economici. Fastidiosissimi prima che utili – anzi, quasi mai utili:  amazon, p.es., ebay, hanno motori di ricerca più selettivi, più d'aiuto. Il monopolio fa male: è antica verità  della teoria economica, che mina anche i colossi dell’Ict.

Europa e America unite nell'aneddoto

Un digesto di aneddoti, storie, personaggi, delle lettere, delle arti, di America e Europa, raccontati come visti e vissuti. Prokosch, nato in America, ha debuttato con "Gli Asiatici", strabiliando critici e scrittori (Thomas Mann, Gide, Camus), su una Asia immaginata a tavolino, in biblioteca. Poi ha deciso di vivere in Europa, ha frequentato, invadente ma accetto, tutto il Novecento, avendo vissuto tra il 1908 e il 1989, molto curioso di personaggi, idee, correnti, libri, personaggi, progetti e modi vivere, e di tennis. E ne lascia memorialistica sempre vivace - poche le pagine spente, per essere i nomi presto stinti, o i momenti scelti. I personaggi, poeti, scrittori, accademici illustri, e grandi tennisti, almeno tre generazioni, fa rivivere in atti unici, visti ogni volta nel luogo giusto e al momento giusto, di cui compone ritratti a tutto tondo registrandone atteggiamenti, tratti e motti caratteristici - in forma di conversazione casuale. 
Virginia Woolf nel suo antro alla Hogarth Press. Auden che parla di Kafka in un bagno turco – Auden un po’ ovunque, a Capri, a Venezia, nelle conversazioni con altri personaggi. Joyce poco curioso (la miopia come barriera) nella libreria di Sylvia Beach. Wallace Stevens, nel suo ufficio di direttore delle assicurazioni che lamenta la pinguedine e parla di squash. E.M. Forster convincente, veritiero in un mondo di atteggiati. Walter de la Mare, già molto amato, perso tra elfi e fantasmi. Brecht al bar, a New York. Thomas Wolfe alle prese con le bacchette in un ristorante cinese. Gide in vestaglia di velluto rosso, sempre intelligente. Colette vecchia, a riposo fra i fra i cuscini, che elenca le sue farfalle preferite. T.S. Eliot al lago di Nemi. Maugham emozionato alla tomba di Cecilia Metella. Dylan Thomas a Ostia. Malaparte a Capri. Moravia a Capri. Gertrude Stein che a ogni battuta di conversazione coinvolge Alice. Alice Toklas non più abile cuoca ma conversatrice, senza più Gertrude. Ezra Pound che si infuria perdendo un doppio a tennis, contro una signorina Piaggio imprendibile. Hemingway sottoposto a interrogatorio da Lady Cunard – e contestato dal resto, G. Stein, Moravia et al – cioè da Prokosch. Peggy Guggenheim e l’amore di Beckett. Bill Tilden, “il tennis”. Santayana che riceve in convento – sul tavolo, ostensibilmente, “Moses and he Monotheism”. Mario Praz nella sua dimora, allora in via Giulia. Norman Douglas in un caffè di Capri. Karen Blixen evoca gli spiriti dell’Africa. Nabokov si abbandona in lunghe pagine alle sue avventure da entomologo. E John Dickson Carr, Guy Burgess (molto anticomunista). T.S.Eliot, di persona e di continui riferimenti, Marianne Moore, Robert Frost. Molti, gli americani, per lo più ubriachi.
Molta gaytudine, insistita - Auden, Maugham, Dylan Thomas, G. Sten (non con Gide). Con molta Roma. E grate memorie di Parigi, Capri, Venezia.
Una cornucopia. Un centinaio di personaggi rivivono in queste istantanee sempre molto ricche.
Frederic Prokosch, 
Voci, Adelphi, pp.399 € 25


martedì 17 marzo 2026

Problemi di base democratici - 906

spock

Sono le bombe democratiche?

 

E gli assassinii mirati?

 

Una guerra per ridare dignità (santità) agli ayatollah – il martirio è l’essenza dello sciismo?


