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domenica 21 maggio 2017

Roma è in periferia

Un’utile letture per realizzare quanto Roma è cambiata, la città fisica (viabilità, abitazioni, pendolarismo) e la composizione sociale, e quanto rimena invece appesantita malgrado l’innovazione.
È la preistoria di Roma – il libro è del 1970, alla viglia del recupero delle “borgate” che Paolo VI aveva con urgenza richiesto e il Comune social-comunista che interrompeva un trentennio di giunte bianche, e di palude amministrativa, si avviava a realizzare con interventi massicci in tempi rapidi: oggi ci sono enormi periferie, anche bene urbanizzate, e non più borgate di catapecchie. Né c’è più la “èperofericità” delle periferia, che sono anzi al centro delle attività politiche e sociali. E il recupero, bizzarramente, avvenne attraverso le cooperative bianche, di Cl, su inizativa di Andreotti e del suo braccio destro per le periferie, Sbardella, animatore e organizzatore infaticabile. Un utile lezione di dialettica politica: la sinistra seminò, Andreotti mieté – quando la sinistra ha tentato di recuperare, con le coop rosse di Buzzi, è finita in tribunale.
Il titolo critico di Ferrarotti era politicamente anche scorretto: essere periferia può anche voler dire essere al centro. Il centro di Roma riesce a stento a fare una circoscrizione elettorale, la famigerata Tor Bella Monaca conta di più – si atteggia a famigerata per contare di più, molre periferie miolanesi firmerebbero per farne parte. Ma è un titolo dettato più che altro dal contenuto del libro, per il quale il lavoro di Ferrarotti ancora si segnala.  Un studio sul campo delle borgate, oggi quartieri, Alessandrino, Borghetto Latino, Torre Maura, Tiburtino III, Acquedotto Felice. Studi che nessuno oggi fa - neppure il senatore a vita Piano, che pure da una dozina d’anni anima centri di ricerca e integrazione delle periferie.
Un libro che andrebbe rifatto, peraltro, tal quale, seppure non nella scomposizione territoriale. La città è molto cambiata, ma nella struttura fisica. Restano i comportamenti limacciosi. Da vecchia gestione papalina, si direbbe, ma ormai Roma è senza papa da un secolo e mezzo – e senza Paolo VI che ne sarebbe stato? Il limo della gestione pubblica, di cui i processi sono la punta dell’iceberg: dove non c’è corruzione c’è un grado talvolta esaperante di infeccienza – assenteismo, menefreghismo, incapacità. Della mancata urbanizzazione mentale: le “occupazioni” degli alloggi pubblici, e di ogni altra graduatoria dei bisogni, la nettezza urbana semrpe carente, l’inconsistenza del trasporto pubblico - ci vogliono vent’anni per costruire una linea della metropolitana.
Franco Ferrarotti, Roma da capitale a periferia

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