sabato 25 aprile 2026
Il pendolo centrista – lo “zoccolo duro” è Dc
Una “unità larga per l’alternativa” è l’obiettivo a sinistra, dunque. Il Fronte Largo stenta ma forse non ce n’è bisogno: il prossimo voto sarà per il centro-sinistra, tutto è già apparecchiato. Con Milano che sconfessa Salvini e la banca ai romanacci. E compresa Forza Italia, pronta a dare manforte se necessario (come fu già col governo Monti – pronubo Verdini…). La “legge” elettorale è ormai questa: a un governo di centro-destra succede uno di centro-sinistra - e viceversa.
E il perché è anche chiaro, va ribadito – questo non è un numero ma ha un senso preciso, e storicamente vero: il governo non deve essere FORTE. Non deve cioè poter governare.
Il bolero di Ravel, dalla fabbrica al letto
Ravel è incaricato da Ida Rubinstein
di un nuovo balletto, un’idea musicale per un nuovo balletto. Prosegue la sua attività di concertista, anche in America. Rivede la sua gioventù,
quando veniva inesorabilmente bocciato,
cinque volte, al Prix de Rome – una borsa di studio ricca, con
possibilità di fruirne a Roma senza spese, all’Accademia di Francia a Trinità dei
Monti: ne avevano beneficiato i grandi della musica francese, Berlioz, Gounod,
Bizet, Massenet, recentemente Debussy. Rivede
la madre, che sempre ha creduto in lui – lei e qualche amico. Soprattutto si
vede con Misia Sert, che ha sempre la chiave per rianimarlo - forse l’amore che
non ha voluto (frequenta i bordelli).
Finché non scopre, sempre attento ai rumori, anche insignificanti, di guanti
che scivolano, quelli ritmici
della fabbrica. E ci costruisce sopra l’accordo base, che poi elabora per un
minuto, e ripetendolo diciassette
volte ha il balletto commissionato. Qualche screzio con la Rubinstein, che ne
fa un balletto erotico – “che
volevi, la fabbrica in palcoscenico?”. E presto, poi, la fine. Una trama lineare, anche breve,
per un racconto d’epoca e di atmosfere. Dell’amicizia soprattutto, di un approccio semplice alla vita,
benché di artista – ha solo problemi di ate, di mestiere.
Anne Fontaine, Boléro, Sky Cinema, Now
venerdì 24 aprile 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (631)
Giuseppe Leuzzi
Stare male ma meglio – o
se i poveri sono ricchi
La regione con il reddito
medio complessivo più elevato è la Lombardia, 30.200 euro. La regione con il reddito medio più basso è la Calabria, 19.020 euro. La ricchezza è ineguale, e
la Lombardia è ricca, la Calabria, al
confronto, povera. Che è vero in assoluto - la Lombardia è attiva, la Calabria no, etc . Ma non, p.es., se confrontato con il
costo della vita. Che in Calabria è non un terzo, ma infinitamente, inferiore a
quello della Lombardia. Il costo della vita del ceto medio, professionale-impiegatizio-commerciale.
Il reddito medio in
Calabria, per quanto basso, consente un’abitazione grande, automobili numerose
e grandi, consumi alimentari come quelli di Milano, e il risparmio – tanto da mantenere
i figli a costosi studi universitari (mille euro al mese?) fuori sede. Mentre a
Milano, città ricca, il ceto medio arranca, dall’abitazione ai consumi – pur risparmiando
sugli studi (e sulla sanità). E questo tanto più, o tanto peggio, perché Milano
è una città “ricca”, molto. Ha il primato mondiale di numero di superricchi, 115 mila milionari, 1 milionario ogni
12 milanesi. Milanesi per convenienze fiscali, non “milanesi” in realtà, ma con
impatto forte sulla città. Centoquindicimila persone che devono avere a Milano
una o più residenze milionarie, e inevitabilmente spendono in proporzione. Cento-duecentomila
case milionarie rendono l’aria irrespirabile ai molti, per gli affitti ma anche
per gli acquisti, per ogni tipo di acquisto.
La difficoltà di fare
quadrare i conti spiega – anch’essa – l’intraprendenza, e la costanza, l’impegno.
Ma come altro spiegare in Calabria, che pure si gloria, si gloriava, di avere
la “testa dura”, la singolare inerzia, la scarsa applicazione, la scarsa
ambizione, e anzi inattività?
Quando la Grecia era al Sud
Si è usi pensare la Magna Grecia,
dacché la nozione è stata coniata dai primi coloni, che dovevano gloriarsi della
loro impresa, come un’estensione della Grecia classica, una periferia, una civiltà
d’emigrazione, quindi di seconda mano, e dipendente, per miti, genealogie, filosofie,
di vita e di pensiero, fortune. Tutte le connotazioni dell’emigrazione. Mentre
il rapporto era distaccato con la madrepatria, e più spesso che non autonomo. Fino
anche a qualche guerra, con Siracusa e altre “colonie”.
Più forte era la differenza
per la cultura, il blasone nobile della Greca. La filosofia, di Pitagora e
degli Eleati. La scuola medica di Alcmeone - a cui fece capo Ippocrate, personaggio
poi antonomastico per maestro di medicina.
Pitagora, che lasciò presto la
natia Samo in Grecia per stabilirsi a Crotone, vi fece tema di dibattito la
capacità femminile di discutere e praticare la politica, e quindi di governare
– cosa inaudita nella Grecia continentale (di parità per le donne si comincerà
a parlare in Atene un secolo e mezzo dopo, con Epicuro). Molto della civiltà
greca detta “jonia” è di fatto elaborazione o sviluppo magnogreco.
Il delitto d’onore
era greco, per legge
La stessa legge che mise fine,
finalmente, alla libertà di assassinio, anzi all’assassinio come dovere
sociale, se compiuto per vendicare un torto (la faida), emanata in Atene da Dracone,
o Draconte, il politico e giurisperito primo legislatore greco, nel 650 a.C., ammetteva,
in via eccezionale ma come un diritto, “omicidio legittimo”, alcuni casi
specifici. Tra questi – seguiamo Eva Cantarella, “Gli inganni di Pandora”, p.
68 - “incluse il caso di chi avesse sorpreso nella propria casa un uomo
(chiamato moichos) mentre intratteneva un rapporto sessuale con sua
moglie, sua madre, sua sorella, sua figlia o la sua concubina libera: in altre
parole, con tutte le donne del gruppo familiare. Un’impunità, quella concessa a
chi uccideva in queste circostanze, che configura il primo caso di «omicidio per
causa d’onore» della storia occidentale”. Durato a lungo “nelle codificazioni
moderne” - abolito in Italia solo nel 1981- dopo essere passato inalterato “attraverso
il diritto romano e il diritto intermedio”.
Dracone però non inventava, se
il delitto d’onore era previsto dal Codice di Hammurabi, mille anni prima di
lui.
L’aggiustizia ha stravinto al Sud
Si sarebbe pensato in sede di previsione
che il referendum sulla riforma della giustizia avrebbe accumulato i SI soprattutto
al Sud, dove chiunque, in vario modo e misura, ne ha sofferto sperimenta ogni giorno,
per ogni evenienza, l’inconsistenza o insensatezza dell’apparato repressivo giudiziario
– quando non si tratta di corruzione, per il partito, la loggia, o semplicemente
il conto in banca (succede anche questo, toccato con mano). E invece no: un’analisi
dei flussi elettorali col Metodo Goodman sul voto al referendum confrontato col
voto politico del 2022, porta a stimare che a Palermo il 20 per cento dei voti
di Fratelli d’Italia, uno su cinque del 2022, e il 30 per cento di quelli di Forza
Italia, uno su tre, hanno votato NO. Comprensibile forse per FdI, che ha una
componente giustizialista, ma per Forza
Italia, che si attribuisce la paternità trentennale della riforma?
Nel complesso, c’è al Sud un flusso
in uscita dal centrodestra al NO. Più accentuato nelle isole. Dove complessivamente
ha riguardato poco meno di un quarto dell’elettorato della coalizione nel 2022 -
un NO che ha pesato di più per la quota accresciuta di astensione.
