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lunedì 4 maggio 2020

La peste è il potere

Un’ampia sceneggiatura di cui il soggettista sembra Manzoni, per molteplici evidenze: la lenta percezione, gli scettici alla don Ferrante, gli speculatori, le fake news, sull’origine, la natura, la propagazione del contagio, la diatriba sul male nel mondo (la Provvidenza), la rassegnazione, i riti collettivi, di preghiera, di espiazione, e la giustizia, divina soprattutto, e umana. Che però l’edizione critica Pléiade non dà tra le fonti di Camus. Il quale si sarebbe documentato soprattutto sui libri di un paio di medici, tra essi il professor Adrien Proust , il padre, “Défense de l’Europe contre la peste”, il dottor Alibert, “padre della dermatologia”, “Physique des passions”. E su Berni, “Il secondo libro dell’opere piacevoli”, là dove sotto forma di elogio della peste critica la viltà umana. Oppure le pesti sono tutte eguali – anche di Manzoni si può dire che è molto Defoe. La peste arriva coi topi, si sa. Ma niente di drammatico, giusto alcun topi qua e là, alcuni sanguinano. In una città indaffarata, Orano. Si fa la coda al cinema (da duemila posti…). Si fa la messa solenne. Nell’Algeria polverosa, niente alberi, niente uccelli, dove niente succede. Eccetera.
Ma, poi, Manzoni è ineguagliato. Almeno, rileggendo Defoe e questo Camus. Un racconto lento, piano, anzi piatto, dell’origine del contagio, lo svolgimento, la conclusione, malgrado ci siano stati morti. Che un picco drammatico tenta, due volte, attorno al problema del male – non nuovo, né risolto, il classico “si Deus est unde malum”. Tra il dottor Rieux, scettico, intelligente, dedicato soprastante dell’evento, nonhé suo occulto narratore, e l’eloquente gesuita padre Paneloux. Il problema di Camus, del “Mito di Sisifo”, dello “Straniero”:  che ci fa l’uomo ragionatore in un mondo assurdo. Un mondo atono:”Un mondo senza avvenire né finalità”.
Ma anche il problema del male resta piano, piatto. Il tema è senz’altro la giustizia, divina e umana – a margine, c’è anche questa: Camus fa “vedere” una condanna a morte, la fucilazione, coi fucili puntati a un metro del condannato. Ma non c’è dramma in questa epidemia. Camus ci ha lavorato quattro anni, dal 1939 al gennaio 1943. Con molte annotazioni a margine, rimaste nei “Taccuini”. Tra esse, a fine 1943, a opera già chiusa: “Ciò che rimprovero al cristianesimo, è che è una dottrina dell’ingiustizia”. Gli appestati sono i dannati, gli abbandonati da Dio. Tale sembra essere il senso della prima predica del colto raffinato gesuita, padre Paneloux. Per cui “il medico è nemico di Dio”, annota nei taccuini lo scrittore, “lotta contro la morte”.
Jean Grenier dice “La peste” “una bestemmia”. Altrove, dopo le polemiche religiose montate all’uscita dal libro, Camus dirà “La Peste” il più anticristiano dei suoi libri. Ma neanche questo si vede. Il fatto religioso c’è, a due riprese, discusso anche troppo lungamente. Nei “Taccuini” il progetto è impiantato nella Bibbia, con una lunga messe di punti biblici di riferimento. L’aspetto sociale o politico, della peste come siolamento, come esilio, viene dopo, e con disprezzo: “Ciò che manca loro è l’immaginazione. Si installano nell’epopea come a un picnic”. Ma tutto il progetto comunitario di contrasto all’epidemia è molto cristiano. E lo stesso Paneloux, dopo la prima predica contro gli appestati, rientra nella narrazione per morire, solo, incerto – uomo di fede onesta, come lo stesso agnostico Rieux tiene a dire.
Un’altra lettura ci vede invece un’opera contro l’occupazione tedesca. Una lettura a cui Camus teneva. La peste è la drôle de guerre , la strana guerra perduta senza combattere del 1939-1940. Gli appestati i soldati francesi confinati nei lager nel lontano Oriente. Le divisioni in città quelle della Francia, tra occupazione e Vichy. Le “formazioni sanitarie” di volontari del dottor Rieux i partigiani. Non si vede come. Ma Camus ha voluto questa lettura. Anthony Burgess, in un saggio sulla peste di Defoe. il “Diario dell’anno della peste”, dice a questo fine il romanzo di Camus “allegorico”. Come allegoria può essere.
Può essere anche di più, come a un certo punto Camus ha pure voluto: un’opera  contro tutti i poteri, non solo quello della Chiesa – che comunque nella peste e nella città non ha  nessun potere. “La peste” viene pubblicata, in terza o quarta revisione, nel 1947. L’unica contestazione è della chiesa. Ma intanto monta la guerra fredda. Nel 1955, in polemica con un saggio di Roland Barthes al debutto, quarantenne già stimato, gli scrisse: “«La Peste», che ho voluto che si legga su più piani, ha tuttavia come contenuto evidente la lotta della resistenza europea contro il nazismo”. E rispetto allo “Straniero”, altro suo romanzo, pubblicato nel 1942, “segna, senza discussione possibile, il passaggio da un atteggiamento di rivolta solitaria al riconoscimento di una comunità di cui bisogna condividere le lotte”. Di più: “«La Peste» termina, va aggiunto, con l’annuncio e l’accettazione delle lotte a venire”. A un Barthes confuso “compagno di strada”, che gli ha obiettato nell’apprezzata recensione: “Che farebbero i combattenti della «Peste» davanti al viso troppo umano del flagello?”, risponde diretto: lo rifarebbero – “lo rifaranno senza dubbio, davanti a qualsiasi terrore e a quale che sia il suo viso, perché il terrore ne ha parecchi, ciò che giustifica ancora che io non ne abbia nominato precisamente alcuno, per poter meglio colpirli tutti”. Ed è vero che è il romanzo forse più romanzato – meno pensieroso o schematico – di Camus, è rimasto a lungo trascurato perché non in linea con la guerra fredda.
Senza queste premesse - ignote forse alla riedizione, in una traduzione nuova, di Yasmina Mélaouah - si legge un po’ come il ritratto delle nostre città oggi: non molto animato.


Albert Camus, La peste, Bompiani, pp. 333 € 17


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