Perché la Persia sarebbe una repubblica delle banane?

 

Martirizziamo anche il Libano?

 

Il deterrente è la democrazia o sono le bombe?

 

spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – speculative (392)

Alla vigilia dell’attacco israelo-americano all’Iran il 28 febbraio scommesse anonime sono state postate sulla piattaforma di previsioni Polymarket, che hanno fruttato  

premi milionari. Un utente della piattaforma, nome in codice Magamyman, cioè il “mio uomo Maga”, dal nome del movimento politico di Trump, ha scommesso 60 minuti prima dell’attacco – mezzo milione di guadagno. Oggi un giornalista israeliano ha detto che gli è stato intimato più volte da anonimi, minacciosamente, di modificare un suo articolo su un razzo caduto su Gerusalemme - una vincita milionaria essendo in ballo sul bombardamento di Tel Aviv quel tal giorno.

Analoghe scomesse milionarie erano state piazzate su Polymarket prima dell’operazione americana in  Venezuela, col rapimento di Maduro.

Vi spiego l'amletico Hamnet-Hamlet

Lo studio da cui tutto cominciò, la storia di Hamnet figlio di Shakespeare, trasposta al cinema da Chloe Zhao, con qualche Oscar: “Shakespeare si dedicò per tutta la vita a sondare le passioni dei suoi personaggi e a suscitare quelle del suo pubblico. La sua abilità in questo è quasi universalmente riconosciuta come ineguagliabile, ma le fonti interiori di tale talento rimangono in gran parte sconosciute. Gli studiosi si sono instancabilmente adoperati per ricostruire almeno in parte le sue ampie ed eclettiche letture, ma la sua vita passionale – il suo accesso, attraverso l'esperienza personale e l'osservazione, alle intense emozioni che rappresenta – rimane quasi completamente misteriosa. Nessuna delle sue lettere, appunti di lavoro, diari o manoscritti (con la possibile eccezione della "Mano D" in Sir Thomas More ) è giunta fino a noi. I suoi sonetti sono stati setacciati alla ricerca di prove autobiografiche, ma, sebbene scritti in prima persona, risultano enigmatici, sfuggenti e probabilmente volutamente oscuri.
Greenblatt, academico americano, italianista emerito, l’autore de “Il manoscritto”, sottotitolo italiano “Come la riscoperta di un libro perduto cambiò la storia della cultura europea” (su Marsilio Ficino e la caccia ai testi antichi), e poi studioso di Shakespeare, ha provato a chiarire il chiaribile. Questo saggio, pubblicato oltre vent’anni fa, sulla rivista il 21 0ttobre 2004,  è ora riproposto in libera lettura per il ritorno al cinema della favola del figlio Hamnet che diventa Hamlet.
Onestamente, parte dalla mancanza di documenti o prove. Pur mettendoci la massima cura: “Nel corso dei secoli, tra febbrili speculazioni, le riflessioni più convincenti sulla presenza della vita emotiva di Shakespeare nelle sue opere teatrali – in primis le brillanti pagine di James Joyce nell'Ulisse , ma ce ne sono molte altre – si sono concentrate su Amleto . Questa attenzione biografica a un'opera derivante da materiale riciclato e scritta per il palcoscenico pubblico sembrerebbe intrinsecamente inverosimile, se non fosse per l'impressione travolgente, sia sui lettori che sugli spettatori, che l'opera debba essere emersa in modo insolitamente diretto dalla vita interiore del drammaturgo, anzi, che a tratti il ​​drammaturgo stesso avesse a malapena il controllo del materiale a sua disposizione. In ciò che segue cercherò di ricondurre Amleto a una esperienza personale di dolore e di delineare una strategia estetica a lungo termine che sembra essere scaturita da tale esperienza.
Stephen Greenblatt, The Death of Hamnet and the Creation of Hamlet, “The New York Review, free online, leggibile anche in italiano, La morte di Hamnet e la creazione di Amleto)

