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sabato 9 maggio 2020

Ma Hölderlin non è Heidegger

Hölderlin è una Dichtung, una poetica, meglio un esercizio in poetica, che sotto il suo  nome si tramanda, a opera di Heidegger – Zaccaria è l’autore di un “Heidegger e l’essenza futura della filosofia”. La cui ricchezza sta “in quello che, grazie all’opera, si lascia tacere”. Un poeta da seminari, un poeta per filosofi. Flebile e fertile – fertile per essere flebile, un riempitivo. Di ogni avventura, perché esercita soprattutto ad “apprendere, dai suoi versi, il silenzio”. Una suggestione.
Questo non è è Hölderlin, poeta di molti versi, drammatici, tragici, lirici, religiosi, storici, logici, anche nei lunghi anni di follia. Di molteplici esperienze, compresa la follia, che non gli impedì di versificare con compiutezza, seppure dietro identità fittizie. Un poeta in radice religioso, come i coevi Hegel e Schelling, condiscepoli a Tubinga. È quello che un certo germanesimo, e Heidegger, hanno elevato nel secondo Novecento a ombra. Un manichino o attaccapanni buono per qualsiasi abito, purché “ispirato” – indistinto, esoterico.  
È un seminario a conclusione di un corso che Zaccaria ha tenuto alla Bocconi “Sull’essenza del linguaggio (Hölderlin, Heidegger)” . Alla poesia del silenzio segue una polemica contro un “Apparato di controllo” all’opera per prevenire e impedire il “pensiero poetante” di Heidegger: “La ricerca del ritmo e del tono non sembra essere un tratto esclsuivo del poetare: anche il pensiero scientifico avrebbe la sua propria tonalità”. Quindi una discussione sul perché la poesia non è la matematica. E il Mitsein, “il con-essere dell’autentica poesia” - ma “autentico” oggi non suona bene? Con il poeta-profeta-povero Hölderlin. A p. 23 la “decisività destinale” è già troppo. O poco dopo il polemos che si fa sinonimo di das Heilige, e questo non si traduce, come è, “il sacro”, ma “il salubre”. Unica notazione significante di Heidegger sul poeta, una o due righe sulle migliaia sotto cui lo ha seppellito: “Un poeta strano , se non addirittura misterioso, recondito”.

Uno dei partecipanti, Andrea Ghislandi, a un certo punto sbotta: “Avrei paura di un uomo che non ha mai scritto nulla di inessenziale, che ha indovinato tutto, un uomo sempre «grande»”. Che non è Hölderlin ma Heidegger.
Una lettura fuori tempo, controcorrente. Anche se il seminario è del 2000: le cose mutano in fretta. Affascinante, e in fondo l’unica cosa interessante, è la tabella che i partecipanti compilano alla lavagna segnando ognuno ciò che a suo parere lega Heidegger e Hölderlin. Una dozzina di temi. Che ne dicono la multiversità – o se si vuole l’instabilità, se non l’incauto impossessamento – della relazione. Specie per Hölderlin, che ne guadagna poco e ci perde molto – non si legge più.
Gino Zaccaria, Hölderlin e il tempo di povertà, Ibis, remainders, pp. 175 € 4

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