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martedì 5 aprile 2016

Il romanzo che non c’è

La trama è più lunga, si può dire, del romanzo. Il fatto dirimente è questo: la lotta fra gli Stati per la ricerca del punto fijo ovvero dell’antimeridiano di Greenwich, “il nostro centottantesimo meridiano”: l’antipodo di Greenwich, “la linea oltre la quale il tempo va indietro” – cioè dove il tempo non c’è: non è ieri e non è oggi. Un colpo d’ingegno che il lettore paga a caro prezzo. Al principio con l’assedio di Casale Monferrato, “la fortezza più importante dell’Italia del Nord”, 1629, nel quale si distingue il Roberto-Umberto, protagonista, testimone e narratore della plurima vicenda. Giusto per immergere il romanzo in una temperie nazionale, non perché sia necessario. Lassedio di Casale è un topos del Seicento: è quello dei Promessi sposi”, Giovanni Maria Tamburini ne ha fatto una battaglia geometrica per la Sala dei Ricami Indiani di palazzo Colonna a Roma sotto il Quirinale. Eco ne fa volutamente un calco. Un altro, uno dei tanti, lo fa in un attraversamento dei Pirenei, da Giovambattista Marino. Anche l’isola che non c’è è materia di racconti d’appendice, da più secoli – una trattazione è in Gozzano, “La più bella”: l’Infante di Spagna, ricevuta l’Isola-non-Trovava in dono da suo cugino il re del Portogallo, su bolla del papa “in gotico latino”, fa vela per cercarla, ma “l’isola non c’era”…. Per finire con l’isola che non c’è, che Roberto deve raggiungere non sapendo nuotare - senza averne peraltro il tempo poiché l’isola è nel tempo che non c’è. E qui siamo finiti nel labirinto, altro topos che sembra piacere, nei mari del Sud, in forma di nave cimitero. Nel mezzo con repertori interminabili, di “imprese” (“Simboli, Cenni”, etc., per sei righe – e manca l’Aforisma), colombe, l’Alexipharmaca, i segni alfabetici, i tanti “argomenti” contro il moto terrestre.
In filigrana c’è il romanzo del fratello Ferrante, che Roberto a tratti si propone di scrivere. Un fratello maggiore che forse non è esistito, proiezione del padre non amato dal protagonista narratore, proprio perché prediligeva il primogenito. Oppure semplicemente l’“oggetto di fantasie fanciullesche”, quelle cui indulgono i bambini soli – questa storia nella storia si dissolve man mano che si dispiega, è solo un pretesto per massime sul romanzo.  C’è anche Galileo con lo Instrumentum Arcetricum. La vicenda principale è il problema delle longitudini. Nel mezzo uno scemenzario. Anzi, lo Scemenzario di uno scemenzario, che è la Conoscenza. La “Vertigine della lista” sarà poi una delle ultime compilazioni di Eco, che non riusciva a liberarsene:  cominciando dal “catalogo delle navi” dell’“Iliade” e finendo con Calvino e Borges, vi repertorierà una lunga serie di elenchi di cose, più o meno ipotetiche - un tentativo, dirà, di fissare e padroneggiare il mondo, compresa la stessa libreria. Ma l’Autore non sembra divertito, e il lettore non vede perché. Un polpettone. Illeggibile ai più, incommestibile ai pochi – e tuttavia, riedito alla vigilia di Pasqua, subito esaurito.
Una parodia, sempre, del romanzo. Eco è venuto alla letteratura, nel Gruppo 63, con la “fine del romanzo”, anzi la Fine del Romanzo, come usava nel Seicento. Qui mette in scena un romanzo a più piani. Ma da disappetente: alla fine pure l’autore sembra arrendersi. Anche il piano storico, il più semplice, risolve in una tela di fondo forse veridica, ma piuttosto imbrogliata. Il materialismo e l’incredulità si scontrano col gesuitismo senza soluzione: Roberto-Umberto è all’inizio con Saint-Savin, un pirroniano libertino che pone il dissidio insolubile tra creazione e eternità (“la prima qualità di ogni uomo è il disprezzo della religione”), e alla fine con un vecchio scienziato gesuita – nel mezzo con numerosi religiosi: il viaggio