lunedì 16 marzo 2026

E ora Putin è il salvatore

Sarà Putin il futuro Nobel per la Pace, come lo concepisce Trump? Improbabile. Ma lo zar, il nuovo Hitler, il dittatore ora sorride, e Trump non fa che elogiarlo. Essendo sotto ogni aspetto l’unico che può salvare la faccia del presidente americano portando gli ayatollah a un accordo.  
Molti a Washington si spiegano così gli apprezzamenti che Trump non omette per Putin, benché non richiesto. Oltre alla levata dell’embargo, che Trump solo qualche settimana fa aveva rafforzato, con le cannoniere e con le ammonizioni (sanzioni contro società e\o Paesi che acquistavano greggio russo).
Putin figura alleato dell’Iran. Che ha difeso nella guerra, ma limitandosi a qualificare l’attacco israelo-americano come una “aggressione”.


Se gli emirati diventano una polveriera

Si fa l’ipotesi che l’attacco mirato al costoso velivolo italiano nella base kuwaitiana”Ali Salem” può essere venuto dalle forze sciite filo-iraniane dell’Iraq, che dista solo 40 km (un drone puòagire telecomandato per colpire con precisione un obiettivo voluto, ma non a grande distanza). Ma allora perché non dall’Arabia Saudita, che dista solo 20 km.? O non piuttosto dall’interno del Kuwait, dato che la base è praticamene alla periferia di Kuwait City – cioè ben nota, non remota o celata: quasi un attacco a vista, che ne spiegherebbe la precisione.

È solo un’ipotesi. Ma in uno scenario allora catastrofico. Non si conoscono forze filo-iraniane all’interno del Kuwait. Che però è stato il primo emirato della regione a modernizzarsi, già negli anni 1960, essendo stato anche il primo emirato capace di sedentarizzare con successo la popolazione beduina. Senza una costituzione ma col parlamentarismo, res incognita nella regione. Salvo rimangiarselo una decina d’anni dopo, quando il parlamentarismo minacciava di prendersi sul serio. E avviare la sostituzione del personale d’ordine, egiziano, libanese e “giordano” (palestinese) con pakistani, bengalesi e altri asiatici, versati nell’arabo del Corano e nell’inglese, ma non sensibili politicamente.
Il Kuwait è anche l’avamposto dello schieramento militare occidentale a difesa delle petromonarchie, dalla prima guerra del Golfo, contro la aggressione di Saddam Hussein. La presenza di gruppi più o meno armati (armare un drone e dirigerlo a breve distanza non richiede grosse capacità militari) all’interno degli emirati sarebbe una sorta di “inizio della fine”: le petromonarchie sono entità politiche non strutturate, in sostanza dei domini feudali.

Il Pentagono ci ripensa, è un’altra guerra

L’appello di Trump agli alleati Nato e asiatici di mandare la marina militare a Hormuz ha lasciato freddo lo stato maggiore americano: il coordinamento non s’improvvisa, specie con la guerra in corso.
Discesa dal cielo al mare, e dall’Iran continentale al Golfo, Arrivata a Hormuz l’offensiva americana si è inceppata. Israele non ha piani per una guerra navale, e lo Stato maggiore americano nn ne avrebbe uno per il Golfo Persico-Arabico. Di fatto, secondo gli ambienti governativi di Washington, Esercito e Marina si sarebbero dissociati dall’ottimismo dell’Aviazione, prospettando una guerra di lungo periodo, con strategie da aggiornare.
Non solo quindi nella diplomazia americana, compreso Rubio, il titolare del Dipartimento di Stato, ci sono dubbi sulla guerra voluta dal presidente Trump. Ci sarebbero dubbi anche nello Stato Maggiore interforze, che non aveva piani per un’invasione dell’Ira, e ad essa obietterebbe.
Al fondo ci sarebbero anche dei malumori contro il presidente, per essersi fatto trascinare alla guerra dal primo ministro israeliano Netanyahu – gli Stati Uniti non hanno piani di guerra coordinati con lo Stato maggiore di Israele. A giugno sarebbe stato diverso: la guerra si è limitata all’aviazione, le due aviazioni hanno agito indipendentemente, e l’America non correva nessun pericolo. Allora la missione si ritenne conclusa utilizzando i bombardieri Stealth B – 2, che volano operativamente anche a 15 km di altezza, fuori portata dei missili sam – suolo-aria – iraniani, vecchi modelli sovietici dismessi dalla Russia.
Questa guerra si pensava risolta in partenza con la decapitazione fisica degli ayatollah. Con l’ipotesi che l’Iran cedesse dopo i primi martellanti bombardamenti. Gli ayatollah hanno resistito. E ora lo Stato Maggiore Usa sarebbe diviso – ci sarebbe anche chi fa apertamente colpa all’Aviazione di avere illuso il presidente.