Nel complesso il voto al referendum ha rispecchiato il
voto delle politiche – il centro-destra ha vinto con meno voti complessivi
delle opposizioni, che erano divise. Con un’altra singolare eccezione, oltre
quella del Sud, nel “quadrilatero”, un tempo roccaforte della sinistra, Emilia-Romagna,
Toscana, Umbria, Marche: qui il SI ha avuto un numero dì suffragi superiore, di
un 5 per cento, a quelli del centro-destra alle politiche. Nelle altre macroregioni
gli esiti sono più o meno analoghi.
Cronache della
differenza: Milano
“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il
presidente del Como, l’indonesiano Suwaraso, in un match che poi l’Inter
ha vinto. Ma ne abbiamo saputo non dalle cronache, da un post che due giorni dopo
il signor Suwaraso ha indirizzato ai tifosi del Como, per giustificare la mancata
reazione agli insulti: “Sono nostri ospiti e meritano rispetto”.Nel complesso, c’è al Sud un flusso in uscita dal centrodestra al NO. Più accentuato nelle isole. Dove complessivamente ha riguardato poco meno di un quarto dell’elettorato della coalizione nel 2022 - un NO che ha pesato di più per la quota accresciuta di astensione.
Nel complesso il voto al referendum ha rispecchiato il voto delle politiche – il centro-destra ha vinto con meno voti complessivi delle opposizioni, che erano divise. Con un’altra singolare eccezione, oltre quella del Sud, nel “quadrilatero”, un tempo roccaforte della sinistra, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche: qui il SI ha avuto un numero dì suffragi superiore, di un 5 per cento, a quelli del centro-destra alle politiche. Nelle altre macroregioni gli esiti sono più o meno analoghi.
Tra Como e Milano, è una storia di lombardi. Ma si
vede che il leghismo è becero anche in casa.
Ha vinto Brignone ma parla sempre
Goggia. Tiene banco, di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Goggia
è di Bergamo, Brignone di Milano. Anche qui il leghismo gioca in casa, a chi ce
l’ha più duro?
“Corriere della sera” e
“Gazzetta dello Sport” celebrano lo scudetto dell’Inter come una marcia
trionfale, con cinque o sei partite ancora da giocare, senza mai menzionare il
calciatore Bastoni e l’arbitro La Penna. Senza i quali, simulatore ed
espulsore, l’Inter avrebbe tre punti in meno, almeno tre – una sconfitta in un match
clou può avere conseguenze. Milano non pratica l’autocritica, ma neanche esercita
il senso critico: sarà questo il segreto della ricchezza?
Il sindaco Sala scende in
campo a difesa dell’indifendibile Bastoni, e dice e ghigna che il vero
simulatore è Del Piero (Del Piero?). Il quale gli risponde così: “Ho letto le
parole di Sala. Sorpreso, anche perché non avevo parlato di Bastoni. Io ho
sempre cercato di rispondere sul campo”, non di fare chiacchiere da tifoso. Silenzio.
L’oltraggiosità – la spavalderia
- contro lo stile, non impareranno mai.
Si ascoltano testimonianze
incredibili dei rider in città. Del tè con le brioches (a Milano è assolutamente
necessario dirle brioches anche se non lo sono, “cornettti” risulta strano)
da consegnare a 6,9 km di distanza. E il contenitore del tè si è rotto. Oppure
il panino alle 3 e alle 4 di notte. Che superiorità è, sarà stupidità? La
ricchezza è legata alla stupidità?
Però, alla
fine, Milano c’è. Per Ferdinando Scianna, per esempio, riconoscente perché sua
città d’elezione -
mentre in Sicilia, amico di Sciascia e tutto, autore di “Les Siciliens”, con
Sciascia e Dominique
Fernandez, e di “La villa dei mostri”, con Sciascia, nessuno se lo fila. O
Andrea Branzi, che Milano continua
a celebrare, mentre Firenze, dove Branzi provò a lungo, negli anni 1960, ad avviare una
scuola di design, quando l’Alta Moda era ancora a Firenze, tace –
divenne “Branzi” entrando al
Politecnico da professore, con la Domus Academy e gli Archizoom a seguire.
Silenzio invece per i cento anni
di Dario Fo, della nascita. Se ne occupa solo Roma, il Sistina, il ministero (a
gestione di destra) – se ne occupa Matea, la figlia di Jacopo, che ha creato
una Fondazione intitolata ai nonni, Dario
e Franca Rame. Se non c’è business, non c’è memoria?
"Il nostro popolo, nel suo domestico
e spontaneo, mai non diede a sé medesimo il nome geografico e istorico di lombardo”
– Carlo Cattaneo,1844, “Notizie naturali e civili su la Lombardia”.
È sempre miracolo a Milano. Ora
al Piccolo dopo quello di De Sica e Zavattini 75 anni fa. Da un miracolo
all’altro, Milano è da dirsi miracolata?
Ma non è Lourdes, la Madonna
che lavora per la salute altrui.
Franco Fortini in “Dieci anni
1947-1957. Contributi ad un discorso socialista”, ricorda la città nei suoi
primi anni alla Olivetti come epitome dell’Italia che provava a riscattarsi dalla
guerra: “Un’altra Italia veniva avanti, avviluppata nei settimanali, bruciata
dalla speculazione, coperta di manifesti, piena di colore e di stanchezza
coloniale; fatta con la nostra stessa vita e, come un figlio, irriconoscibile.
Eppure bisognava impararne l’avvenire”,
C’è ora tanta gente in strada,
da una decina d’anni pare, post-Esposizione, quando la città diventò meta
turistica. Prima non s’incontrava mai nessuno nelle ore di lavoro, cioè per tutta
la giornata – e anche la sera chiudeva presto. Ma non si sente mai il milanese.
Conciliaboli invece siculo-veneti, napoletani-calabresi, in stretto dialetto
congregazionale. La città come un luogo abitato da varie “popolazioni”.
Comunicherà solo con l’italiano
– che Bossi il beneamato voleva abolire?
“Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli
Usa è uno scandalo, non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità…, ma questo
ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci.
Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani”. È una scemenza, del
fisico Rovelli, che è un anti-yankee. Ma “7”, il magazine del
“Corriere della sera”, gli fa da megafono per il nuovo libro, tutto anti-yankee.
Che Rovelli pubblica non più con Adelphi ma con Solferino. Tutta roba
dell’editore Cairo, “7”, “Corriere” e Solferino. Se c’è più establishment… Milano
si vuole sempre estremista. Non ne azzecca una. Lo fa apposta, per fregare
l’Italia?
leuzzi@antiit.eu
Arbasino racconta Arbasino
“Nino Alberto”
all’anagrafe, Alberto perché voluto dalla madre, Nino perché diminutivo del
nonno paterno – è “Arbasino” dalla prima riga, minuto e epocale. Il bisnonno
(materno) Annibale Manusardi avendo “«sperperato le sostanze» nelle case da
gioco, morte la prima e la seconda moglie (sorelle), la loro famiglia «gli
tolse i figli» (poi facoltosi)”. Non è finita: “Ma lui, ancora sindaco e
presidente dell’Opera di Lodi in un intervallo della ‘Traviata’ rapì la
protagonista (che si chiamava Anna Magnani) con grave scandalo. Fuggirono; il
figlio (mio nonno) fu chiamato Alfredo; e si stabilì a Voghera dove si era trovato
bene come cavalleggere. Un collega gli mostrò il ritratto di una damigella
lodigiana (mia nonna), e lui andò a chiederla in sposa per sé”.
Una cronobibliobiografia di
Arbasino alla Arbasino. Piena di umori e sorprese. Sempre vivaci, malgrado
(grazia al)la ritrosia, anche le minime. Partendo dalla solita famiglia e vita
borghese di provincia, fra “notabilati locali ai primi del Novecento”, tra
padre e madre “figli e congiunti di avvocati”, primo di tre ragazzi, “Mario, di
cinque anni più giovane, Massimo, nato nel 1938 e mancato in giovane età”. Di
genitori coetanei, e compagni di scuola, al liceo e all’università. Lei
laureata in Lettere classiche “(ma non insegnò mai)”, lui in Chimica
industriale – poi farmacista: “dopo la crisi del ’29, vendendo una vigna sempre
rimpianta, acquistò una farmacia, e poi un’altra” e poi altre. Infanzia in
“ambienti severi, austeri, con arredi spesso neri tra i barocchetti
piemontesi”. Tra “le gentili consorti di ufficiali, medici, notai, ingegneri”.
