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sabato 25 aprile 2026

Il pendolo centrista – lo “zoccolo duro” è Dc

Una “unità larga per l’alternativa” è l’obiettivo a sinistra, dunque. Il Fronte Largo stenta ma forse non ce n’è bisogno: il prossimo voto sarà per il centro-sinistra, tutto è già apparecchiato. Con Milano che sconfessa Salvini e la banca ai romanacci. E compresa Forza Italia, pronta a dare manforte se necessario (come fu già col governo Monti – pronubo Verdini…). La “legge” elettorale è ormai questa: a un governo di centro-destra succede uno di centro-sinistra - e viceversa.  
Non senza ragione. Tutto nasce da un fatto, questa “alternanza per l’uguaglianza”, o immobilismo, alla gattopardo. Prima del 1992 era costantemente Dc il 36-40 per cento dell’elettorato, e non è morto. Le generazioni si succedono, molti vecchi Dc non ci sono più, ma quella forza non si dissolve – si dice “Dc” per comodità, ma s’intende un elettorato del non-governo, del governo debole, e intercambiabile. Questo è un fatto. Che voti Forza Italia o Pd, o Salvini nel 2018 (prima del “Papeete”) e nel 2022 Meloni. La politica divide poco – nemmeno più per il 25 aprile: si vota per l’alternanza ma di persone, innesti diversi sullo stesso “zoccolo duro” (Occhetto e D’Alema s’illudevano che fosse del Pci ma è della Dc).
L’altro fatto è che questo “zoccolo duro” si regola dal 1992 sull’alternanza. Vent’anni di Berlusconi e Prodi, con maggioranze anche solide, ma di governi simili, cioè sempre minimal. Poi la legislatura dem, anch’essa bruciata con referendum, quando Renzi vole fare il Fanfani, uno che decide. Una legislatura di confusione, per la sorpresa 5 Stelle, con governi multicolore, cuciti col filo del Quirinale, attorno alla spesa facile. Quindi ritorno a destra. Il prossimo governo sarà, in qualche modo (il Fronte Largo stenta) a sinistra – i fratelli Berlusconi hanno già messo Forza Italia nella “riserva della Repubblica”. 
C
è una direttiva? Cè una rete. È come se la “massa Dc” o zoccolo duro, a fiuto, senza cioè nessuna indicazione o nessun leader, si orienti semplicemente con questa “alternanza”, una volta di qua e una di là. Un movimento di bascula che non è difficile nei fatti, poiché basta lo spostamento oggi di quattro punti percentuali del voto – poco più di un milione di elettori, stando ai votanti dell’ultima consultazione, 27 milioni.

E il perché è anche chiaro, va ribadito – questo non è un numero ma ha un senso preciso, e storicamente vero: il governo non deve essere FORTE. Non deve cioè poter governare.
Che è anche la verità della Carta. Il presidente del consiglio italiano non ha nessun potere, nemmeno quello di scegliere o revocare i ministri – li nomina il presidente della Repubblica. Ha solo facoltà di dimettersi. È un mediatore, e tale deve restare, gli interessi non vogliono essere cancellati (governati). E tale deve restare. La riforma dell’esecutivo, dal premierato di Craxi a quello di Meloni, tanto invocata dalla Scienza Politica, di destra e di sinistra, da Miglio come da Sartori, non è mai andata in Parlamento. E la ragione è evidente – va ripetuto, l’evidenza non si vede: l’Italia si governa col sottogoverno. Cioè con i condizionamenti, frazionabili e frazionati, al punto che perfino un consigliere comunale ha di che dire, o fare, o appropriarsi.
La controprova dell’esistenza di questa massa, invisibile ma compatta, si ha nel sottogoverno dichiarato. A cui la “massa” o “zoccolo duro” non rinuncia, coi governi di sinistra come con quelli  di destra: Rai, banche, Poste, Università, Ricerca (dal Cnr all’Asi), e dove lo Stato investe e spende, i Grandi Appaltatori dei trasporti (Ferrovie, Anas) e dell’energia. 

Il bolero di Ravel, dalla fabbrica al letto

Ravel è incaricato da Ida Rubinstein di un nuovo balletto, un’idea musicale per un nuovo balletto. Prosegue la sua attività di concertista, anche in America. Rivede la sua gioventù, quando veniva inesorabilmente bocciato, cinque volte, al Prix de Rome – una borsa di studio ricca, con possibilità di fruirne a Roma senza spese, all’Accademia di Francia a Trinità dei Monti: ne avevano beneficiato i grandi della musica francese, Berlioz, Gounod, Bizet, Massenet, recentemente Debussy. Rivede la madre, che sempre ha creduto in lui – lei e qualche amico. Soprattutto si vede con Misia Sert, che ha sempre la chiave per rianimarlo - forse l’amore che non ha voluto (frequenta i bordelli). Finché non scopre, sempre attento ai rumori, anche insignificanti, di guanti che scivolano, quelli ritmici della fabbrica. E ci costruisce sopra l’accordo base, che poi elabora per un minuto, e ripetendolo diciassette volte ha il balletto commissionato. Qualche screzio con la Rubinstein, che ne fa un balletto erotico – “che volevi, la fabbrica in palcoscenico?”. E presto, poi, la fine. Una trama lineare, anche breve, per un racconto d’epoca e di atmosfere. Dell’amicizia soprattutto, di un approccio semplice alla vita, benché di artista – ha solo problemi di ate, di mestiere.
Anne Fontaine, Boléro, Sky Cinema, Now

venerdì 24 aprile 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (631)