Per i petrolieri Usa può bastare

Si calcola una rivalutazione in eccesso del comparto energia a Wall Street attorno agli 80-100 miliardi in tre settimane. Quanto basterebbe al settore per rifinanziarsi. Considerando che la montata dei prezzi durerà a lungo prima di essere riassorbita, anche se la guerra finisse domani. E che la rivalutazione di mercato arriva in aggiunta ai 40 miliardi di aiuti federali di cui il settore beneficio in questo anno fiscale, sul primo bilancio di Trump.
Giù in grado di garantire l’autosufficienza dell’approvvigionamento agli Stati Uniti, il comparto energie fossili, essenzialmente idrocarburi, punta a mettere in produzione giacimenti poco “liquidi”, gli scisti bituminosi, di cui gli Stati Uniti, e più ancora il Canada-Alberta, sono ricchi. Per sfruttare la posizione dominante nelle esportazioni di gas liquefatto, conquistata con le sanzioni alla Russia, in reazione all’aggressione all’Ucraina, sulle esportazioni di gas via metanodotto. Posizione già salda, basandosi su un numero ormai ampio di impianti di rigassificazione in Europa, per lo più stabili - ce ne sono anche di galleggianti, su enormi chiatte-piattaforme: quattro solo in Italia, in Alto Adriatico, a Ravenna e al largo di Porto Viro (Rovigo), w nell’Alto  Tirreno, a Piombino e al largo di Livorno.
 

Contro la giustizia (e il femminismo) anche Imma

Alla quinta e ultima stagione Imma Tataranni s’incazza di brutto. Più del solito. E gli spettatori con lei. Contro il Procuratore Capo nuovo, invadente, vanitoso, autoritario. E uno non si raccapezza, tanto più per essere il nuovo Capo Papaleo, attore di gag simpatiche - e universali, non divisive. Che è successo non si sa. Ma la partenza è di una serie, un’altra, dopo l’avocato Guerrieri e l’avvocato Ligas, contro la giustizia insopportabile.
Uno s’immagina la furiosa Imma-Scalera, Papaleo, l’autrice Mariolina Venezia, forse lo stesso regista, perché no, furiosamente impegnati per il no al referendum, però anche loro stufi, anzi arrabbiati. Una critica per il bene della giustizia? Ma chi è che non lo sottoscrive.
Ma la critica è forse più radicale, sotto il lustro di Vanessa Scalera, aggressiva Imma, e del mite Gallo: la denuncia di un femminismo irrisolto. Aggressivo e niente più – al meglio confuso. Nelle forme della madri, Imma compresa, delle donne al lavoro, delle insegnanti vecchie e nuove.
Francesco Amato, Imma Tataranni - Sostituto Procuratore, Rai 1, Raiplay

domenica 15 marzo 2026

Ombre - 815

“Da abolire l’azione disciplinare del ministero verso i magistrati”: viene confidata da Nordio, ministro della Giustizia, al “Sole24 Ore” la chiave del referendum – a un pubblico cioè di 100 o 200 mila lettori. Congiura del silenzio dei media – un governo che dura solido per un’intera legislatura è grave jattura, l’Italia deve restare il paese della crisi?
 
