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L’amicizia amorosa, in America – e l’alcolismo
Un estratto della corrispondenza tra Lucia Berlin e
il poeta e commediografo Kenward Elmslie, pubblicata a fine 2022 dalla University of New Mexico Press. Una amicizia nata tra i due nel 1994,
a un Summer Writing Program, tre mesi di frequentazione. “Tra noi è scattata
subito una forte sintonia”, dirà Berlin in un’intervista del 2002: “Abbiamo
subito colto i sentimenti più profondi l’uno dell'altra. È stato come
innamorarsi, o tornare a parlare del proprio migliore amico d'infanzia in prima
elementare, quel tipo di amicizia davvero pura”.
Lei viveva a Boulder, in
Colorado, dove insegnava all’università, in un campo di roulottes (“Mi
sento davvero a casa qui. Ho sempre odiato lo yuppie e il New Age di Boulder,
la brutta arte e le librerie”), e poi a Los Angeles, lui a New York e nel
Vermont, Calais. Loosha è il vezzeggiativo epr Lucia.
Nulla di eccezionale. Se
non la normalità stessa dei due scrittori. Le albe, i tramonti, le
indisposizioni, specialmente lei, più volte all’ospedale, le letture. Lui: “Ho
iniziato a detestare ‘Il rosso e il nero’. Mi sono innamorato di ‘L’altra
donna’ di Colette (“La femme cachée”, ndr.) e del classico trio francese:
moglie, amante e drammaturgo da boulevard sdolcinato nonché marito
donnaiolo, a cui entrambe tengono e che decidono di condividere. Si vogliono
così bene che la gelosia non è un problema…”. Ognuno descrive descrive piano i suoi
accadimenti e ambienti. I lavori o progetti – Lucia ha l’idea di quello che
sarà “Welcome Home” –“ho solo un’idea di dove si svolgerà…. tra New York e
Valparaiso, … trenta capitoli”. O gli eventi quotidiani. I vicini messicani. La
festa di quartiere. Un arresto di polizia, dell’indiano al bordo del campo, con
irruenza e violenza - non senza un’irruzione tra i buoni vicini di roulotte
messicani (non si riflette abbastanza oggi, con i fatti di Minneapolis, sulla
brutalità normale della polizia in America, tipo i vari “Miami Vice” o “Chicago
P.D.”). Una testimonianza, anche, dell’isolamento in cui la scrittrice
continuava a vivere nell’ambiente intellettuale, benché scrivesse e
pubblicasse da quasi mezzo secolo.
Più circostanziato,
raccapricciante prima di essere consolante, il racconto che Lucia fa
dilungandosi di una visita del figlio maggiore David, con i suoi figli: “David
e i ragazzi se ne sono andati ieri sera dopo una visita davvero meravigliosa.
Devo dire quanto sono grata e felice. Ogni madre amata dai figli è benedetta, per
una madre alcolizzata è uno stato di grazia. So di essere stata una ‘brava’
madre, amorevole e responsabile, prima di bere, e quando bevevo non ho mai
fatto del male ai miei figli, né fisicamente né verbalmente, ma di certo li ho
spaventati, li ho fatti sentire in imbarazzo, vergognati e preoccupati... avrei
potuto ucciderli guidando e bruciando casa, eccetera. Ci sono voluti molti anni
di ricostruzione, più per convincermi che mi avessero davvero perdonato che per
convincerli a farlo. David in particolare... che, una volta, quando stavo per
suicidarmi, con Antabuse e gin, se n'è andato dicendo: ‘Fallo pure. È la cosa
più giusta da fare’”. Anche questo, l’alcolismo, è un’America a cui non si è
abituati, benché sia nostro esempio e spettacolo quotidiano.
Lettere
accompagnate da disegni, schizzi, scherzi. Un ricordo grato di quando si
praticava – si poteva - l’“amicizia amorosa”. Costante e vicendevole. Quindi di
confidenza rilassata, non di gioco o recitazione, tra i sessi. In
America, appena ieri, nel 2000.
Lucia Berlin e Kenward Elmslie, Love, Loosha,
“The Paris Review”, 17 ottobre 2022
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