Giuseppe Leuzzi
 
Stare male ma meglio – o se i poveri sono ricchi
La regione con il reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia, 30.200 euro. La regione con il reddito medio più basso è la Calabria, 19.020 euro. La ricchezza è ineguale, e la Lombardia è ricca, la Calabria, al confronto, povera. Che è vero in assoluto - la Lombardia è attiva, la Calabria  no, etc . Ma non, p.es., se confrontato con il costo della vita. Che in Calabria è non un terzo, ma infinitamente, inferiore a quello della Lombardia. Il costo della vita del ceto medio, professionale-impiegatizio-commerciale.
Il reddito medio in Calabria, per quanto basso, consente un’abitazione grande, automobili numerose e grandi, consumi alimentari come quelli di Milano, e il risparmio – tanto da mantenere i figli a costosi studi universitari (mille euro al mese?) fuori sede. Mentre a Milano, città ricca, il ceto medio arranca, dall’abitazione ai consumi – pur risparmiando sugli studi (e sulla sanità). E questo tanto più, o tanto peggio, perché Milano è una città “ricca”, molto. Ha il primato mondiale di numero di
superricchi, 115 mila milionari, 1 milionario ogni 12 milanesi. Milanesi per convenienze fiscali, non “milanesi” in realtà, ma con impatto forte sulla città. Centoquindicimila persone che devono avere a Milano una o più residenze milionarie, e inevitabilmente spendono in proporzione. Cento-duecentomila case milionarie rendono l’aria irrespirabile ai molti, per gli affitti ma anche per gli acquisti, per ogni tipo di acquisto.  

La difficoltà di fare quadrare i conti spiega – anch’essa – l’intraprendenza, e la costanza, l’impegno. Ma come altro spiegare in Calabria, che pure si gloria, si gloriava, di avere la “testa dura”, la singolare inerzia, la scarsa applicazione, la scarsa ambizione, e anzi inattività?
 
Quando la Grecia era al Sud
Si è usi pensare la Magna Grecia, dacché la nozione è stata coniata dai primi coloni, che dovevano gloriarsi della loro impresa, come un’estensione della Grecia classica, una periferia, una civiltà d’emigrazione, quindi di seconda mano, e dipendente, per miti, genealogie, filosofie, di vita e di pensiero, fortune. Tutte le connotazioni dell’emigrazione. Mentre il rapporto era distaccato con la madrepatria, e più spesso che non autonomo. Fino anche a qualche guerra, con Siracusa e altre “colonie”.
Più forte era la differenza per la cultura, il blasone nobile della Greca. La filosofia, di Pitagora e degli Eleati. La scuola medica di Alcmeone - a cui fece capo Ippocrate, personaggio poi antonomastico per maestro di medicina.
Pitagora, che lasciò presto la natia Samo in Grecia per stabilirsi a Crotone, vi fece tema di dibattito la capacità femminile di discutere e praticare la politica, e quindi di governare – cosa inaudita nella Grecia continentale (di parità per le donne si comincerà a parlare in Atene un secolo e mezzo dopo, con Epicuro). Molto della civiltà greca detta “jonia” è di fatto elaborazione o sviluppo magnogreco.
 
Il delitto d’onore era greco, per legge
La stessa legge che mise fine, finalmente, alla libertà di assassinio, anzi all’assassinio come dovere sociale, se compiuto per vendicare un torto (la faida), emanata in Atene da Dracone, o Draconte, il politico e giurisperito primo legislatore greco, nel 650 a.C., ammetteva, in via eccezionale ma come un diritto, “omicidio legittimo”, alcuni casi specifici. Tra questi – seguiamo Eva Cantarella, “Gli inganni di Pandora”, p. 68 - “incluse il caso di chi avesse sorpreso nella propria casa un uomo (chiamato moichos) mentre intratteneva un rapporto sessuale con sua moglie, sua madre, sua sorella, sua figlia o la sua concubina libera: in altre parole, con tutte le donne del gruppo familiare. Un’impunità, quella concessa a chi uccideva in queste circostanze, che configura il primo caso di «omicidio per causa d’onore» della storia occidentale”. Durato a lungo “nelle codificazioni moderne” - abolito in Italia solo nel 1981- dopo essere passato inalterato “attraverso il diritto romano e il diritto intermedio”.
Dracone però non inventava, se il delitto d’onore era previsto dal Codice di Hammurabi, mille anni prima di lui.