E dopocena, il papà “con gli altri mariti al Circolo”, a vantare avventure di
donne, “inesorabile” anche per lui “il rosario serale di tutte le donne, con le
serve inginocchio e la radio spenta”. Tutte le tante insegnanti, ricordate una
per una, con metodologie e intelligenze varie, tutte molto produttive”. I libri
naturalmente, in casa e in biblioteca, con elogio della bibliotecaria. L’estate
inesorabile in villa – le lunghe villeggiature, “in quel di Casteggio per mesi
e mesi”. Una vita si direbbe senza storia. Che però nella memoria, seppure
ritrosa, si anima. Dal “burbero «colonnello» Italo Pietra” (il primo direttore di
Arbasino, al “Giorno”), compagno di scuola e di football “nei cortili” dei
ragazzi Manusardi, gli zii materni, e poi comandante partigiano degli stessi, a
T.S.Eliot e la miriade di incontri celebri. Studi di Medicina a Pavia, per
dire, noiosi e inutili, per un’errata infatuazione della psicoanalisi, ma
pranzi alla mensa con Francesco Alberoni, Umberto Colombo, Elvio Fachinelli – e
non per vezzo di name dropping. Poi studi di Giurisprudenza, conclusi, sempre a Pavia, con Roberto Ago (di Vigevano), specialista di Diritto
Internazionale Pubblico.
Molti i ritratti, sebbene
fulminei. Di Roberto Longhi, p. es. Con molta Versilia, Forte dei Marmi, da giovanotto, al “rinomato caffè”, allora Roma,
che Longhi animava, con la moglie Anna Banti - qui con un raro medaglione giovanile-femminile: “Sotto un certo celebrato quarto platano sedeva per l’aperitivo per mesi un vero
cenacolo in calzoncini «casual» e «baschetti» e golfini. Con tre presenze
fisse: il pittore Carrà, lo scrittore Pea, e il critico De Robertis. E un
presidio parmigiano fondamentale: Pietrino Bianchi…. e Attilio Bertolucci - “lì si arrivava in lambretta, cortesemente accolti ai tavoli per un drink con
una bella e sfortunata e sempre rimpianta ragazza: Rosanna Tofanelli, figlia
del direttore di «Tempo», Arturo, da riaccompagnare a casa (la villa Malaparte)
entro le nove, senza fermarsi alla Capannina”. Poi i sabati a casa Kissinger a
Harvard, borsista (preceduto da Raffaele La Capria, Giovanni Urbani, Desideria
Pasolini), tra “John Kenneth Galbraith alto due metri, lo storico e scienziato
politico Arthur Schlesinger piccolissimo e affabilissimo (ebbero poi mogli
bionde altissime)”. Assistente alla Sapienza del professor Ago, al corso di
Studi (“nemmeno un Istituto, nemmeno una biblioteca”) di Scienze Politiche, con
corsi monografici e esami– fino al 1965, già scrittore di fama - per futuri
burocrati poco o punto intere sati. Con i pranzi alla Trattoria Romana in via
Frattina, tra gente di spettacolo (Bolognini, Zeffirelli, Tosi, Asti, Betti,
cena Cesaretto - la lista è lunga – e dopocena a via Veneto, folta di
letterati, e di “«personaggi balzachiani», «pittoreschi produttori»,
«caratteristici siculi», «Hollywood sul Tevere», e i paparazzi, e i
soprannomi….”. E la scelta di vivere a Roma.
Con un tributo, infine un
riconoscimento, a Bassani, che troppo spesso si dimentica, e alla sua Biblioteca
di Letteratura feltrinelliana – “in un appartamento di via Arenula a Roma, dove
si aveva il privilegio di venir ricevuti da due ragazze splendidissime:
Ludovica Ripa di Meana e Roberta Carlotto. E lì si pubblicavano, in vesti
sobrie, ‘Il Gattopardo’ e Testori e Cassola e Delfini, con Blixen e Borges e
Forster” (anche se poco piacevano “sia il colore lugubre sia quel profilo
«troppo contadinesco»” delle copertine, “scelto tra i Fra Galgario consigliati
da Testori”).
Gli aneddoti scorrono
innumerevoli. Ex allievo di Kissinger a Harvard. ricambiava come gli altri
ex-allievi le cortesie quando, ogni anno, a inizio destate, Kissinger “faceva
un giro delle capitali europee”. Da Ranieri, bistrot allora semplice e
accurato di via Mario dei Fiori, Arbasino lo invita a pranzo, con Pannunzio,
Gorresio e La Malfa. Discutono “The brutal Friendship” dello storico Deakin,
l’alleanza del Terzo Reich con la Repubblica di Salò - quindi 1963? Kissinger
aveva chiesto di incontrare Moro. Gli avevano proposto, invece, Morlino. “«Is
that a diminution?», chiese gravemente”. Con la incongrua esperienza da parlamentare: richiesto da Visentini e Spadolini,
deputato indipendente nelle liste del partito Repubblicano, cinque anni faticosi
e inconcludenti.
Tanti i medaglioni, di
personaggi e situazioni. Un Feltrinelli sempre in tema nel suo lavoro di
editore, rapido e indovinato, che a un certo punto scompare, per riapparire, a
una festa di Inge a Villadeati, dalla boscaglia, in tutta mimetica, giusto un
momento, per abbracciare gli amici. E insomma tanta roba. Le collaborazioni a
“Il Mondo”, “l’Espresso”, il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, la
pubblicazione di racconti, romanzi, saggi, le “gite a Chiasso”, nel suo caso
innumerevoli, e impegnative. La crono -autobiografia recalcitrate ha presto
preso un paio di centinaia di (fitte) pagine. A Raffaele Manica l’arduo lavoro
di ricucitura, dei ricordi e degli anni, e della vastissima bibliografia. Con
varie ricette su come leggere “Fratelli d’Italia”, a p. 125 – o a p.140, con la
lunga citazione di Adorno, “Minima moralia”, apposta all’edizione Einaudi 1976 –
anche questa “ampiamente riscritta e aumentata”.
Una rimemorazione
precisa, dettagliata, per la vertigine della lista, che non è name dropping,
ma un modo di vivere, solitario. La lista degli amici è sempre eccellente. Qui
locupletata dal dragaggio – in epoca di outing? per invidia del Pasolini
di “Petrolio”? – pentacontinentale, con esseri e in forme varie, non esclusa la
pederastia, “non esistendo ancora il termine «pedofilia»”. Del Maggio ’68
litandosi a protestare: “Quando mai più si potrà fare di tutto nelle ritirate
della Sorbona e della Faculté de Droit”, a Parigi? E ogni anno, ogni stagione, un numero
interminabile di mostre, concerti, teatri, tutti eccezionali e anzi unici, e
interviste, incontri, cene e gite, in un empireo di eccellenze. Un’opera colazionando
che sembra perfino impossibile da riprodurre – se non per centinaia di volumi.
Per numero, e per numero di riedizioni, riviste e rifatte. Una vita
prospettando che è un dialogo, di sé con se stesso. Per le ragioni più nobili,
letterarie, ma così è da trappista in società.
Una novità è il “ritorno
a Milano”, discreto ma non critico – in questo non gaddiano, “nipotino
dell’Ingegnere”. Con una mezza pagina, in occasione della morte di Parise, che
lascia interdetti, tanta la solitudine che sottende (alla p. 176): “Nel palazzetto
milanese Bompiani-Bregoli i vicini carissimi, qualche piano più sopra, erano Ottiero e Silvana Ottieri in
continuo movimento fra i «divini mondani» e gli uffici di «zio Valentino» e il
salotto risorgimentale-engagé della mamma Cederna (la famosa Donna Ersilia,
nursery inflessibile di intelligenze spiritose «alla Camilla» e alla Franca Valeri,
davanti a Brera”. Continuando, in tema amicizia: “Le mappe degli affetti
gratulatori annoverano Raffaele La Capria e Luigi Malerba e Mario Bortolotto,
amici e interlocutori di tutta la vita, e i «tre G» (Giuliani, Gramigna, Guglielmi)
da cui ho ricevuto fondamentali interpretazioni critiche. Le più gaie e liete
serate («Bei momenti», Mozart), con le splendide Letizia Paolozzi e Gaia
Servadio”.
