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lunedì 16 luglio 2018

Khomeini dentro di noi

Sul “Corriere della sera” lunedì  Gian Arturo Ferrari evoca il passaggio di Calvino nel 1989 da Garzanti alla Mondadori, di cui era direttore generale, come una decisione della vedova, Chichita Calvino, per il coraggio mostrato dalla editrice con la pubblicazione di Rushdie, “I versetti satanici”, il libro e l’autore che avevano subito l’anatema islamico – Chichita era indignata al punto che cambiò agente letterario, prendendo quello di Rushdie, Andrew Wylie. Una brutta storia si registrava già trent’anni fa, poco meno, il 13 marzo 1989:

“Un libraccio, si dovrebbe dire se fosse solo un libro di lettura, specie nel racconto del titolo. Ma è la pietra dello scandalo di una questione molto più grande, e pericolosa: del debordare del khomeinismo, che già tanto male ha fatto all’Iran, a una civiltà di tremila anni, nel cuore stesso dell’Occidente, che pure è suo nemico dichiarato.
“La questione è più pericolosa perché nessuno sembra conoscere alcunché dell’Iran, che pure è una civiltà vecchia e forte di almeno tremila anni. E nessuno, a dieci anni data, mostra di avere capito la natura di Khomeini e del khomeinismo – valgono ancora le sciocchezze che Foucault è riuscito a cucire insieme.
“Di fronte alle manifestazioni di piazza con morti e alla minaccia di morte a Rushdie e ai suoi aventi causa, editori, distributori, librai, recensori, non c’è stata una risposta ma una serie di distinguo. Una rasegna stampa predisposta dalla Mondadori  per i quaranta giorni dall’uscita del libro ne fa il bubbone di una peste.
“Scalfari è perplesso – perplesso sull’opportunità di pubblicare il libro. Sciascia è contro, come Andreotti: sul “Corriere della sera” lo dice “probabilmente insulso” – non avendolo letto, come dichiara Andreotti? Con Sciascia concordano, sempre sul “Corriere dela sera”, l’arabista Gabrieli e Elemire Zolla. Con qualche confusione, confessando l’uno una scorsa, l’altro una lettura affrettata.  Né potrebbero averlo letto quelli che, per l’autorità di Umberto Eco, hanno sottoscritto un appello a favore di Rushdie e del libro: nessuno di loro ne scrive, pur essendo critici militanti nei giornali, Gudici, Raboni, Porta, Zanzotto. L’onesto Enzo Golino si segnala per essere solo. E Rosellina Balbi, capo redattrice cultura a “la Repubblica”, che però si deve assumere il pondo di recensirlo direttamente.
“Del libro si è detto. Ma la condanna islamica ne fa un casus belli. Ne dovrebbe fare, perché invece non lo fa: è appeasement su tutti i fronti. Una manifestazione di debolezza che, per chi ha anche solo sfiorato l’islam, è una grave breccia in una guerra non dichiarata ma all-out, totale. Foriera, non ci vuole molta preveggenza, di violenza diffusa. Proprio quella che i distinguo presumono di prevenire.
“Una serie di cardinali si è dichiarata contro, il francese Decourrtray e l’americano O’Connor tra i tanti, così come il gesuita californiano Robert Graham, storico della seconda guerra mondiale l’arcivescovo di Canterbury e qualche rabbino.  A fini forse di scongiuro. Tutti professando di non avere letto il libro. Non sanno il male che (si) fanno. In aggiunta alle vendette che sicuramente si faranno dopo l’editto khomeinista: distruzioni, assassinii, attentati, anche stragi.  
«I versi satanici» sono in  circolazione, in originale, da ottobre. Il 12 febbraio a Islamabad una protesta di piazza contro il libro è finita nel sangue, quando i dimostranti hanno tentato di assaltare il Centro culturale americano. Il generale Zia, che pure condanna il libro, è legato agli Usa e la polizia ha fatto sei morti e un centinaio di feriti. Il giorno dopo morti e feriti a Srinagar, in India – il primo paese a denunciare come blasfemo Rushdie. Il 14 febbraio Khomeini si appropria della questione e lancia un editto contro Rushdie – impropriamente chiamato fatwa, ma con tutti gli effetti della fatwa, di sentenza vincolante per il credente.
“L’ayatollah si è espresso in termini molto chiari: «Informo i devoti musulmani di tutto il mondo che l'autore del libro intitolato ‘I versi satanici’ – che è stato scritto, stampato e pubblicato in contrasto con l’Islam, il Profeta e il Corano – e tutti coloro coinvolti nella sua pubblicazione che erano consapevoli del suo contenuto sono condannati a morte. Faccio appello a tutti i musulmani zelanti affinché li giustizino in fretta, ovunque essi si trovino, in modo che nessun altro oserà offendere il carattere sacro dell'Islam. A Dio piacendo, qualcuno che viene ucciso così è un martire». Al peggio, si è ridotto il caso a uno di polizia. Ma c’è molto di più – basta poco per saperlo, un minimo di conoscenza di Khomeini, e dell’islam militante (l’islam è una milizia).
“Alì Khamenei, l’ayatollah probabile successore di Khomeini alla guida dell’Iran, tre giorni dopo la fatwa, ha argomentato che se Rushdie si scusava la condanna poteva essere ritirata. Due giorni dopo, il 19 febbraio, Rushdie si è scusato, professandosi mussulmano. Ma Khomeini ha ribattuto subito che non potrà mai essere perdonato. Perché Khomeini intende altro, come è implicito nella sua sentenza e come egli stesso non ha mancato di dire negli anni.
“Citando Maometto, il «Corano» e l’islam, Khomeini crea un’area di conflitto vastissima, modellabile dalle autorità islamiche, religiose e non, come un reticolo universale: potrebbe essere offesa all’islam anche la critica al velo, o alla poligamia. Critica, e anzi condanna, un’intera cultura, dal redattore o il critico al fattorino di casa editrice. Si arroga un diritto universale, la capacità di statuire per tutto il mondo. E di ogni islamico fa un nemico: una spia, uno che sta qui, a leggere libri o a zappare l’orto, ma sempre intento a denunciare l’infedele. Il khomeinismo si vuole una pianta infestante.”

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