L’aggiustizia ha stravinto al Sud

Si sarebbe pensato in sede di previsione che il referendum sulla riforma della giustizia avrebbe accumulato i SI soprattutto al Sud, dove chiunque, in vario modo e misura, ne ha sofferto sperimenta ogni giorno, per ogni evenienza, l’inconsistenza o insensatezza dell’apparato repressivo giudiziario – quando non si tratta di corruzione, per il partito, la loggia, o semplicemente il conto in banca (succede anche questo, toccato con mano). E invece no: un’analisi dei flussi elettorali col Metodo Goodman sul voto al referendum confrontato col voto politico del 2022, porta a stimare che a Palermo il 20 per cento dei voti di Fratelli d’Italia, uno su cinque del 2022, e il 30 per cento di quelli di Forza Italia, uno su tre, hanno votato NO. Comprensibile forse per FdI, che ha una componente giustizialista, ma per  Forza Italia, che si attribuisce la paternità trentennale della riforma?
Nel complesso, c’è al Sud un flusso in uscita dal centrodestra al NO. Più accentuato nelle isole. Dove complessivamente ha riguardato poco meno di un quarto dell’elettorato della coalizione nel 2022 - un NO che ha pesato di più per la quota accresciuta di astensione.
Nel complesso il voto al referendum ha rispecchiato il voto delle politiche – il centro-destra ha vinto con meno voti complessivi delle opposizioni, che erano divise. Con un’altra singolare eccezione, oltre quella del Sud, nel “quadrilatero”, un tempo roccaforte della sinistra, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche: qui il SI ha avuto un numero dì suffragi superiore, di un 5 per cento, a quelli del centro-destra alle politiche. Nelle altre macroregioni gli esiti sono più o meno analoghi.   


Cronache della differenza: Milano

“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il presidente del Como, l’indonesiano Suwaraso, in un match che poi l’Inter ha vinto. Ma ne abbiamo saputo non dalle cronache, da un post che due giorni dopo il signor Suwaraso ha indirizzato ai tifosi del Como, per giustificare la mancata reazione agli insulti: “Sono nostri ospiti e meritano rispetto”.

Tra Como e Milano, è una storia di lombardi. Ma si vede che il leghismo è becero anche in casa.
 
Ha vinto Brignone ma parla sempre Goggia. Tiene banco, di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Goggia è di Bergamo, Brignone di Milano. Anche qui il leghismo gioca in casa, a chi ce l’ha più duro?
 
“Corriere della sera” e “Gazzetta dello Sport” celebrano lo scudetto dell’Inter come una marcia trionfale, con cinque o sei partite ancora da giocare, senza mai menzionare il calciatore Bastoni e l’arbitro La Penna. Senza i quali, simulatore ed espulsore, l’Inter avrebbe tre punti in meno, almeno tre – una sconfitta in un match clou può avere conseguenze. Milano non pratica l’autocritica, ma neanche esercita il senso critico: sarà questo il segreto della ricchezza?
 
Il sindaco Sala scende in campo a difesa dell’indifendibile Bastoni, e dice e ghigna che il vero simulatore è Del Piero (Del Piero?). Il quale gli risponde così: “Ho letto le parole di Sala. Sorpreso, anche perché non avevo parlato di Bastoni. Io ho sempre cercato di rispondere sul campo”, non di fare chiacchiere da tifoso. Silenzio.  
L’oltraggiosità – la spavalderia - contro lo stile, non impareranno mai.
 
Si ascoltano testimonianze incredibili dei rider in città. Del tè con le brioches (a Milano è assolutamente necessario dirle brioches anche se non lo sono, “cornettti” risulta strano) da consegnare a 6,9 km di distanza. E il contenitore del tè si è rotto. Oppure il panino alle 3 e alle 4 di notte. Che superiorità è, sarà stupidità? La ricchezza è legata alla stupidità?
 
Però, alla fine, Milano c’è. Per Ferdinando Scianna, per esempio, riconoscente perché sua città d’elezione - mentre in Sicilia, amico di Sciascia e tutto, autore di “Les Siciliens”, con Sciascia e Dominique Fernandez, e di “La villa dei mostri”, con Sciascia, nessuno se lo fila. O Andrea Branzi, che Milano continua a celebrare, mentre Firenze, dove Branzi provò a lungo, negli anni 1960, ad avviare una scuola di design, quando l’Alta Moda era ancora a Firenze, tace – divenne “Branzi” entrando al Politecnico da professore, con la Domus Academy e gli Archizoom a seguire.
 
Silenzio invece per i cento anni di Dario Fo, della nascita. Se ne occupa solo Roma, il Sistina, il ministero (a gestione di destra) – se ne occupa Matea, la figlia di Jacopo, che ha creato una  Fondazione intitolata ai nonni, Dario e Franca Rame. Se non c’è business, non c’è memoria?
 
"Il nostro popolo, nel suo domestico e spontaneo, mai non diede a sé medesimo il nome geografico e istorico di lombardo” – Carlo Cattaneo,1844, “Notizie naturali e civili su la Lombardia”.
 
È sempre miracolo a Milano. Ora al Piccolo dopo quello di De Sica e Zavattini 75 anni fa. Da un miracolo all’altro, Milano è da dirsi miracolata?
Ma non è Lourdes, la Madonna che lavora per la salute altrui. 
 
