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mercoledì 10 luglio 2019

L’ansia che viene dalla bellezza

“Non c’è dubbio”, si dice Soldati fermo in treno nell’estate del 1954 “poco dopo Arezzo” , nel Valdarno dell’amato e condizionante nonno materno, di fronte a colline allora linde e opulente: “La felicità, la bellezza, il senso della vita sono davanti a me”. E “come allora”, quand’era ragazzo e ci veniva d’estate col nonno, si chiede: “Che cosa devo fare per essere degno di questa bellezza, per toccare questa felicità, per capire quale sia questo senso della vita?” Ora si chiede anche, “con la medesima ansia: che cosa ho fatto in tutti questi anni, per essere fedele al ricordo di quel momento?” 
Soldati spiega se stesso – fa autoanalisi. Come in tutti i suoi racconti – è la sua maniera di raccontare, in soggettiva. In questo “Disco rosso” dice che ha “gettato via momenti così”. Ma non è vero, si compiange per non aver goduto abbastanza.
Nello stesso racconto, qualche riga più giù, è anche la spiegazione dell’“enigma Soldati”, la “storia dei rimorsi” che sempre frappone – che si vorrebbe gesuitica di scuola: “Il rimorso non è mai per azioni che abbiamo commesso o che non abbiamo commesso; non è per ciò che facciamo; bensì per ciò che fummo, siamo e fatalmente saremo; non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro. E così, quando riusciamo a vedere la bellezza, essa è sempre perduta”. Il “rimorso” è l’eterna curiosità – voglia di essere, disponibilità, godimento, e un po’ di confusione.
Cose viste, per lo più, ma col filtro della fantasia “irrimediabilmente romanzesca”, anche le storie inevitabili di vini, o filosofia spicciola. La messa c’entra poco, se non per la dedica che Soldati ha voluto “a don Vittorio Genga, torinese, parroco di Vezzo in provincia di Novara”, con relativa accettazione, protagonista del racconto centrale della raccolta. In tutto una trentina di “elzeviri”, considerazioni di varia umanità, che Soldati aveva pubblicato sul “Corriere della sera” nel 1954-1955. Una trentina di racconti, anche quando si vogliono cose viste, o filosofia spicciola: Soldati sceneggia ogni cosa.
In “allegro”, il suo tempo, sebbene sempre si professi perplesso e triste. Di “prosa robusta”, come lo trovava Croce in una delle sue ultime letture. Con almeno un pezzo da antologia, per restare sui temi musicali, “Nel nome di Haydn”: il ragazzo Soldati accompagna al piano il vecchio prete per una sinfonia ridotta a quattro mani, o della musica che “si vede”.
Mario Soldati, La messa dei villeggianti, Oscar, pp. 26 € 10

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