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giovedì 13 giugno 2019

Il lato buono di Anne Frank

Anne Frank era “nata scrittrice”. A tredici anni lo proclamava, a quindici “scriveva”, con piena  coscienza e padronanza della scrittura. Il “Diario” di oggi aveva un titolo romanzesco, quello che ebbe alla prima edizione, nel 1947, “Het Achterhuis”, il retrocasa. E non era che un inizio:  “Quando scrivo”, diceva,”mi libero di ogni preoccupazione e la tristezza scompare, gli spiriti tornano vivi”.
A sedici Anne moriva a Bergen-Belsen, deportata con tutta la famiglia dai nazisti. Moriva di tifo,  un mese prima della Liberazione. Era finita a Bergen-Belsen, un lager per modo di dire, insieme con la sorella Margot e tremilaseicento altri deportati da Auschwitz – Auschwitz era meglio di Bergen-Belsen, un campo di fango e di tende, che la pioggia e il vento avevano strappate.
Nell’ultima nota del diario, l’1 agosto 1944, prima della deportazione, Anne scrive alla fittizia amica Kitty di sentirsi doppia. Una, quella nota, saccente e dispersiva: “La prima alberga la mia allegria sfrenata, le mie continue prese in giro, la gioia di vivere  e soprattutto il fatto di vedere il lato positivo di tutte le cose”, pronto a “un flirt, un bacio, un abbraccio, una battuta spinta”. L’altra, “il lato buono”, che “molto più bello, puro e profondo”, purtroppo non la conosce nessuno. È la sindrome dello scrittore inedito. Anche se viveva da due anni in cattività, temendo la deportazione. Reclusa con altre undici persone, di cui tre amici olandesi che proteggevano i reclusi, andando e venendo, e otto reclusi, tra i quali Anna, la sorella e i genitori.
“Anne Frank” è un marchio e un simbolo, di tutto quello che si vorrebbe non fosse avvenuto nel secolo scorso. Ma il diario mantiene la vivacità per cui è diventato famoso, subito alla prima pubblicazione, prima anche che un monumento all’Olocausto, e questo bisogna ricordarlo. Ha un passo variato, nella ripetitività di un giorno uguale all’altro, pieno di humour, con le illusioni e le delusioni dell’adolescenza, delle adolescenti, i primi stimoli sessuali, momenti di euforia o di depressione, una cognizione sempre allerta e esatta delle vicende belliche, misurata sulle informazioni dei tre angeli custodi esterni ma anche sulle informazioni in codice della Bbc e della radio olandese in esilio (“Oranje”), e sui bombardamenti, gli allarmi, la loro intensità, la loro frequenza.
Questo va detto perché è da qualche tempo di moda sottolineare nella vicenda Frank aspetti problematici e perfino sordidi. Di creazione e sfruttamento di un mito. Nonché di censura, nella prima e a lungo unica edizione, di ogni minimo accenno di turbamento sessuale e ogni riferimento non benevolo alla madre, e alla madre col padre. Anne aveva problemi con la madre come tutte le adolescenti, e leggendo ora i riferimenti allora espunti si vede bene. Veniva anche da una famiglia alto-borghese, sia da parte del padre che della madre, e anche questo può  spiegare le difficoltà ad adattarsi al rifugio minimo e anonimo, in clausura. Mentre “nel 1947”, può spiegare piana la curatrice Mirjam Pressler, “quando il volume uscì nei Paesi Bassi, non era costume parlare apertamente di sesso, soprattutto nei libri per ragazzi”.
Non è la storia di Anne Frank, poiché manca il peggio, l’arresto, la deportazione, il lager. E tuttavia è stato un potente catalizzatore di passioni, forse il veicolo più potente per un sentimento reale di cosa l’antisemitismo legale è stato, già prima del concentramento, molto prima – quante piccole Anne Frank in Italia per le leggi razziali, anche se non sono finite allo sterminio, ma cacciate da scuola sì, all’inizio dell’anno scolastico 1938-39. In questo indirettamente lo è, un documento anche dell’Olocausto.
Questa “edizione definitiva”, come recita la copertina, “a cura di Mirjam Pressler, approvata dall’Anne Frank Fonds”, con un’immagine diversa e serena in copertina, era forse mirata a recuperare i diritti, ormai in libero uso. Un’edizione aumentata rispetto a quella “edita” già nota, che Eraldo Affinati presenta, col saggio di Natalia Ginzburg che introduceva la prima traduzione nel 1954, e con una ricostruzione degli ultimi mesi di vita di Anne e della sorella maggiore Margot, sulla base di testimonianze di sopravvissuti a Westerbork, il campo di smistamento olandese, Auschwitz e Bergen-Belsen.
La foto nuova in copertina dà stranamente un’altra idea di Anne Frank e del suo diario. Dice una ragazza di tredici-quindici anni che voleva scrivere, e aveva cominciato. Precisa e svagata. Puntigliosa e appassionata. Giusta e ingiusta. Un diario che è un romanzo. A un certo punto della presentazione, Affinati ha uno scarto, una sorta di parentesi illuminante, un personaggio delineando, mitico e mutevole (polimorfico in realtà): “Anche se rifiutassimo il mito di Anne Frank, dovremmo comunque sapere che la sua testimonianza, essendo entrata a far parte dell’immaginario contemporaneo, può orientare certe emozioni collettive, plasmare il pensiero di innumerevoli persone, proprio come una di quelle divinità mitologiche greco-romane cui lei, che odiava la matematica, era tanto affezionata”. E: “Questa adolescente, capace di slanci generosi e pungenti invettive, continua a cambiare, come se i suoi tanti lettori avessero la capacità di rigenerarla…”
Questa è l’edizione olandese del 1991, un diario “compilato da Mirjam Pressler” sugli originali legati dal padre Otto Frank al Reale Istituto dei Paesi Bassi per la documentazione bellica – oggi Niod, Nederlandisch Institut vor Oorlogs, Holocaust –en Genocidestudies. Subito tradotta da Einaudi, nel 1993, per la cura di Frediano Sessi – che è anche il compilatore dell’appendice sugli ultimi mesi di vita di Anne Frank, nella cattività. Promossa dal gruppo Mondadori per i novant’anni della nascita a prezzo speciale, “a panino” con un altro bestseller, nelle sue librerie.
Anne Frank, Diario, Einaudi, pp. 401 € 9,90

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