Franco Fortini in “Dieci anni 1947-1957. Contributi ad un discorso socialista”, ricorda la città nei suoi primi anni alla Olivetti come epitome dell’Italia che provava a riscattarsi dalla guerra: “Un’altra Italia veniva avanti, avviluppata nei settimanali, bruciata dalla speculazione, coperta di manifesti, piena di colore e di stanchezza coloniale; fatta con la nostra stessa vita e, come un figlio, irriconoscibile. Eppure bisognava impararne l’avvenire”,
 
C’è ora tanta gente in strada, da una decina d’anni pare, post-Esposizione, quando la città diventò meta turistica. Prima non s’incontrava mai nessuno nelle ore di lavoro, cioè per tutta la giornata – e anche la sera chiudeva presto. Ma non si sente mai il milanese. Conciliaboli invece siculo-veneti, napoletani-calabresi, in stretto dialetto congregazionale. La città come un luogo abitato da varie “popolazioni”.
Comunicherà solo con l’italiano – che Bossi il beneamato voleva abolire?
 
“Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo, non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità…, ma questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani”. È una scemenza, del fisico Rovelli, che è un anti-yankee. Ma “7”, il magazine del “Corriere della sera”, gli fa da megafono per il nuovo libro, tutto anti-yankee. Che Rovelli pubblica non più con Adelphi ma con Solferino. Tutta roba dell’editore Cairo, “7”, “Corriere” e Solferino. Se c’è più establishment… Milano si vuole sempre estremista. Non ne azzecca una. Lo fa apposta, per fregare l’Italia?
 
leuzzi@antiit.eu

Arbasino racconta Arbasino

“Nino Alberto” all’anagrafe, Alberto perché voluto dalla madre, Nino perché diminutivo del nonno paterno – è “Arbasino” dalla prima riga, minuto e epocale. Il bisnonno (materno) Annibale Manusardi avendo “«sperperato le sostanze» nelle case da gioco, morte la prima e la seconda moglie (sorelle), la loro famiglia «gli tolse i figli» (poi facoltosi)”. Non è finita: “Ma lui, ancora sindaco e presidente dell’Opera di Lodi in un intervallo della ‘Traviata’ rapì la protagonista (che si chiamava Anna Magnani) con grave scandalo. Fuggirono; il figlio (mio nonno) fu chiamato Alfredo; e si stabilì a Voghera dove si era trovato bene come cavalleggere. Un collega gli mostrò il ritratto di una damigella lodigiana (mia nonna), e lui andò a chiederla in sposa per sé”.
Una cronobibliobiografia di Arbasino alla Arbasino. Piena di umori e sorprese. Sempre vivaci, malgrado (grazia al)la ritrosia, anche le minime. Partendo dalla solita famiglia e vita borghese di provincia, fra “notabilati locali ai primi del Novecento”, tra padre e madre “figli e congiunti di avvocati”, primo di tre ragazzi, “Mario, di cinque anni più giovane, Massimo, nato nel 1938 e mancato in giovane età”. Di genitori coetanei, e compagni di scuola, al liceo e all’università. Lei laureata in Lettere classiche “(ma non insegnò mai)”, lui in Chimica industriale – poi farmacista: “dopo la crisi del ’29, vendendo una vigna sempre rimpianta, acquistò una farmacia, e poi un’altra” e poi altre. Infanzia in “ambienti severi, austeri, con arredi spesso neri tra i barocchetti piemontesi”. Tra “le gentili consorti di ufficiali, medici, notai, ingegneri”. E dopocena, il papà “con gli altri mariti al Circolo”, a vantare avventure di donne, “inesorabile” anche per lui “il rosario serale di tutte le donne, con le serve inginocchio e la radio spenta”. Tutte le tante insegnanti, ricordate una per una, con metodologie e intelligenze varie, tutte molto produttive”. I libri naturalmente, in casa e in biblioteca, con elogio della bibliotecaria. L’estate inesorabile in villa – le lunghe villeggiature, “in quel di Casteggio per mesi e mesi”. Una vita si direbbe senza storia. Che però nella memoria, seppure ritrosa, si anima. Dal “burbero «colonnello» Italo Pietra” (il primo direttore di Arbasino, al “Giorno”), compagno di scuola e di football “nei cortili” dei ragazzi Manusardi, gli zii materni, e poi comandante partigiano degli stessi, a T.S.Eliot e la miriade di incontri celebri. Studi di Medicina a Pavia, per dire, noiosi e inutili, per un’errata infatuazione della psicoanalisi, ma pranzi alla mensa con Francesco Alberoni, Umberto Colombo, Elvio Fachinelli – e non per vezzo di name dropping. Poi studi di Giurisprudenza, conclusi, sempre a Pavia, con Roberto Ago (di Vigevano), specialista di Diritto Internazionale Pubblico.
Molti i ritratti, sebbene fulminei. Di Roberto Longhi, p. es. Con molta Versilia, Forte dei Marmi, da giovanotto, al “rinomato caffè”, allora Roma, che Longhi animava, con la moglie Anna Banti - qui
 con un raro medaglione giovanile-femminile: “Sotto un certo celebrato quarto platano sedeva per l’aperitivo per mesi un vero cenacolo in calzoncini «casual» e «baschetti» e golfini. Con tre presenze fisse: il pittore Carrà, lo scrittore Pea, e il critico De Robertis. E un presidio parmigiano fondamentale: Pietrino Bianchi…. e Attilio Bertolucci - “lì si arrivava in lambretta, cortesemente accolti ai tavoli per un drink con una bella e sfortunata e sempre rimpianta ragazza: Rosanna Tofanelli, figlia del direttore di «Tempo», Arturo, da riaccompagnare a casa (la villa Malaparte) entro le nove, senza fermarsi alla Capannina”. Poi i sabati a casa Kissinger a Harvard, borsista (preceduto da Raffaele La Capria, Giovanni Urbani, Desideria Pasolini), tra “John Kenneth Galbraith alto due metri, lo storico e scienziato politico Arthur Schlesinger piccolissimo e affabilissimo (ebbero poi mogli bionde altissime)”. Assistente alla Sapienza del professor Ago, al corso di Studi (“nemmeno un Istituto, nemmeno una biblioteca”) di Scienze Politiche, con corsi monografici e esami– fino al 1965, già scrittore di fama - per futuri burocrati poco o punto intere sati. Con i pranzi alla Trattoria Romana in via Frattina, tra gente di spettacolo (Bolognini, Zeffirelli, Tosi, Asti, Betti, cena Cesaretto - la lista è lunga – e dopocena a via Veneto, folta di letterati, e di “«personaggi balzachiani», «pittoreschi produttori», «caratteristici siculi», «Hollywood sul Tevere», e i paparazzi, e i soprannomi….”. E la scelta di vivere a Roma.