della vita Roberto de la Brive fa in compagnia di religiosi, un padre Emanuele, un cappuuccino, un carmelitano e da ultimo il gesuita scienziato Caspar Wanderdrossel (tordo vagante”), che sacramenta (“Un Saggio? Certamente sì, o almeno un erudito, e un curioso sia di scienze naturali che divine. Un esaltato? Sicuramente…”). Richelieu c’è, e anche Mazzarino (“un tal Giulio Mazzarini, un siciliano, un plebeo romano…”), che è quelo che pone il problema del punto fijo, ma è come non ci fossero, comparse. Galileo serve a presentare e discutere la teoria copernicana e quella tolemaica, entrambe “vere”. Per non dire dell’antimeridiano di Greenwich.  Il protagonista deve imparare a nuotare per cavalcare il meridiano inesistente fluttuando “a fior d’acqua, gli occhi al cielo… su quel ciglio che separava l’oggi dal giorno prima, al di fuori del tempo, in un eterno mezzogiorno” – questo è “L’Itinerario Estatico Celeste”. Sempre naufrago, o sul punto di naufragare, sempre discetta incurante, anche di Dio e della Redenzione. Ma dicendosi: “In verità Roberto non era convinto dei suoi argomenti”.
Eco risolve il romanzo nel pastiche, nella elaborazione filologica. Nel discorso del romanzo. Dei generi e non degli autori. Senza misura, e quindi sempre irrisolto: l’ironia  dissolve e non coagula – la misura giusta del pastiche sarà quella di Proust, “Pastiche et mélanges”, di prose brevi, scherzose più che affannate, di satira amichevole (fare il verso a qualcuno). Qui il pastiche è filosofico. Nel senso dell’impossibilità della filosofia, dell’inconcludenza – il protagonista che passa lunghi capitoli a imparare a nuotare è la metafora di questa conoscenza: il tempo e lo spazio, il vuoto, il Dio di Spinoza, la pluralità dei mondi. Lo è all’inizio e poi alla fine: “Il Serraglio degli stupori”, “Il Labirinto del Mondo”, “Il Cannocchiale Aristotelico”, “Le Passioni dell’Anima” soni tra i primi capitoli, “La Pluralità de Mondi”, “L’uomo al Punto”, “Itinerario Estatico Celeste” tra gli ultimi. Ma finiscono per non dire nulla poiché non risolvono nulla, non giungono mai a una conclusione.
Un sogno e una tentazione impossibili del lettore smisurato, per di più curioso di tutto. Uno sberleffo, se Eco si è divertito. Un Calvino diluito, e riportato indietro al Seicento, tra Barocco e Scienza, invece che nel futuro. Un romanzo d’autore anche nel senso che è pieno di frasi famose. Lievi: sulla gelosia, la bellezza (“la bellezza del giorno è come una bellezza bionda, mentre la bellezza della notte è una bellezza bruna”), l’amore (“l’assenza è all’amore come il vento al fuoco: spegne il piccolo, fa avvampare il grande”), o piuttosto il disamore, etc. E pesanti, che però non sono un punto fermo, da ogni ipotesi zampillando un’altra ipotesi. “Non c’è pensiero più tremendo, specie per un filosofo, di quello del libero arbitrio”. “Nella vita le cose accadono perché accadono, ed è solo nel Paese dei Romanzi che sembrano accadere per qualche scopo o provvidenza”. Il bruniano (non attribuito) “unico grande Nulla, che è la Sostanza del tutto. Regolata da una maestosa Necessità”. Accettando e rifluendo nella quale l’uomo confluisce nello spinoziano (non attribuito) “Amore Intellettuale di Dio”. Mentre Giuda, come già in Caillois, è condannato a vivere “sempre nel venerdì santo”, incatenato ai piani divini dei quali dev’essere la vittima sacrificale – “Era dunque scritto fin dall’inizio che io fossi dannato a essere dannato”? Che sembra irridente, e anzi blasfemo. Ma “ciò che assilla il filosofo” è “il mistero dell’inizio” e non “la naturalezza della fine”, “la “angosciosa domanda su quale eternità ci abbia preceduti: l’eternità della materia o l’eternità di Dio?”
Umberto Eco, L’isola del giorno prima, Corriere della sera, pp. 476 € 9,90

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