Una vita si direbbe “spettacolare”,
esteriore, intrecciata di spettacolo, la vita come letteratura, tanto quanto
discreta e apparentemente solitaria dietro l’irrequietezza, ogni anno decine di
migliaia di km di spostamenti. In ogni caso appartata – questa, quasi postuma,
è l’unica “esibizione” di se stesso. Con l’intento “avanguardista” (del Gruppo
63 Arbasino si vuole assiduo frequentatore, malgrado la vena costituzionalmente
dissacratrice) di innovare le patrie lettere. Come prospettava ultimamente, nel
2005, nel risvolto di “Marescialle e libertini” (pure molto establishment,
premio Viareggio e premio Napoli): “Un flâneur di varie arti come A.A . si fa
memorialista filarmonico di innumerevoli rappresentazioni e interpretazioni e
personalità”, in un’ottica di aggiornamento, o revisione critica, costante: “Attraverso
i contesti e i gusti mutanti si trasformano continuamente anche le figure e le ‘carriere’
dei Classici Moderni”. Un database per una storia della cultura nel secondo
Novecento.
È la “cronologia” della
vita e delle opere di Arbasino redatta da Manica con lo stesso autore, per la
pubblicazione di tutto Arbasino in due volumi dei Meridiani – prassi
eccezionale ma necessaria, per una pubblicazione di classici con l’autore
ancora in vita. Rivista dallo stesso Arbasino, nel lungo lasso di tempo tra la
prima uscita nei Meridiani (2009) e la morte (2020). Sebbene sempre
controvoglia, assicura Manica nella
Premessa, trovando impudica l’esibizione di sé da parte dell’Autore, ma alla
fine molto piena, di persone, ambienti, epoche, eventi, aneddoti, piccoli e
grandi: “Cominciò, diciamo, a rilassarsi quando ebbe la consapevolezza che
questa cronologia alla fine somigliava a tutti i suoi libri”.
Alberto Arbasino, Autocronologia,
Adelphi, pp. 246 € 16
giovedì 23 aprile 2026
Il mondo com'è (495)
astolfo
Al-Andalus – La Spagna degli Omayyadi è sempre viva nella poesia e la memoria araba. Araba propriamente detta, e urbanizzata, cioè di Damasco - non del Nord Africa, che pure fu finitimo Al A Andalus, ma ha cultura e anche etnie più complesse. È il regno proclamato dal califfo Abd el-Rahman, dell’ultima progenie della dinastia Omayyade, che governò il secondo califfato islamico di Damasco, dal 651 al 750, quando tutti gli esponenti della famiglia furono massacrati dai rivali Abbassidi. Abd el-Rahman riuscì a salvarsi e sei anni più tardi era in grado di proclamare il dominio omayyade sulla penisola iberica.
In arabo Al Andalus
è un toponimo molto più vasto dell’attuale Andalusia spagnola. Benché la capitale
del nuovo regno fosse nell’attuale Andalusia, a Cordoba. Una capitale che Abd
el-Rahman e i successori modellarono sul ricordo di Damasco. La tenuta di
el-Rusafa, di palme trapiantate, portava lo stesso nome di una analoga tenuta reale
nei pressi di Damasco. E, soprattutto, la nicchia di preghiera della Grande
Moschea era rivola a Sud, come se Al Andalus fosse la Siria, sebbene la Mecca
fosse a est e non a sud di Cordova e della Spagna.
Al Andalus durò pochi
secoli. Minata dalle guerre di successione, dapprima sempre più ridotta, infine
sradicata dall’offensiva cristiana, la Reconquista, conclusa da Castiglia e Aragona
unite lo stesso anno della scoperta dell’America,
il 1492 – lo steso anno dell’espulsione di mussulmani ed ebrei dalla penisola
iberica. Ma quando Al Andalus era ormai ridota al solo emirato di Granada. Resta
nella memoria araba come al watan, la patria perduta. E a lungo nella memoria comune, anche di
Dante, come esempio di “convivenza”, religioso e culturale. Un mito. forse non
artificioso.
Haussmann – Il “barone” Haussman,
George-Eugène, che rifece Parigi, non era architetto né urbanista ma prefetto.
In una delle sue prime sedi, a Nérac, Aquitania, si occupò degli assetti
urbani: aprì strade e scuole comunali, ed ebbe idea di
una piantagione di pini
marittimi che saranno poi alla base della forestazione del dipartimento (Lot-et-Garonne).
Quando Carlo Luigi Bonaparte si proclamò imperatore nel 1852 a Parigi, subito
concepì il disegno di rifare la capitale. Non avendo uno Speer sottomano, l’architetto,
come invece avrà Hitler, decise di affidare il rinnovamento della città a un prefetto,
inteso come organizzatore degli interventi. Diede perciò incarico al suo
ministro dell’Interno, Victor de Persigny, l’incarico di cercare un funzionario
capace, nelle prefetture delle città maggiori, Rouen, Lilla, Lione, Marsiglia e
Bordeaux. Persigny s’incaricò di intervistare personalmente i funzionari, e nelle
sue “Memorie” descriverà così l’incontro con Haussmann – lo scrive ex
post, ma è lui che lo aveva prescelto: “Uno degli uomini più straordinari
del nostro tempo: grande, forte, vigoroso, energico, e al contempo intelligente
e subdolo, con uno spirito pieno di risorse. uomo audace”, che gli racconta “tutti
i traguardi raggiunti nella sua carriera amministrativa, senza dimenticare
nulla”, Preciso anche, oltre che determinato. E l’anno dopo Haussmann era
prefetto della Senna. Presto celebrato per le grandi arterie rettilinee (i boulevard),
i giardini e parchi pubblici, l’edilizia monumentale.
Haussmann ebbe
carta bianca perché Napoleone III volle dissolta la città operaia, detta per
spregio ghetto. Quanto all’edilizia residenziale “signorile”, la rendita urbana
è la ricchezza, l’antica Roma lo sapeva - il suolo non ha valore in sé, non è
scarso, ma in quanto è in mano ai promotori immobiliari, a una rete di idee e
bisogni, più spesso indotti, e di alleanze, più spesso corruttive. Più la
qualità dell’alloggio decresce, più cresce il peso della rendita fondiaria -
una topaia in città sarebbe tutta rendita. Lo stesso per l’omogeneità di
Haussmann - vivere separati e diversi, socialmente promiscui, non nell’edilizia
uniforme, classista, di Haussmann è probabilmente più democratico che vivere in
un falansterio, seppure palaziale.
Napoleone – Se ne può rifare
la storia agevolmente, Uscendo dalla lettura sterminata del “Napoleone” di Stendhal, il progetto
sempre coltivato e mai terminato, era la sua ossessione, si vede quanto la
storia sia micragnosa là dove riluce gloriosa. Di un uomo che vinse giovane per
caso, per avere tirato la cannonata giusta al momento giusto, ed essersi poi
trovato in mezzo alle faide della Rivoluzione, dopo avere fatto la fame. Sarà
la provvidenza, ma si chiama anche caso. Napoleone non ebbe mai, in nessun
momento, un disegno: l’invasione dell’Inghilterra e della Russia erano
scemenze, e in Russia si dimostrò la sua avventatezza. Vinceva le battaglie, ma
per l’indisciplina e la ferocia delle sue truppe, che mandava lacere e pagava
col bottino, mentre veniva confrontato da schieramenti e manovre, la guerra
bella del Settecento che rifuggiva dal macello. Metteva a frutto il capitale di
simpatia della Rivoluzione, sia coi francesi che con i popoli europei, ai quali
la rivoluzione faceva pagare con laute riparazioni. Anche di battaglie, se si
fa il conto, ne perdette più di quante ne vinse. Dove trovò nemici, in Spagna i
preti, in Russia il gelo, si arrese. L’esercito prussiano che lo sconfisse a
Waterloo era di volontari, giovani, letterati, libertari. La storia – la
provvidenza? – ha di queste insensatezze.
