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lunedì 19 gennaio 2026

L’amicizia amorosa, in America – e l’alcolismo

Un estratto della corrispondenza tra Lucia Berlin e il poeta e commediografo Kenward Elmslie, pubblicata a fine 2022 dalla University of New Mexico Press. Una amicizia nata tra i due nel 1994, a un Summer Writing Program, tre mesi di frequentazione. “Tra noi è scattata subito una forte sintonia”, dirà Berlin in un’intervista del 2002: “Abbiamo subito colto i sentimenti più profondi l’uno dell'altra. È stato come innamorarsi, o tornare a parlare del proprio migliore amico d'infanzia in prima elementare, quel tipo di amicizia davvero pura”.
Lei viveva a Boulder, in Colorado, dove insegnava all’università, in un campo di roulottes (“Mi sento davvero a casa qui. Ho sempre odiato lo yuppie e il New Age di Boulder, la brutta arte e le librerie”), e poi a Los Angeles, lui a New York e nel Vermont, Calais. Loosha è il vezzeggiativo epr Lucia.
Nulla di eccezionale. Se non la normalità stessa dei due scrittori. Le albe, i tramonti, le indisposizioni, specialmente lei, più volte all’ospedale, le letture. Lui: “Ho iniziato a detestare ‘Il rosso e il nero’. Mi sono innamorato di ‘L’altra donna’ di Colette (“La femme cachée”, ndr.) e del classico trio francese: moglie, amante e drammaturgo da boulevard sdolcinato nonché marito donnaiolo, a cui entrambe tengono e che decidono di condividere. Si vogliono così bene che la gelosia non è un problema…”. Ognuno descrive descrive piano i suoi accadimenti e ambienti. I lavori o progetti – Lucia ha l’idea di quello che sarà “Welcome Home” –“ho solo un’idea di dove si svolgerà…. tra New York e Valparaiso, … trenta capitoli”. O gli eventi quotidiani. I vicini messicani. La festa di quartiere. Un arresto di polizia, dell’indiano al bordo del campo, con irruenza e violenza - non senza un’irruzione tra i buoni vicini di roulotte messicani (non si riflette abbastanza oggi, con i fatti di Minneapolis, sulla brutalità normale della polizia in America, tipo i vari “Miami Vice” o “Chicago P.D.”). Una testimonianza, anche, dell’isolamento in cui la scrittrice continuava a vivere
 nell’ambiente intellettuale, benché scrivesse e pubblicasse da quasi mezzo secolo.

Più circostanziato, raccapricciante prima di essere consolante, il racconto che Lucia fa dilungandosi di una visita del figlio maggiore David, con i suoi figli: “David e i ragazzi se ne sono andati ieri sera dopo una visita davvero meravigliosa. Devo dire quanto sono grata e felice. Ogni madre amata dai figli è benedetta, per una madre alcolizzata è uno stato di grazia. So di essere stata una ‘brava’ madre, amorevole e responsabile, prima di bere, e quando bevevo non ho mai fatto del male ai miei figli, né fisicamente né verbalmente, ma di certo li ho spaventati, li ho fatti sentire in imbarazzo, vergognati e preoccupati... avrei potuto ucciderli guidando e bruciando casa, eccetera. Ci sono voluti molti anni di ricostruzione, più per convincermi che mi avessero davvero perdonato che per convincerli a farlo. David in particolare... che, una volta, quando stavo per suicidarmi, con Antabuse e gin, se n'è andato dicendo: ‘Fallo pure. È la cosa più giusta da fare’”. Anche questo, l’alcolismo, è un’America a cui non si è abituati, benché sia nostro esempio e spettacolo quotidiano. 

Lettere accompagnate da disegni, schizzi, scherzi. Un ricordo grato di quando si praticava – si poteva - l’“amicizia amorosa”. Costante e vicendevole. Quindi di confidenza rilassata, non di gioco o recitazione, tra i sessi. In America, appena ieri, nel 2000.

Lucia Berlin e Kenward Elmslie, Love, Loosha, “The Paris Review”, 17 ottobre 2022

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