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Le lingue servono
È incredibile come Meloni, pur essendo di pochi
studi, conosce e sa muoversi sui problemi internazionali. Forse per innato senso
della prospettiva, geografica e politica – ma anche storica (la storia non è innata)?
Sicuramente per avere studiato e praticato le lingue, inglese e spagnolo soprattutto,
e anche il francese.
“Parlare le lingue” è una rarità fra i politici
italiani. Anzi con un solo precedente, Draghi – di pratica però limitata all’inglese,
e un po’ legnosa. Lo stesso Monti, con tanta esperienza internazionale, alla
Commissione di Bruxelles alla quale fu mandato da Berluscsoni, e nel think-tank Bruegel, ha limitato uso dell’inglese.
Nel G 7 in Puglia è riuscita per questo solo
vantaggio a superare handicap non marginali
– e a ottenere pieno il successo d’immagine, a cui questa assise ormai burocratizzata
si è ridotta a servire. Una localizzazione avventurosa e faticosa per tutti i
convenuti. Riuscire a tenerceli chiusi per due giorni. In un momento non
propizio, fra gli europei e con lo stesso presidente Biden. E il colpo di
teatro dell’invito al papa, che su Meloni capopartito non può non avere riserve,
ma con lei deve aver gradito parlare finalmente castigiano invece
dell’indigesto italiano – come ora Milei, altro convertito meloniano.
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