Pietro Querini – 1.400
forse-1448, è l’inventore” dello stoccafisso, il merluzzo seccato – detto alla
veneta “baccalà”
(che sarebbe invece il nome appropriato del merluzzo sotto sale. Mercante di
malvasia, navigatore esperto, membro del maggior Consiglio della Serenissima, partì
nel 1431 da Creta, dove possedeva le vigne, per le Fiandre, dove contava di
vendere il vino. Dopo Finisterre in Francia subì una serie di tempeste, fino a
che non si ruppe il timone e la barca non fu più governabile. La abbandonò e
divise l’equipaggio su due scialuppe. Una scomparve, la sua finì alle Lofoten.
A Røst, l’isola più a sud dell’arcipelago. I pescatori locali salvarono i
naufraghi, e nelle loro case Querini scoprì un pesce chiamato stocfisi,
che essiccavano all’aperto – il merluzzo.
Querini è negli annali
per la relazione di viaggio che compilò per la Repubblica, considerata una sorta
di documento etnografico, in anticipo sui tempi della disciplina. Ma anche per
avere introdotto nella Serenissima la passione per lo stoccafisso – di cui
vantava anche i vantaggi: la conservazione nei viaggi, e un cibo magro, buono
per i lunghi tempi della penitenza, venerdì, vigilie, quaresima – il venerdì di
magro sarà fissato successivamente, dal Concilio tridentino.
Jean Robin – Farmacista, erborista
dei re di Francia tra Cinque e Seicento, ha dato il nome all’acacia, pianta “scoperta”
tra Canada e America, diffusa negli Appalachi, che si occupò di trapiantare a Parigi,
- secondo la tradizione nel 1602, la data alla quale si fa risalire l’esemplare
di square Viviani, sulla riva sinistra della Senna a Parigi, davanti a Nôtre Dame,
che tuttora resiste, benché tenuto su col cemento, imponente, 30 m d’altezza e
3,5 di diametro al tronco. Era anche colto: redasse in latino la maggior parte
delle sue opere di botanico. Era stato nominato “arborista ed erborista” da Enrico
III nel 1586, e mantenne l’incarico con Enrico IV e Luigi XIII.
Le ricerche per
conto del re mise a frutto anche con un vivaio, un investimento riuscito, che
sfruttò la passione per i fiori esotici alimentata dalla regina Maria dei Medici,
affidato alle cure del figlio Vespasien, che fece viaggiare in continuazione per
raccogliere piante esotiche e curare una rete di fornitori, in Italia, Spagna,
Inghilterra, Germania, le Fiandre, e le isole di Sâo Tomé e Principe. Del vivaio
redasse anche un catalogo, nel 1601, in cui elenca circa 1.300 specie diverse
di fiori in offerta. Tra di esse la tuberosa, introdotta dal Messico, molto costosa,
e perciò molto richiesta. Vivaio di cui fu gestore geloso, al punto di guadagnarsi
la nomea di “Eunuco delle Esperidi” – anche se il vivaio, vicinissimo al Louvre
e a Nôtre Dame, era aperto e visitato giornalmente da molte persone di rispetto.
Robin non viaggiava
– faceva viaggiare il figlio. Molte specie riceveva dai corrispondenti. È il
caso dell’acacia-robinia, il cui seme avrebbe avuto da un corrispondente inglese,
John Tradescant il Vecchio (il Vecchio perché anche il figlio di Tradescant
viaggiava molto in cerca di nuove specie, e fu in America).
Robinia è un nome
successivo a Robin. È ancora acacia nel catalogo del suo giardino, che pubblicò
nel 1601, e nelle due edizioni, 1620 e 1627, della “Histoire des Plantes
nouvellement trouvées” di Robin figlio: il nome Acacia Americana Robini viene da
una “Plantarum canadinesium historia” del 1635, del botanico Jacques Phiipe
Cornuti, amico dei Robin.
La robinia è un’acacia,
Robinia pseudoacacia, considerata invasiva e “diminutiva”, nemica cioè
della biodiversità, ma usava nei luoghi di origine per la velocità di crescita,
come legna da ardere. È una pianta nordamericana, dal Canada al Messico. Per un
numero di specie non determinato, fra quattro e dieci. La più nota è la Pseduoacacia,
la robinia trapiantata in Europa - non necessariamente in Fancia per prima: nell’orto
botanico padovano un’acacia robinia è attestata nel 1602 (forse via sempre il
britannico Tradescant).
astolfo@antiit.eu
L’Europa dall’Atlantico agli Urali
“L’Europa non ha veri
motivi per non vivere pacificamente dall’Atlantico agli Urali. Anzi, ha ovvi
motivi per farlo, come anni di passati politica estera tedesca, osteggiata
dagli anglosassoni, vedeva bene” – la Ostpolitik, divisata e varata da Willy
Brandt mezzo secolo fa. E d’altra parte la Russia, come “il mondo intero, ha
molti più motivi per collaborare che per farsi guerra”. In mondo è vario,
insomma, e non va soggetto all’egemonia “anglosassone”, cioè americana.
Rovelli, fisico tourné
analista politico, rovescia i luoghi comuni della nostra, purtroppo
quotidiana, “informazione” – che, lui non lo dice, ma sembra piuttosto una
“lezioncina”, stanca. Lo fa anche a costo di trascurare che è la Russia ad
attaccare l’Ucraina, e non viceversa – certo, sulla politica zelenskyana di
caccia al russo, in un Paese che ne aveva alcuni milioni, da secoli. Ma è vero
che “di sicuro, la Russia non ha alcuna intenzione, né modo, di invadere
Parigi, Berlino o Londra”. E nel Baltico “problemi seri”, di acque territoriali
e risorse, “possono trovare soluzioni ragionevoli” – sottinteso: se non ci sono
gli “anglosassoni” di mezzo.
Rovelli forse non lo sa,
ma il suo linguaggio è quello del generale De Gaulle negli anni 1960 –
anglosassoni, Urali ... Allora a nessun effetto (solo Fanfani, in tutta
l’Europa, lo ascoltava). Oggi, però, sarebbe da dire: “Purtroppo”. Ma allora
c’era la guerra fredda, con minaccia nucleare, oggi no, e il “gollismo” ha un
altro suono, quello della verità. È da tempo che gli interessi dell’Europa non
collimano con le politiche e\o gli interessi degli Stati Uniti. E che gli Stati
Uniti, per errore o strategia, accumulano iniziative anti-europee: la Serbia,
la Libia, il gas e il petrolio russo, che loro hanno sostituiti (e toglierli
dal mercato è come innalzare i prezzi), il mar Rosso, i dazi, Hormuz.
Rovelli di più prova, da
fisico?, da battitore libero, a rifare la storia. Le responsabilità della
Polonia nell’avvio della seconda guerra mondiale – e l’annessione della Galizia
e mezza Prussia germaniche dopo la guerra? La proliferazione nucleare, nota e
ignota - Israele? Iran?. La stigmatizzazione, che pure non si fa, dell’America
per avere sdoganato l’uso dell’arma atomica.
La raccolta dei saggi di
Rovelli non si direbbe tanto sulle colpe dei fisici quanto dell’America. Che ci
ha portati a mali passi. È tanto che non si sentiva più l’antiamericanismo.
Dichiarato, radicale. Esagerato, al fondo. In una presentazione del libro
Rovelli attacca in questi termini le basi americane: “Che l’Italia ospiti le
bombe atomiche degli Usa è uno scandalo…. Questo ci rende il primo obiettivo in
caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare
per proteggere gli americani”. Mentre nel libro elogia le bombe russe - quelle
sì, ci proteggono: “La Russia non ha alcuna capacità militare di arrivare in
Europa occidentale, ma ha una straordinaria capacità di deterrenza contro attacchi
esterni: 4.000 testate nucleari” – e “non è né ha intenzione né modo di essere
un nemico dell’Europa, se non nella misura in cui l’Europa, o gli anglosassoni,
non lo trasformano in tale”. La verità è che in guerra ognuno è un bersaglio. La
difesa è la capacità di contrasto\reazione, propria o alleata. Le bombe Usa
difendono l’Italia, qualora diventasse bersaglio (non si sa mai…). Mentre Sigonella
e gli altri no alle guerre Usa dicono che gli accordi Usa-Italia sono corretti
e sani.
Ma molto di quello che
Rovelli dice è solo fatti: L’Europa all’ora degli odi baltici e slavi contro la
Russia significa la fine dell’Europa – una Europetta, come l’Italietta.
