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Elogio del coltello - Borges vecchio maranza
Fatti di sangue per questioni
di onore - non di donne, non necessariamente, non prevalentemente. Compreso un
fratello maggiore che uccide il minore per essere il numero uno degli assassini. Imprese
disperate, per lo più anche criminali. Di vite destinate alla violenza e non sanno
perché – non se lo chiedono. In una Buenos Aires, una Argentina di individualità,
così le fantastica il poeta, per questo violente, per quanto minori, marginali, escluse, e soggette al destino. In versi veloci, cantabili: quartine di ottonari, scansionate da una rima semialternata, secondo e quarto verso.
Storie d’altri tempi, dell’onore,
della dépense in termini antropologici, di cuchilleros, gente di coltello, una sorta di maranza d’epoca, non altrimenti definibili
che per la spavalderia, senza altro orizzonte che l’obbligo di fare fronte,
come la vecchia guapperia a Napoli, ”petto a petto, faccia a faccia”, anche senza
odio o passione: “Tra le cose ve n’è una\ della quale mai nessuno\ può pentirsi.
Questa cosa\ è esser stato valoroso. \\ Il coraggio vince sempre,\ la speranza
non è vana” (p. 79).
Ce n’è per tutti. Anche per i morenos, i mori venuti dall’Africa, e per gli orientali - questi però da intendersi uruguaji, fratelli separati della vecchia provincia Orientale. L’onore, inteso come onore
delle armi, è sempre stato all’orizzonte, luminoso, incendiario, dello scribacchino Borges alla scrivania di Palermo a Buenos Aires, da giovane e da vecchio. Quando non
può che recriminarne la scomparsa “Dove sono quegli audaci\\... Cosa fu di
tanto ardire\ Cosa fu di quel coraggio?” (pp. 19, 21). Il poeta supplisce cantandolo,
immortalandolo con la poesia: “Canti storie la chitarra\ di coltelli luccicanti\\
Canti imprese del passato\ che dilettino i più semplici;\ Il destino non fa accordi\
e nessuno lo condanni” (p.15) – col tema ricorrente in Borges della
predestinazione.
Non manca la ripetizione
della storia, con quella dei destini. Nella “Milonga di due fratelli” “la
storia di Caino\ che in eterno uccide Abele” (p.17). O la caducità del tutto: “Dove
sono quegli audaci\\... cosa fu di tanto ardire?\ Cosa fu di quel coraggio?\ Li
ha annientati tutti il tempo\ li ricopre tutti il fango” (p. 21). Anche se “il tempo è oblio ed è memoria” (p. 59).
Il genere milonga è sempre
stato amato e coltivato da Borges. Amava la milonga e disprezzava il tango, il canto
per chitarra e non quello per bandoneon, il tango alla Gardel. Contribuì nel
1965 a un disco poi famoso, “El Tango”, con musiche di Astor Piazzolla. Che però
cantava di Borges quattro milonghe. Più una “Ode intima a Buenos Aires”, scritta
per l’occasione e poi mai raccolta in volume, e un balletto ispirato al racconto
“Uomo all’angolo della casa rosa” (in “Storia universale dell’infamia”). Il disco
conteneva anche la poesia “Il tango”, pubblicata l’anno prima da Borges nella
raccolta “L’altro, lo stesso”, che però non ne è la celebrazione.
Un piccolo capolavoro di Tommaso Scarano, che ha provveduto alla traduzione salvando il ritmo. A tratti gli ottonari facendo pure marcianti, alla Sor Pampurio. Ne esce evidenziata la lieve ironia dei tanti ricordi che Borges ama evocare - l’ironia in Borges, di cui pure si compiace, è tema vergine. E mette in chiaro in breve la quaestio annosa milonga-tango-Borges. Solo gli è mancato che Piazzolla è bandoneista anche lui e non chitarrista, come si vorrebbe del narratore di milonga, e allievo, il prediletto, del vituperato tangueiro Gardel. E non era Piazzolla un progressista, poco o anti peronista? Non dobbiamo riequilibrare il conservatorismo di Borges - peraltro anti-peronista eroico, resistenziale?
Jorge Luis Borges, Per le sei corde, Adelphi, pp.
90 € 5
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