Con un tributo, infine un riconoscimento, a Bassani, che troppo spesso si dimentica, e alla sua Biblioteca di Letteratura feltrinelliana – “in un appartamento di via Arenula a Roma, dove si aveva il privilegio di venir ricevuti da due ragazze splendidissime: Ludovica Ripa di Meana e Roberta Carlotto. E lì si pubblicavano, in vesti sobrie, ‘Il Gattopardo’ e Testori e Cassola e Delfini, con Blixen e Borges e Forster” (anche se poco piacevano “sia il colore lugubre sia quel profilo «troppo contadinesco»” delle copertine, “scelto tra i Fra Galgario consigliati da Testori”).
Gli aneddoti scorrono innumerevoli. Ex allievo di Kissinger a Harvard. ricambiava come gli altri ex-allievi le cortesie quando, ogni anno, a inizio destate, Kissinger “faceva un giro delle capitali europee”. Da Ranieri, bistrot allora semplice e accurato di via Mario dei Fiori, Arbasino lo invita a pranzo, con Pannunzio, Gorresio e La Malfa. Discutono “The brutal Friendship” dello storico Deakin, l’alleanza del Terzo Reich con la Repubblica di Salò - quindi 1963? Kissinger aveva chiesto di incontrare Moro. Gli avevano proposto, invece, Morlino. “«Is that a diminution?», chiese gravemente”. Con la incongrua esperienza da parlamentare: richiesto da Visentini e Spadolini, deputato indipendente nelle liste del partito Repubblicano, cinque anni faticosi e inconcludenti.  
Tanti i medaglioni, di personaggi e situazioni. Un Feltrinelli sempre in tema nel suo lavoro di editore, rapido e indovinato, che a un certo punto scompare, per riapparire, a una festa di Inge a Villadeati, dalla boscaglia, in tutta mimetica, giusto un momento, per abbracciare gli amici. E insomma tanta roba. Le collaborazioni a “Il Mondo”, “l’Espresso”, il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, la pubblicazione di racconti, romanzi, saggi, le “gite a Chiasso”, nel suo caso innumerevoli, e impegnative. La crono -autobiografia recalcitrate ha presto preso un paio di centinaia di (fitte) pagine. A Raffaele Manica l’arduo lavoro di ricucitura, dei ricordi e degli anni, e della vastissima bibliografia. Con varie ricette su come leggere “Fratelli d’Italia”, a p. 125 – o a p.140, con la lunga citazione di Adorno, “Minima moralia”, apposta all’edizione Einaudi 1976 – anche questa “ampiamente riscritta e aumentata”.
Una rimemorazione precisa, dettagliata, per la vertigine della lista, che non è name dropping, ma un modo di vivere, solitario. La lista degli amici è sempre eccellente. Qui locupletata dal dragaggio – in epoca di outing? per invidia del Pasolini di “Petrolio”? – pentacontinentale, con esseri e in forme varie, non esclusa la pederastia, “non esistendo ancora il termine «pedofilia»”. Del Maggio ’68 litandosi a protestare: “Quando mai più si potrà fare di tutto nelle ritirate della Sorbona e della Faculté de Droit”, a Parigi?  E ogni anno, ogni stagione, un numero interminabile di mostre, concerti, teatri, tutti eccezionali e anzi unici, e interviste, incontri, cene e gite, in un empireo di eccellenze. Un’opera colazionando che sembra perfino impossibile da riprodurre – se non per centinaia di volumi. Per numero, e per numero di riedizioni, riviste e rifatte. Una vita prospettando che è un dialogo, di sé con se stesso. Per le ragioni più nobili, letterarie, ma così è da trappista in società.
Una novità è il “ritorno a Milano”, discreto ma non critico – in questo non gaddiano, “nipotino dell’Ingegnere”. Con una mezza pagina, in occasione della morte di Parise, che lascia interdetti, tanta la solitudine che sottende (alla p. 176): “Nel palazzetto milanese Bompiani-Bregoli i vicini carissimi, qualche piano  più sopra, erano Ottiero e Silvana Ottieri in continuo movimento fra i «divini mondani» e gli uffici di «zio Valentino» e il salotto risorgimentale-engagé della mamma Cederna (la famosa Donna Ersilia, nursery inflessibile di intelligenze spiritose «alla Camilla» e alla Franca Valeri, davanti a Brera”. Continuando, in tema amicizia: “Le mappe degli affetti gratulatori annoverano Raffaele La Capria e Luigi Malerba e Mario Bortolotto, amici e interlocutori di tutta la vita, e i «tre G» (Giuliani, Gramigna, Guglielmi) da cui ho ricevuto fondamentali interpretazioni critiche. Le più gaie e liete serate («Bei momenti», Mozart), con le splendide Letizia Paolozzi e Gaia Servadio”.
Una vita si direbbe “spettacolare”, esteriore, intrecciata di spettacolo, la vita come letteratura, tanto quanto discreta e apparentemente solitaria dietro l’irrequietezza, ogni anno decine di migliaia di km di spostamenti. In ogni caso appartata – questa, quasi postuma, è l’unica “esibizione” di se stesso. Con l’intento “avanguardista” (del Gruppo 63 Arbasino si vuole assiduo frequentatore, malgrado la vena costituzionalmente dissacratrice) di innovare le patrie lettere. Come prospettava ultimamente, nel 2005, nel risvolto di “Marescialle e libertini” (pure molto establishment, premio Viareggio e premio Napoli): “Un flâneur di varie arti come A.A . si fa memorialista filarmonico di innumerevoli rappresentazioni e interpretazioni e personalità”, in un’ottica di aggiornamento, o revisione critica, costante: “Attraverso i contesti e i gusti mutanti si trasformano continuamente anche le figure e le ‘carriere’ dei Classici Moderni”. Un database per una storia della cultura nel secondo Novecento.
È la “cronologia” della vita e delle opere di Arbasino redatta da Manica con lo stesso autore, per la pubblicazione di tutto Arbasino in due volumi dei Meridiani – prassi eccezionale ma necessaria, per una pubblicazione di classici con l’autore ancora in vita. Rivista dallo stesso Arbasino, nel lungo lasso di tempo tra la prima uscita nei Meridiani (2009) e la morte (2020). Sebbene sempre controvoglia, assicura Manica  nella Premessa, trovando impudica l’esibizione di sé da parte dell’Autore, ma alla fine molto piena, di persone, ambienti, epoche, eventi, aneddoti, piccoli e grandi: “Cominciò, diciamo, a rilassarsi quando ebbe la consapevolezza che questa cronologia alla fine somigliava a tutti i suoi libri”.
Alberto Arbasino, Autocronologia, Adelphi, pp. 246 € 16