Il papa è, pure lui, per una giustizia (più) giusta: per “l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata dei processi”. Poche righe sul “Corriere della sera”e “la Repubblica”, araldi di democrazia.
I vescovi invece no – i vescovi italiani: loro sono per la giustizia com’è, pilastro del loro potere corrotto, (ex) democristiano.
 
Stupefacenti le chat dei medici - ma sono quasi tutte donne – di Ravenna sospesi per un anno perché fornivano certificati falsi agli immigrati condannati, per reati anche gravi come lo stupro, per evitarne l’estradizione (rimpatrio): non lo facevano per lucro, non sono corrotti. Neanche per carrierismo “sindacale”, e quindi anti-governo, come le giudici dell’Appello di Roma, che anche loro impediscono ogni rimpatrio. Lo hanno fatto per fede politica – sono anarchica, dice una all’amica, come se gli anarchici fossero stupidi.
Ma peer diventare medici, anche se stupidi, non bisogna studiare? Essere anarchici per favorire i mercanti di lavoro nero e anche criminale?


Si scopre il terminale di Kharg  - dietro cui resta ancora da scoprire Bandar Abbas, il porto di Dario, il re dei re di Erodoto (dietro cui, volendo, a un’ora di macchina sta la scuola elementare di cui sono state bombardate le bambine). Questa guerra è una grande scoperta. E pensare che l’Iran esiste da prima di Roma. E anche, un po’, dei greci. Insomma di tutto l’Occidente.


Si continua a discettare di bombardamenti “di precisione”, o “chirurgici”. Soprattutto con i missili, facendosi meraviglie che una scuola venga spazzata via, come se fosse un incidente. Il bombardamento aereo è sicuro (poco o nessun rischio) ed efficace (distruttivo), ma poco onorevole. Tanto più da quando, con Guernica, la guerra è diventata totale, con l’aggiunta, nel 1943, della resa incondizionata.


Si scoprono giovedì gli sfollati del Sud Libano – che sfollano “regolarmente” da una cinquantina d’anni. Ma non si sapeva già, dalla guerra dei Sei Giorni, 1967, che il libano fino al Litani faceva parte, come l’ex Cisgiordania, del Grande Israele – giravano mappe in proposito?


Si schierano per il No, uscendo combattivi dal letargo, D’Alema e Mastella. Ue che con la giustizia politica (carrieristica) hanno avuto più di un problema. Certo, la fede sopra ogni interesse. Solo che Mastella una volta, da ministro della Giustizia, fece cadere un governo di sinistra – rimandando al governo Berlusconi. Scusato, certo, perché gli avevano arrestato la moglie – e solo dopo nove anni si disse che non c’entrava nulla.
D’Alema al carro di Mastella - come Veltroni a quello del furbo Cairo: che finale di partita per il Pci.


Del Piero ubiquo nelle pubblicità. Si vede che fa vendere – anche se la dizione ha sempre impacciata. Tanfo forte deve essere la frustrazione dei tifosi della Juventus di Elkann, che li colpisce con una desolazione dietro l’altra, che si buttano su Del Piero?


Si leggono con raccapriccio le motivazioni della Corte d’Appello di Roma che libera tre condannati per stupro, tra i tanti reati imputati: “Il giudizio va sospeso nelle more della decisione della Corte di Giustizia europea. Per effetto della sospensione, è impossibile osservare il termine di 48 ore previsto per la convalida, dunque deve essere necessariamente disposta la liberazione del trattenuto”. E sono tre donne: Antonella Marrone, Maria Rosaria Ciuffi e Cecilia Cavaceppi, Maria Rosaria Ciuffi e Antonella Marrone, con un uomo di contorno, il dottor Giuseppe Molfese.


