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lunedì 26 agosto 2019

Il giallo del come

Conan Doyle non approvava: “Non vi sono racconti più raffinati di questi, ma viste le loro implicazioni li trovo pericolosi. Il criminale non dovrebbe mai essere l’eroe”. Ma al pubblico il ladro gentiluomo piaceva e il cognato E.W.Hoffnung, marito di una sorella dell’autore di Sherlock Holmes e suo compagno di chiacchiere e svaghi, ne sfornò molti nel dodicennio tra il 1898 e il 1909, prima d’infermarsi – più un romanzo e due commedie. La società edoardiana – post-vittoriana – voleva incanaglirsi, e lo faceva con un campione insuperato di cricket, che snobba il cricket per rubare, di notte, agli amici, quelli di cui ha frequentato le case. “Mio caro Bunny”, spiega Raffles al suo dottor Watson, complice, testimone e narratore, nel racconto intitolato appunto “Gentlemen e giocatori”, “per fare il criminale con una buona percentuale d’impunità devi solo avere una un’attività visibilmente parallela”.
Non una grande morale del male, ma racconti del genere victorian villainies, racconti a sensazione. In realtà di piccolo furfanterie, di cui la società (post)-vittoriana era golosa, perché la consolidava nella buona opinione di se stessa. Si leggono come tecnica del furto con destrezza, ogni racconto ne ha una particolare. Altro non c’è, gli stessi Raffles e Bunny sono indistinti. In una Londra pittoresca, la stessa di Conan Doyle. Il giallo del “come” invece che del “chi”.
Ernest W. Hornung, Raffles. Ladro gentiluomo, CasaSirio, pp. 230 € 14

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