giovedì 23 aprile 2026

Il mondo com'è (495)

astolfo

Al-Andalus – La Spagna degli Omayyadi è sempre viva nella poesia e la memoria araba. Araba propriamente detta, e urbanizzata, cioè di Damasco - non del Nord Africa, che pure fu finitimo Al A Andalus, ma ha cultura e anche etnie più complesse. È il regno proclamato dal califfo Abd el-Rahman, dell’ultima progenie della dinastia Omayyade, che governò il secondo califfato islamico di Damasco, dal 651 al 750, quando tutti gli esponenti della famiglia furono massacrati dai rivali Abbassidi. Abd el-Rahman riuscì a salvarsi e sei anni più tardi era in grado di proclamare il  dominio omayyade sulla penisola iberica.

In arabo Al Andalus è un toponimo molto più vasto dell’attuale Andalusia spagnola. Benché la capitale del nuovo regno fosse nell’attuale Andalusia, a Cordoba. Una capitale che Abd el-Rahman e i successori modellarono sul ricordo di Damasco. La tenuta di el-Rusafa, di palme trapiantate, portava lo stesso nome di una analoga tenuta reale nei pressi di Damasco. E, soprattutto, la nicchia di preghiera della Grande Moschea era rivola a Sud, come se Al Andalus fosse la Siria, sebbene la Mecca fosse a est e non a sud di Cordova e della Spagna.
Al Andalus durò pochi secoli. Minata dalle guerre di successione, dapprima sempre più ridotta, infine sradicata dall’offensiva cristiana, la Reconquista, conclusa da Castiglia e Aragona unite lo  stesso anno della scoperta dell’America, il 1492 – lo steso anno dell’espulsione di mussulmani ed ebrei dalla penisola iberica. Ma quando Al Andalus era ormai ridota al solo emirato di Granada. Resta nella memoria araba come al watan, la patria perduta.  E a lungo nella memoria comune, anche di Dante, come esempio di “convivenza”, religioso e culturale. Un mito. forse non artificioso.
 
