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lunedì 23 luglio 2018

La Bovary Novecetno di Simone de Beauvoir

Un exemplum, una storia emblematica. Di donna appagata (un marito bravo, due figlie, un lavoro vero, un amante con cui ha la forza di rompere) e insoddisfatta, che “l’idea di una disgrazia scialba e quotidiana” ossessiona.  
L’idea è buona. E anche il racconto, meno saggistico di altri - e meno flaubertiano di tanto Novecento franvese. Non sulla condizione femminile, un po’ più umano: la Bovary in questione ha anche amore e rispetto per il padre, sfortunato, si occupa delle figlie, rompe con l’amante, vuole salvare la madre, capriccio fatto persona. Con l’occhio alla Sagan, erano gli anni dei best-seller da amori infelici. Un racconto anche curiosamente remoto, dopo soli cinquant’anni: non ci sono più amori infelici, non ci sono innamoramenti. 
Un racconto anzi con molto ritmo, dialogato con gusto. Che un curioso rimpianto fa emergere: se fosse stata meno “impegnata” – se non avesse sprecato tanto del suo tempo - quante cose non ci avrebbe raccontato Simone de Beauvoir . In aggiunta alle tante, certo, che ha lasciato, è parte del Novecento  che meglio si rilegge, con più sostanza.   
Simone de Beauvoir, Le belle immagini, Einaudi, pp. 145 €8,50

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