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lunedì 25 maggio 2020

L’ America all’epoca del #metoo, malinconica

Woody Allen è, nel catalogo di Jim Holt, “Perché il mondo esiste?”, tra gli schopenhaueriani pessimisti. Anzi aggiornato al nulla fisico e metafisico della teoria delle stringhe, etc. Come del resto lui stesso ha spiegato nell’intervista col sacerdote Robert E. Lauder, “Woody Allen’s World: Whatever works”, nel “Commonweal Magazine”, 15 aprile 2012.
Da giovane, prima del successo, anzi del cabaret, si sposò con una studentessa di filosofia. Ne ha mediato molte battute nei suoi primi sketch. Ma ne era tarato, dalla filosofia. “Lagnarsi dà non poco sollievo”, è Schopenaheur. “La metafisica è incomprensibile ma non fa male”. “Kierkegaard ci si divertiva”. “Schopenhauer negli ultimi anni divenne sempre più pessimista perché si accorse di non essere Mozart”.
Qui non si diverte, racconta aneddoti, si vede, per la bottega. Fa quello che si attende che faccia, commenti, qualche pettegolezzo, minimo, qualche battutina, su questa o quella attrice, sapendo che lo sospettano, per la gloria, di averle sedotte, se non violentate – il sospetto può accrescere la gloria, ravvivarla.
Woody Allen, 84 anni, non dev’essere stato un tipo facile a viverci. E non per la terribile ex moglie Mia Farrow, con la quale pure ha fatto qualche figlio, mentre lei a lui deve i pochi ruoli di qualche rilievo al cinema. Una figlia adottiva di Farrow, la ventenne Soon-Yi, che la madre adottiva maltratta (la vicenda prende una pietosa trattazione al centro della memoria), è diventata l’amante e poi la sposa di Allen, e lei non glielo ha perdonato. Lei stessa si vantava, mentre viveva con Allen, di essere l’amante di Frank Sinatra. Ma questo non conta. I suoi mariti, Andrè Previn prima di Woody Allen, sono bersagli del #metoo, e non c’è quarantena possibile, bisogna che passi la pandemia.
“L’esistenza umana è un’esperienza brutale, insignificante – un’esperienza tormentata e insignificante”. Non sembrerebbe Woody Allen, ma lo è. E l’angoscia di morte, il Todestrieb di Freud, sembra genuino, non artificio comico. Nell’intervista con Lauder ci torna su spesso. In tutti i libri, per la verità. Qui lo evita, ma è un libro tutto sommato difensivo, dopo l’assalto delle virago – che ne hanno comunque impedito la pubblicazione in America. In “Hannah e le sue sorelle” entrava in crisi alla scoperta che non aveva il cancro. È angosciato, non vuole più lavorare. E alla collega che gli obietta “ma questo lo sapevamo già, che dobbiamo morire”, risponde, e non fa ridere, “sì, ma ora non posso tenerlo più nascosto”.
Un libro malinconico. E non per per le aggressioni del #metoo, che lo ha ostracizzato al cinema e nell’editoria, che mostra di non temere. Anzi di non calcolare, ma proprio per il pessimismo che è il suo tono di fondo, di quello che “non si aspetta nulla di buono dal mondo”. Dall’America, dalle donne, dai figli. Viene molti anni dopo i titoli che lo fecero “Woody Allen”, ma sembra di un altro uomo: tanto quelli erano scoppiettanti, tanto questo è mesto.
Woody Allen, A proposito di niente, La Nave di Teseo, pp. 400 € 22


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