Haussmann – Il “barone” Haussman, George-Eugène, che rifece Parigi, non era architetto né urbanista ma prefetto. In una delle sue prime sedi, a Nérac, Aquitania, si occupò degli assetti urbani: aprì strade e scuole comunali, ed ebbe idea di una piantagione di pini marittimi che saranno poi alla base della forestazione del dipartimento (Lot-et-Garonne). Quando Carlo Luigi Bonaparte si proclamò imperatore nel 1852 a Parigi, subito concepì il disegno di rifare la capitale. Non avendo uno Speer sottomano, l’architetto, come invece avrà Hitler, decise di affidare il rinnovamento della città a un prefetto, inteso come organizzatore degli interventi. Diede perciò incarico al suo ministro dell’Interno, Victor de Persigny, l’incarico di cercare un funzionario capace, nelle prefetture delle città maggiori, Rouen, Lilla, Lione, Marsiglia e Bordeaux. Persigny s’incaricò di intervistare personalmente i funzionari, e nelle sue “Memorie” descriverà così l’incontro con Haussmann – lo scrive ex post, ma è lui che lo aveva prescelto: “Uno degli uomini più straordinari del nostro tempo: grande, forte, vigoroso, energico, e al contempo intelligente e subdolo, con uno spirito pieno di risorse. uomo audace”, che gli racconta “tutti i traguardi raggiunti nella sua carriera amministrativa, senza dimenticare nulla”, Preciso anche, oltre che determinato. E l’anno dopo Haussmann era prefetto della Senna. Presto celebrato per le grandi arterie rettilinee (i boulevard), i giardini e parchi pubblici, l’edilizia monumentale.
Haussmann ebbe carta bianca perché Napoleone III volle dissolta la città operaia, detta per spregio ghetto. Quanto all’edilizia residenziale “signorile”, la rendita urbana è la ricchezza, l’antica Roma lo sapeva - il suolo non ha valore in sé, non è scarso, ma in quanto è in mano ai promotori immobiliari, a una rete di idee e bisogni, più spesso indotti, e di alleanze, più spesso corruttive. Più la qualità dell’alloggio decresce, più cresce il peso della rendita fondiaria - una topaia in città sarebbe tutta rendita. Lo stesso per l’omogeneità di Haussmann - vivere separati e diversi, socialmente promiscui, non nell’edilizia uniforme, classista, di Haussmann è probabilmente più democratico che vivere in un falansterio, seppure palaziale.
 
Napoleone – Se ne può rifare la storia agevolmente, Uscendo dalla lettura sterminata del “Napoleone” di Stendhal, il progetto sempre coltivato e mai terminato, era la sua ossessione, si vede quanto la storia sia micragnosa là dove riluce gloriosa. Di un uomo che vinse giovane per caso, per avere tirato la cannonata giusta al momento giusto, ed essersi poi trovato in mezzo alle faide della Rivoluzione, dopo avere fatto la fame. Sarà la provvidenza, ma si chiama anche caso. Napoleone non ebbe mai, in nessun momento, un disegno: l’invasione dell’Inghilterra e della Russia erano scemenze, e in Russia si dimostrò la sua avventatezza. Vinceva le battaglie, ma per l’indisciplina e la ferocia delle sue truppe, che mandava lacere e pagava col bottino, mentre veniva confrontato da schieramenti e manovre, la guerra bella del Settecento che rifuggiva dal macello. Metteva a frutto il capitale di simpatia della Rivoluzione, sia coi francesi che con i popoli europei, ai quali la rivoluzione faceva pagare con laute riparazioni. Anche di battaglie, se si fa il conto, ne perdette più di quante ne vinse. Dove trovò nemici, in Spagna i preti, in Russia il gelo, si arrese. L’esercito prussiano che lo sconfisse a Waterloo era di volontari, giovani, letterati, libertari. La storia – la provvidenza? – ha di queste insensatezze.

Pietro Querini – 1.400 forse-1448, è l’inventore” dello stoccafisso, il merluzzo seccato – detto alla
veneta “baccalà” (che sarebbe invece il nome appropriato del merluzzo sotto sale. Mercante di malvasia, navigatore esperto, membro del maggior Consiglio della Serenissima, partì nel 1431 da Creta, dove possedeva le vigne, per le Fiandre, dove contava di vendere il vino. Dopo Finisterre in Francia subì una serie di tempeste, fino a che non si ruppe il timone e la barca non fu più governabile. La abbandonò e divise l’equipaggio su due scialuppe. Una scomparve, la sua finì alle Lofoten. A Røst, l’isola più a sud dell’arcipelago. I pescatori locali salvarono i naufraghi, e nelle loro case Querini scoprì un pesce chiamato stocfisi, che essiccavano all’aperto – il merluzzo.
Querini è negli annali per la relazione di viaggio che compilò per la Repubblica, considerata una sorta di documento etnografico, in anticipo sui tempi della disciplina. Ma anche per avere introdotto nella Serenissima la passione per lo stoccafisso – di cui vantava anche i vantaggi: la conservazione nei viaggi, e un cibo magro, buono per i lunghi tempi della penitenza, venerdì, vigilie, quaresima – il venerdì di magro sarà fissato successivamente, dal Concilio tridentino.
 