Una struttura agile per
una lettura semplice. Il libro trascrive la miniserie di video del “Corriere
della sera” – podcast con immagini - sulla storia della bomba e sul rischio
nucleare oggi, di proliferazione o anche di uso, non solo di minaccia, deterrente.
Carlo Rovelli, La
cattiva coscienza dei fisici, Solferino, pp. 144 € 15,50
mercoledì 22 aprile 2026
Secondi pensieri - 582
zeulig
Felicità - Per Nietzsche “la felicità diventa felicità quando si riesce a dimenticare”. Ora che dimentichiamo così in fretta, sommersi dalle “informazioni”, accresciamo invece l’infelicità? Di noi e degli altri.
Identità – L’identità s’identifica (realizza) in un rapporto di mutua necessità ed appartenenza. Non può essere a sé, isolata, esaustiva, si sa, si definisce in rapporto con l’Altro. È il tema anche di Freud, da ebreo professo “benché non praticante”, che sul tema si interroga nell’irrisolto “romanzo” “L’Uomo Mosé e la religione monoteistica”.
Riesaminando il “romanzo” di Freud, in “Freud e il non europeo”, Edward W. Said riflette che nessuna identità (collettiva, nazionale) è possibile “senza la repressione di questa frattura, di questa mancanza originaria, dovuta al fatto che Mosé fosse egizio, e che perciò rimase sempre al di fuori dell’identità dentro la quale così tanti invece sono rimasti, e hanno sofferto – e più tardi, peraltro, persino trionfato”.
Said personalmente ne era ossessionato. Che nelle memorie, “Sempre nel posto sbagliato”, assegna all’identità un “estraniamento” continuo, interminabile, un costante displacement.
Said, come già Freud, sorvola sul fatto che Mosé, che ha inventato l’Esodo e creato l’ebraismo, col Dio monoteista, è rifiutato su base razziale – endogamica, di procreazione matrilineare.
Foucault la ipotizza come un espistème, insieme inconscio e consensuale – creazione culturale. Ma senza gli inevitabili punti o momenti di disaccordo o di controversia, come gliene fa l’appunto la storica Zemon Davis?
Intellettuale – Lo scrittore Paolo Di Paolo non ne viene a capo nella lectio inaugurale della Festa della Resistenza alla Fondazione Feltrinelli (anticipata su “Robinson”, 12 aprile). Se non con Gobetti, un secolo fa: “L’uomo di libri e di scienza cercherà dunque di tenere lontane le tenebre del nuovo Medioevo continuando a lavorare come se fosse in un mondo civile”. La caratura aristocratica, cioè, ma è possibile considerare il mondo incivile, e l’intellettuale profeta di gloom&doom, predicatore messianico? L’intellettuale come araldo e artefice della palingenesi, della “rivoluzione”, della fine della storia, del regno di Astraea?
Edward Said, che sul tema ha tenuto nel 1993 le Reith Lectures – la serie di lezioni annuali a tema della radio Bbc - lo vede con semplicità come è, o dovrebbe essere: un esiliato e un dilettante che ha o si prende il compito di “dire la verità” al potere, quale che sia, “anche a rischio di ostracismo o prigionia”. Dire la verità – che è contestata e contestabile, ma è doveroso esercitarvisi
Più spesso, e anche alle feste della Resistenza, dall’intellettuale si vuol la “trasformazione della realtà”. Che è impossibile, roba di magia - un po’, parecchio, assurdo più che presuntuoso. L’intellettuale per eccellenza, dacché, sarà un secolo, la categoria è stata nucleata, è Karl Marx, ideologo e anche organizzatore e capo di partito, occhiuto. In aspetto meno epico e radicale, come Gobetti, Gramsci, ma anche Luigi Einaudi, è studioso e applicato.
Fuori dall’“impegno”, ideale, ideologico, l’intellettualità si caratterizza per l’ambiguità. L’ambiguità è il passepartout – un ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale. Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo, ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.
Ipocrisia – L’età della verità, libera per tutti, non se ne può dire la celebrazione, dell’ipocrisia?
Piacerebbe, certamente, dire le cose. Ma non sono più i tempi di Darwin: l’epoca è di riassetto e chiacchiere. Sembra l’opera di Borges, grande impolitico, la critica di un’opera che non esiste.
E su tutto ondate di moralismo raggelante. Come dire: “Siamo nati tutti morti”, e calcarsi il sombrero in testa. Che forse non è una colpa. La storia, la piccola micragnosa storia, si lega per un fine filamento diabolico, la periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude la ragione e la realtà. A lungo, p.es., da un secolo e mezzo, nella forma della dialettica, che non porta in nessun posto (è un artificio retorico) ma si voleva sistema del mondo e del reale.
Queer theory - Riduzionista, in quanto assolutista, come ogni teoria non veramente critica – o come ogni teoria, che più che creazione mentale si vuole realtà, esclusiva? È il contrario, nel caso, del termine: queer è ciò che sta in mezzo, strano cioè nuovo e un po’anche indistinto, liminale. Nello specifico, del rapporto uomo-donna, nasce dalla considerazione del rapporto costruito storicamente, culturalmente uomo-donna, delle rispettive caratterizzazioni, per decostruirle e depurarle. Ma fino ad annullare ogni differenza? Tutte le specie convivono, ognuna diversa dall’altra.
Non una teoria, un
manifesto. Uno dei tanti, per l’affermazione dei “diritti”, nell’ “età dei
diritti”. Che si vogliono totalitari, oltre che imperativi. Al limite del disordine
distruttivo – c’è un disordine creativo, che però si pone dei limiti.
Storia – “Un’arte di pensare - Natalie Zemon Davis, “La passione della storia”, 53-54) – che ci dà la possibilità di riflettere, di ritornare alla documentazione o di affrontarla con nuove domande,…. parlerei di un atto di fertilità, o di fecondazione”.
La storia è “meticcia”, la storia e la storiografia - sempre Zemon Davis, p.81: “Troppo spesso ci si dimentica che la nostra storiografia è influenzata da numerosi dati concettuali che derivano dall’esperienza di conquista di altri mondi e dall’esperienza coloniale. Non è una creazione autonoma, è essa stessa meticcia. Il meticciato mentale è una vecchia storia. Ma si tratta pure di un problema spesso occultato, poco conosciuto. Tendiamo troppo a ignorare che nei fenomeni d’incontro tra culture e stili di vita non sono all’opera solo la violenza e l’incomprensione. Dalle esperienze imperialiste e di conquista scaturiscono fenomeni di amalgama, di scambio”.
Verità – Ma c’è, endogamica, di procreazione matrilineare.
C’è (anche) quella di Nietzsche, nel momento stesso in cui la nega(va).
zeulig@antiit.eu
L’Europa riscoperta in una biografia
La vita prima spensierata
e brillante poi impegnata e perfino tragica di un’americana in Europa tra le due guerre, dapprima in Francia poi a Londra, dove si trasforma in inviata di
guerra. Modella di grido a New York negli anni 1920, poi in Francia fotografa di
moda, compagna di Man Ray, amica di Éluard, e di Nusch Éluard, Cocteau, Picasso e
altre stelle del firmamento culturale. Quindi a Londra, sposa, fotografa di “Vogue”
– un destino segnato? ragazza a New York era stata salvata da un incidente
automobilistico probabilmente mortale per strada dalla prontezza di un signore
che era Condé Nast. Fotografa di guerra per la stessa rivista, che deve
continuare a uscire giusto l’approccio churchilliano alla guerra, “mostrare che
non li temiamo, la vita deve proseguire come in pace”. Embedded,
fotografa in prima linea, grazie alla nazionalità americana al seguito delle forze
americane. In coppia con l’inviato fotografico di “Life”, David Scherman. In Francia
dopo lo sbarco, a Saint-Malo quando il napalm fu usato per la prima volta,
dagli Stati Uniti – la prova per la messa a fuoco del Giappone nei dodici mesi
successivi. In Normandia e a Parigi la Liberazione, con la tonsura delle donne
che avevano avuto fidanzati tedeschi. E la scoperta, che la annienta, che le
amiche sono impazzite o scomparse “verso di là, verso la Germania”. L’“umanità”
dei lager, imprevista, imprevedibile. La celebrazione fredda della vittoria
con la foto oltraggiosamente nuda nella vasca da bagno del dittatore, nella residenza
di Hitler a Monaco di Baviera. Per poi scoprire, tornando a Londra, che le sue foto
che documentavano i lager non erano state pubblicate “per non demoralizzare
il pubblico”.
