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mercoledì 17 gennaio 2018

L’uomo del destino diceva bugie

Note sparse, disordinate, su se stesso Spengler ha appuntato per una diecina d’anni dal 1911. In un progetto di selfie, che intitolava in greco “A se stesso” – ma anche “Solitudine” e “Vita del ripudiato”. Pubblicate venticinque anni fa per la prima volta, salvate dalla sorella Hildegard.
Un ritratto ne viene fuori di solitudine. Anche tra i familiari, che sente estranei e invece erano affettuosi. Anche dopo il successo, imprevedibile e enorme, del “Tramonto dell’Occidente” subito dopo la guerra. Ma anche di disadattamento nell’età che ha vissuto, gli anni 1890-1920. E di disadattamento forse in generale, per una distinta forma di misantropia. Con un bisogno costante di mentire. Anche a stesso, perdendosi, di giorno e di notte, in sogni, visioni, incubi disordinati. Più spesso di altri mondi: Africasia, Isola Nuova, Grande Germania. Dall’infanzia alla maturità. La poca attitudine allo studio. Il bisogno di “filosofare” in autonomia. Un “eccesso di imaginazione” non soddisfatta. O l’eroismo di un vile – solo, solitario.
Non indulgente con se stesso, anzi critico. Dice tutto in poche righe, a  p. 59: la paura (“paura del futuro, paura dei membri della mia famiglia, paura degli uomini, del sonno, delle autorità, del temporale, della guerra, paura, paura”) e l’isolamento (“credo che nessuno sia vissuto in un isolamento interiore tanto spaventoso”). Ma ripetitivo. L’autore di un solo libro, sopravvalutato. Onesto, vero. Ma superficiale, molto, sotto il tormentone – “il mio tempo è il rococò”. E con qualche censura. “Sarei potuto diventare un pittore di valore”, continua dopo l’apertura, “se da bambino ne avessi avuto l’opportunità”. Ma nessuno l’ha sacrificato, è un’altra “immagine” di se stesso.
Poco se ne ricava. “Nietzsche fu un etermo romantico. Anche Wagner”. E il “contrasto fra prussianesimo e cultura tedesca”. Due tracce peraltro, non di più. Con una singolare prediziposizione a “vedere”. Tutto, anche le narrazioni: “Sono fatto per il vedere” è la prima annotazione. Al punto da non sentire la musica finché non l’ha suonata lui stesso, “leggendo le note sulla partitura”.
Più che disadattato, Spengler è uno che si voleva “uomo del destino”. Novello Eraclito, come quello dotato di “sfrenata tendenza aristocratica” (un tema ricorrente è “vedersi” in fughe di saloni alti cinque metri), dal carattere metallico, “romano e prussiano”, della casta “amante del dominio e  abituata alla potenza, orgogliosa del sangue, del rango, delle armi, sprezzante ogni umana volgarità”.  Giovanni Gurisatti, che ha curato l’edizione italiana, lo rileva sgomento nella postfazione, ripercorrendo queste e altre annotazioni.
Oswald Spengler, A me stesso, Adelphi, pp. 131 € 10

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