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Deserto al concerto – o la memoria (sbiadita) di Allende
La
sala Sinopoli del Parco della Musica di Renzo Piano, che ospita la Stagione da
camera dell’Accademia di Santa Cecilia, non è la più grande, ma ha ben 1.200
posti, e solitamente è piena. Per il recital di Emanuele Arciuli è semivuota. Forse
perché il pianista è poco noto – in Italia (a Roma solo alla Iuc, l’Istituzione
universitaria dei concerti, e solo una volta), mentre lo è molto in America. O non
sarà per il programma, che prevede, con una breve sonata di Haydn, una lunga di
Rzewski – chi è costui?
Alla
fine il poco pubblico è entusiasta. Tanto da impegnare Arciuli a una serie di
bis. Anche di Rzewski, di cui lo storico della musica Mattietti spiega nel
programma di sala che si è formato da giovane in Italia, con Dallapiccola, e ha
operato in duo con Severino Gazzelloni. Cosa di cui sicuramente abbonati e musicofili
erano al corrente. Perché allora hanno disertato?
Non
resta che il tema del concerto. Una serie di variazioni, 36, che Rzewski ha
ricamato sulla canzone di Sergio Ortega “El Pueblo unido jamàs serà vencido”, che
si cantava in Cile e nel mondo nei tre anni della presidenza socialista di Salvador
Allende, e poi sotto la dittatura di Pinochet – Ortega era anche l’autore dell’inno
di Unidad Popular, la coalizione politica di Allende, “Venceremos”.
Il
golpe del 1973 contro Allende, contro una democrazia che finalmente funzionava in
America Latina, tenendo ben lontana Mosca e i missili, commosse allora il mondo.
Sanciva anche la dottrina che Trump ora rinverdisce, con grande scandalo di
tutti: l’America è dell’America, cioè degli Stati Uniti. Oggi Allende è ricordo
sbiadito? Oppure tale da tenere lontano il pubblico? Se è così, la musica di
Rzewski non c’entra, il tema è: dopo cinquant’anni c’è più o meno desiderio o
tensione di sentìdo democrático, per dirla alla sudamericana.
Frederik Rzewski, The
People United will never be defeated!, Accademia Nazionale di Santa
Cecilia, Parco della
Musica, Roma
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