Poco recensito, e poco
visto, in Italia, un biopic di forza eccezionale. La storia, aratissima, dell’Europa
tra le due guerre come nuova ed eccezionalmente normale. Di regista americana
un film inglese, cioè (ben) raccontato, nella sceneggiatura e al montaggio, solido.
Che una Kate Winslet, attrice inglese, cioè attrice vera, di scuola, gioca in
pluriformato, a resa sempre eccezionale: modella giovane e sventata, fotografa “surrealista”,
coi seni volentieri al vento, col compagno Man Ray e le altre celebrità, fotografa
di guerra matura, coinvolta dalle mille atrocità, sigaretta sempre alle labbra dapprima, e alla fine anziana e sola col bicchiere in mano.
Un racconto opera del
figlio, si può aggiungere per la verità della cosa, che anche nel film fa,
intervistatore anonimo, da detonatore della narrazione – il film è una narrazione
ex post di Lee Miller: come lei vive la vita che ha vissuto. Per rivelarsi
infine il figlio trentenne da lei sempre negletto – il figlio è di fatto l’artefice
della fortuna postuma dei genitori, Lee Miller e il (secondo o terzo) marito Roland
Penrose, pittore e curatore d’arte.
Ellen Kouras, Lee
Miller, Sky Cinema, Now
martedì 21 aprile 2026
Problemi di base macho-femministi bis - 912
spock
macho-femministi
bis
Perché le
donne sono cattive?
Perché lo sono
in Italia?
È infetta
l’aria in Italia?
La storia?
O la scuola,
che è femminile, materna?
Cattive o
scontente?
spock@antiit.eu
Il più grande processo del mondo
Sei
giurati popolari e due togati, il presidente della Corte d’assise e il giudice
a latere, discutono e si confrontano per 36 giorni, in camera di consiglio,
isolati cioè dal mondo, per sbrogliare i giudizi e le pene del maxiprocesso di
Palermo, 1986, contro centinaia di mafiosi. Ma non è un legal thriller all’americana.
Il presidente, Alfredo Giordano, che si è assunto l’onere del processo, il più imponente
al mondo, pare, nella storia della giustizia, e il suo giudice Pietro Grasso, oggi
senatore, discutono sulle imputazioni, e sula determinazione delle condanne, anche
un po’si azzuffano. I giudici popolari servono per allentare un po’ la tensione
- come un gatto, che fa capolino nel cortile del reclusorio, dove i giurati “prendono
l’aria”, come nelle carceri, e un pifferaio che chissà come si intrufola.
Un
dialogo teatrale in realtà, fra Sergio Rubini e Massimo Popolizio, il presidente
e il giudice subordinato,
che
tengono viva la materia. Ma, poi, tutto è scontato, gli esiti e le pene essendo
note.
Un
atto – un film - “civile”, forse di proposito. In vista dei quarant’anni, quest’anno,
dell’avvio del processo. Con 475 imputati da giudicare.
Fiorella
Infascelli, La camera di consiglio, Sky Cinema, Now
lunedì 20 aprile 2026
Problemi di base macho-femministi - 911
spock
Perché le donne
sono cattive con le donne?
Perché le donne
sono cattive con gli uomini?
E con se
stesse?
Come gli
uomini?
Perché le
donne sono cattive?
Perché si dice
che lo siano?
spock@antiit.eu
Pasolini “preciso”
Rimasto
fuori dalla copiosa editoria per i cinquant’anni della morte, il libro forse
più significativo su Pasolini. Un florilegio di testi, tutti per qualche
verso interessanti. E di immagini, dei film e di Pasolini.
Il
libro si apre con una rara foto del padre, altrimenti ignoto. Carlo Alberto
Pasolini è Pasolini figlio, fisicamente e somaticamente – anche nel
cipiglio. Con una didascalia importante (tratta dall’intervista con Jon Hallyday,
“Pasolini su Pasolini”: l’omosessualità (di cui P. si faceva peso e colpa, n.d.r.) non
va attribuita all’“amore eccessivo, quasi mostruoso” verso la madre ma al padre:
“Gran parte della mia vita erotica ed emozionale non dipende da odio contro di
lui , ma da amore per lui, un amore che mi portavo dentro fin da quando avevo
un anno e mezzo o forse due, non so”.
Le moltissime foto danno Pasolini sempre in posa, anche in costume da bagno, o in tenuta
da sci. E ordinato, capelli, sorriso, gesto, anche nelle istantanee – curate fino
al taglio, la luce, le ombre. Sempre “perbene”. Anche in borgata - farsi fotografare in borgata? Anche al mare, con Maria Callas
e i suoi cagnetti, al vento. Era dei suoi anni vestirsi perfettamente – “correttamente”
- e non casual, o sporchetti, comunque trasandati. Ma Pasolini è sempre “preciso”.
Anche in tenuta da calciatore, anzi specie con gli scarpini, lustri.
Un
album che è un regalo. Con una Nota introduttiva di Graziella Chiarcossi. Per la
consulenza editoriale di Mario Desiati.
AA .VV., Album
Pasolini, Oscar, pp. 316, ill. ril, pp.vv.
domenica 19 aprile 2026
Ombre - 820
“Piazza Affari regina d’Europa per valore delle cedole
e rendimenti”, “Il Sole 24 Ore” a p. 1. A
p. 3, sempre in grande: “L’Italia con la crescita più bassa in Europa” –
“meno della metà della crescita media Ue” e “meno di un terzo rispetto al G 7”.
Pubblici vizi virtù private – si rovescia Mandeville e la “favola delle api”,
le api operose.
Cazzullo incorona Conte, l’avvocato che si professa demitiano
ora alla guida dei 5 Stelle. Riducendo con lui a bazzecola, due righine, in
fondo, il reddito di famiglia e il superbonus. Senza ricordare che quest’anno
paghiamo 51 miliardi di debito in più, portando al “primato continentale nel rapporto
fra debito e pil”, grazie, si fa per dire, alla generosità dell’avvocato.
Sorprendente l’ingegnera Di Foggia che per fare il presidente
dell’Eni vuole una buonuscita da Terna, altro gruppo pubblico, di sette milioni
e mezzo. Sorprendente perché di Terna era amministratore delegato dopo una carriera,
dice il cv, per la parità salariale. Vorrà portare tutte le donne in impresa al
suo livello?
O non sarà, come l’avvocato Conte, una ex demitiana – sono
sempre i primi in tutto, artigliano lo Stato come nulla?
Ben “il 61 per cento della popolazione israeliana è
contrario al cessate il fuoco in Libano”. È cioè favorevole all’invasione. Il
“popolo” per la guerra, con un esercito di leva, è una novità. f
Forse non solo la
specialità di Israele. Un nuovo filone di studi necessita, il nazionalismo è sempre
più forte delle guerre.
Mostrano i tg i bombardamenti di Tiro e Sidone come
fossero due dei villaggi del sud del Libano. Mentre i Fenici di Tiro e Sidone sono
stati per secoli i marinai e i mercanti del Mediterraneo. Orientale e anche occidentale
– tra Solunto, Mozia, Palermo, e Cartagine. E le rovine monumentali lo
testimoniavano ancora negli anni 1970, prima che Israele occupasse e distruggesse
variamente il Libano.
Maurizio Molinari
che fa una pagina su “la Repubblica” per il signor Pahlavi: “Torno e do la spallata
al regime di Teheran” sarebbe da ridere ma è da piangere. La politica estera
ridotta, da uno che pure sa di che si tratta, a chiacchiere vuote. Assistito
peraltro dal concorrente “Corriere della sera”, che esibisce una larga
formazione di inviati e corrispondenti internazionali, di cui solo due sanno e
dicono la cosa giusta, Rampini e Viviana Mazza – agli altri, ammesso che pratichino
qualche lingua, si richiede il “colore”: ospedali, dottori, bambini, madri, morti
e il tycoon.