Le tre giudici sono le stesse che da un paio d’anni si prendono la briga di liberare i fusti africani – appellandosi a una fantomatica Europa. Si possono capire, sono del sindacato di Giulia Alfano, presidente di Magistratura Democratica, la scopritrice dell’Europa: non sapendo leggere e scrivere, o non volendo, troppa fatica, si affidano all’usato sicuro. Ma il presidente della Corte d’Appello Meliadò, che non trova altri giudici per giudicare gli immigrati stupratori – “carenza di organico”?  


Si legge con raccapriccio la petizione di buona volontà della giudice Angrisani del Tribunale dei minori dell’Aquila, quello che ha segregato i bambini della “famiglia del bosco”: “Sono decisioni eventualmente sindacabili nei successivi gradi di giudizio”. Com’è possibile, tanta incapacità di giudizio? Coniugata con la diffusione, tramite agenzia di pubblicità, di foto di bambini allegri visti di spalle in una “casa famiglia” che sembra una reggia – dove. assicurano psicologhe di passaggio (che però non sottoscrivono una relazione) si mangia da principi. A carico dello Stato.


“L’errore più grave è stato dividere quella famiglia”. Lo dice Massimo Ammaniti, “il più quotato neuropsichiatra infantile”, e lo sanno tutti. Perché allora assistenti sociali e giudici dei minori abruzzesi lo hanno fatto, e perseverano? Stupidità non è – non si diventa giudici, nemmeno assistenti sociali, senza esami, difficili. No, è che tre bambini biondi sono molto concupibili - certo, si sa che affidi e adozioni sono lineari, niente mafie, non corrono soldi. Nemmeno per le case famiglia – tre bambini per cinque mesi a 50 euro al giorno l’uno quanto fanno, inezie?


“Trump ha scansato la naja grazie a cinque certificati falsi, ma accusa gli alleati di codardia”, Gabanelli e Sarcina sul “Corriere della sera”. Vero. Ma Trump non è solo, ha dietro molti studi, il Pentagono, il Dipartimento di Stato. La democrazia è dura.


Non è partito bene il Board of Peace for Gaza di Trump, col miliardo da mettere per fare bella la Riviera del Medio Oriente. Gli emiri, e quant’altri si sono impegnati, si rifaranno i conti subito. Non tanto per i soldi: mettersi col duo Trump-Netanyahu sarà un problema per tutti – anche senza i palestinesi di mezzo: gli islamici hanno una certa psicologia, arrendevoli, ma poi si fanno gli Assassini del Vecchio della Montagna, non si può bastonarli impunemente su tutti i fronti.


“Li stiamo colpendo mentre sono a terra”, è uno dei primi messaggi, se non il primo, del ministro americano della Guerra Hegseth. Mentre illustra un caccia F-35 americano, l’ultimo della serie, che centra al suolo uno Yak 130 – un piccolo (e vecchio) aereo russo da addestramento. Nonché del diritto sotto i piedi, questa guerra americana-americana, o americana-israeliana, s’illustra per il compiacimento, come a un luna park.

Il Giappone made in Francia

In corsa per l’Oscar stanotte, un film d’animazione francese. Di argomento giapponese. Con molti stilemi e tagli dei capolavori di Takahata e di Miyazaki, cui le due registe, debuttanti in un lungometraggio, si rifanno quasi da scuola.
Il film segue il racconto della scrittrice franco-belga Amélie Nothomb, “Metafisica dei tubi”. Uno dei suoi tanti sul Giappone, specie sulle “differenze culturali” – più spesso esilaranti che drammatiche. Il Giappone conoscendo da sempre, da bambina, e dall’interno, essendovi cresciuta - il padre era un diplomatico belga. Pienamente integrata col paese: “Lasciare il Giappone fu per me uno sradicamento”, spiega nell’autobiografico “Stupore e tremori”. Cresciuta da una tata giapponese, e in una scuola locale, “perfettamente bilingue”.
Con la tata giapponese Amélie rivive il Giappone nelle fiabe e nella storia, anche prima della sconfitta. Un mondo di fantasie e di cose molto animato.   
Maïlys Vallade-Liane Cho Han, La piccola Amélie, Sky Cinema, Now