Papa Leone impegnato per la pace lo portano in trionfo
nel Camerun, paese di guerre senza fine, postcoloniali – dopo 66 anni – e
tribali, con un capo di Stato 91nne che sta lì da sempre. Ma c’è di meglio dove
un papa di pace potrebbe andare in Africa?
Dunque, Bpm e la Lega, col supporto dei Del Vecchio di Luxottica-Delfin,
si riprendono Mps-Mediobanca-Generali. Il controllo di Roma su Milano era
impossibile, e Caltagirone è stato fregato.
La Lega, sotto l’aplomb esagerato di un Giorgetti mite,
aggredisce Piazza Affari alla Trump, d’assalto – il golden power
contro Unicredit è ancora più stupefacente oggi di quando Giorgetti lo impose.
Ma perderà il voto tra qualche mese - lo
farà perdere a Meloni, la filosofia della Lega è sempre quella, rodata con
Berlusconi.
Si fa passare la divisione tra Caltagirone e i Del Vecchio su Mps come
una furbata per disinnescare il “patto occulto” 2019 di cui li accusa la Procura
di Milano. Ma non è il solo aspetto curioso del voto in consiglio per il nuovo Mps.
Di fronte alla “istituzionalità” dei grandi fondi Usa, alla loro indifferenza ai
giochetti di potere in materia di affari, non si sa che pensare di Giorgetti,
dell’asta acceleratissima per la vendita
di Mps, del golden power contro una banca italianissima (non era un
“campione nazionale”?) come Unicredit.
Elegante “Il
Messaggero” (Caltagirone) nella sconfitta a Mps-Mediobanca: grande titolo e
nessuna acrimonia: “Lovaglio torna alla guida di Monte dei Paschi.”.
Il “fuori Lovaglio”
era un jeu de dupes, un gioco di compari?
Vance, che pure è intelligente (è buono scrittore, o
non è lui?), che ammonisce: “Prevost dovrebbe essere cauto quando parla di teologia”,
Prevost è il papa, non si sa se è più asservito al suo capo Trump, come è l’uso
per i vice-presidenti Usa, oppure ironizza.
Claudia Conte ha solo una laurea telematica, presi in
otto mesi, a trenta e passa anni, dopo aver vantato una laurea Luiss – dove ha
solo pagato le tasse, per molti anni? Fatti suoi. Ma il ministro dell’Interno,
custode e garante della nostra sicurezza, irretito da una svelta trentenne?
Romagnoli, recensendo sul “Venerdì di Repubblica” “Il
giornalista e l’assassino”, un vecchio libro (1990) di una Janet Malcolm su un
giornalista americano, Joe MGinnis, specializzato nel guadagnarsi la fiducia di
persone coinvolte in delitti per poi “tradirli”, raccontandone le (vere o presunte)
confidenze di malefatte, ricorda che questo giornalista lavorò anche in Italia.
Sul Castel di Sangro, la squadra di calcio di “un paese abruzzese di seimila
abitanti”, approdato alla serie B. Naturalmente “provandone” droghe, combines,
intrighi. Ma non era la squadra di Gravina, poi presidente della Figc? Per dodici
anni, e tre Mondiali falliti.
“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il
presidente del Como Suwaraso, nella partita che poi l’Inter ha vinto. Ma di
questo abbiamo saputo due giorni dopo, per un post dell’indonesiano ai
sostenitori della sua squadra, di scuse per la mancata reazione agli insulti
(“sono nostri ospiti e meritano rispetto”). Cronache pietose – mentre si
protesta e si sciopera per il rispetto del giornalismo.
Ha vinto Brignone, ma parla sempre
Goggia. Di tutto. Di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Ha
agenti migliori? Il giornalismo all’orecchio delle pubbliche relazioni.
Israele ha adottato, ormai da tre
settimane, la pena di morte, su base etnica. Con tanto di spilla celebrativa,
in forma di cappio, dorata – o è d’oro? E non si è udito o letto un solo grido
d’orrore, nemmeno una critica. Poi dice che c’è l’antisemitismo – sottotraccia,
certo.
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La tribù delle donne
“L’inizio
della storia delle discriminazioni arriva a noi attraverso la voce del mito”,
delle discriminazioni di genere. No, basterebbe Bachofen, il suo nomadismo – la
donna perde ogni ruolo nel nomadismo – a ondate successive, dal bacino
apparentemente inesauribile della Mongolia. “L’origine delle discrininazioni
nella Grecia antica”, precisa il sottotitolo. Anche queste si possono
ricondurre a Bachofen, la Grecia “antica” emerga, come dal nulla, dopo
l’“invasione dal Nord”, dei fantomatici Dori. Ma Cantarella risale la traccia
attraverso una rilettura tanto semplice quanto avvincente dei miti: fa di meno
e di più, poiché il mito più non usa conoscere. È un invito quindi, il suo, a
una sorta di riscoperta, narrata con precisione ed eleganza. Una serie di “meraviglie”,
di miracoli, cui la sapienza greca, che era immaginazione, si è affidata per
secoli – immortalandosi poi come classico.
Con
Prometeo, la sfida agli dei, “l’intera umanità andava punita”. E la punizione
fu Andora, la “prima donna”. Pandora non è Eva. È lei stessa la tentatrice, “un
male bello” (Esiodo). Ma Prometeo non è solo, lo affianca il fratello Epimeteo,
avventato, sventato. Pandora, sventata come Epimeteo, apre il vaso che doveva
restare sempre chiuso e i mali si dispersero nel mondo: da lei discenderà “il
genere maledetto” di Esiodo, “la tribù delle donne”.
Le
donne faranno una razza a parte. Che Semonide di Amorgo, subito a ridosso di
Esiodo, classifica. E la partizione si precisa: per l’uomo il logos, la
capacità di ragionare, per la donna la metis, l’astuzia.
Zeus
e Metis, spiega Cantarella, la storia è tutta qui. Zeus, che aveva paura di
essere divorato dal padre Crono, come tutti gli altri suoi fratelli, è aiutato
dalla compagna Metis, con una sostanza di sua conoscenza, di lei, a far
vomitare a Crono tutti i figli che si era mangiati, in combutta con i quali
Zeus è in grado di detronizzare Crono. Ma quando Metis confida a Zeus di essere
incinta, Zeus si mangia anche lei, dando poi nascita lui stesso alla figlia –
Atena. Inoltre, con Metis l’uomo Zeus aveva inglobato anche l’astuzia, e la sua
creazione era completata, intelligenza più astuzia, l’uomo era un essere “quai
invincibile”.
Poi
intervenne la medicina, Ippocrate etc. Che indaga molto e non si spiega il
mistero della maternità – dopo aver approntato uno scemenzario terapeutico per l’epilessia,
il “morbo sacro”. Presto le donne, addomesticate, furono ridotte a due: la
casalinga e la donna di piacere. Le figlie greche non ereditavano, andavano
sposate alla pubertà, se non sposate erano vendute schiave. Di adulterio era
imputabile solo la donna. La donna di Zeus - la donna non genera - è ancora la
bandiera di Eschilo, all’Aeropago, a proposito del matricida Oreste. E non ha autorevolezza,
cioè diritti. In epoca recenziore Aristotele lo spiega lungamente: “Il maschio rispetto
alla femmina è tale che per natura l’uno è migliore l’altra peggiore, e l’uno comanda,
l’altra è comandata”. Così il grecista Vidal-Naquet: “la polis,
celebrata? Un club di soli uomini”.
Finché
con Epicuro, e meglio ancora con i cinici, la verità non comincia a farsi strada,
che donne e uomini hanno “le stesse virtù” – Antistene. Mentre fuori dalla Grecia
continentale già da un secolo o due, con Pitagora, a Crotone, si ammetteva la donna
alla discussione delle questioni politiche.
Bachofen
Cantarella lo fa emergere alla fine. Ma non per il patriarcato, per il
matriarcato, che per lil giurista svizzero, di passione storico e antropologo, fu
epoca felice: gli imputa con ciò “l’antica condanna della donna alla sua
materialità e di riflesso alla sua inferiorità”.
Eva Cantarella, Gli
inganni di Pandora, Feltrinelli, pp. 90 € 11,40 (promozione Feltrinelli, 2
libri Ue € 11.90)
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