Jean Robin
– Farmacista, erborista dei re di Francia tra Cinque e Seicento, ha dato il nome all’acacia, pianta “scoperta” tra Canada e America, diffusa negli Appalachi, che si occupò di trapiantare a Parigi, - secondo la tradizione nel 1602, la data alla quale si fa risalire l’esemplare di square Viviani, sulla riva sinistra della Senna a Parigi, davanti a Nôtre Dame, che tuttora resiste, benché tenuto su col cemento, imponente, 30 m d’altezza e 3,5 di diametro al tronco. Era anche colto: redasse in latino la maggior parte delle sue opere di botanico. Era stato nominato “arborista ed erborista” da Enrico III nel 1586, e mantenne l’incarico con Enrico IV e Luigi XIII.
Le ricerche per conto del re mise a frutto anche con un vivaio, un investimento riuscito, che sfruttò la passione per i fiori esotici alimentata dalla regina Maria dei Medici, affidato alle cure del figlio Vespasien, che fece viaggiare in continuazione per raccogliere piante esotiche e curare una rete di fornitori, in Italia, Spagna, Inghilterra, Germania, le Fiandre, e le isole di Sâo Tomé e Principe. Del vivaio redasse anche un catalogo, nel 1601, in cui elenca circa 1.300 specie diverse di fiori in offerta. Tra di esse la tuberosa, introdotta dal Messico, molto costosa, e perciò molto richiesta. Vivaio di cui fu gestore geloso, al punto di guadagnarsi la nomea di “Eunuco delle Esperidi” – anche se il vivaio, vicinissimo al Louvre e a Nôtre Dame, era aperto e visitato giornalmente da molte persone di rispetto.
Robin non viaggiava – faceva viaggiare il figlio. Molte specie riceveva dai corrispondenti. È il caso dell’acacia-robinia, il cui seme avrebbe avuto da un corrispondente inglese, John Tradescant il Vecchio (il Vecchio perché anche il figlio di Tradescant viaggiava molto in cerca di nuove specie, e fu in America).
Robinia è un nome successivo a Robin. È ancora acacia nel catalogo del suo giardino, che pubblicò nel 1601, e nelle due edizioni, 1620 e 1627, della “Histoire des Plantes nouvellement trouvées” di Robin figlio: il nome Acacia Americana Robini viene da una “Plantarum canadinesium historia” del 1635, del botanico Jacques Phiipe Cornuti, amico dei Robin.
La robinia è un’acacia, Robinia pseudoacacia, considerata invasiva e “diminutiva”, nemica cioè della biodiversità, ma usava nei luoghi di origine per la velocità di crescita, come legna da ardere. È una pianta nordamericana, dal Canada al Messico. Per un numero di specie non determinato, fra quattro e dieci. La più nota è la Pseduoacacia, la robinia trapiantata in Europa - non necessariamente in Fancia per prima: nell’orto botanico padovano un’acacia robinia è attestata nel 1602 (forse via sempre il britannico Tradescant).

astolfo@antiit.eu

L’Europa dall’Atlantico agli Urali

“L’Europa non ha veri motivi per non vivere pacificamente dall’Atlantico agli Urali. Anzi, ha ovvi motivi per farlo, come anni di passati politica estera tedesca, osteggiata dagli anglosassoni, vedeva bene” – la Ostpolitik, divisata e varata da Willy Brandt mezzo secolo fa. E d’altra parte la Russia, come “il mondo intero, ha molti più motivi per collaborare che per farsi guerra”. In mondo è vario, insomma, e non va soggetto all’egemonia “anglosassone”, cioè americana.
Rovelli, fisico tourné analista politico, rovescia i luoghi comuni della nostra, purtroppo quotidiana, “informazione” – che, lui non lo dice, ma sembra piuttosto una “lezioncina”, stanca. Lo fa anche a costo di trascurare che è la Russia ad attaccare l’Ucraina, e non viceversa – certo, sulla politica zelenskyana di caccia al russo, in un Paese che ne aveva alcuni milioni, da secoli. Ma è vero che “di sicuro, la Russia non ha alcuna intenzione, né modo, di invadere Parigi, Berlino o Londra”. E nel Baltico “problemi seri”, di acque territoriali e risorse, “possono trovare soluzioni ragionevoli” – sottinteso: se non ci sono gli “anglosassoni” di mezzo.
Rovelli forse non lo sa, ma il suo linguaggio è quello del generale De Gaulle negli anni 1960 – anglosassoni, Urali ... Allora a nessun effetto (solo Fanfani, in tutta l’Europa, lo ascoltava). Oggi, però, sarebbe da dire: “Purtroppo”. Ma allora c’era la guerra fredda, con minaccia nucleare, oggi no, e il “gollismo” ha un altro suono, quello della verità. È da tempo che gli interessi dell’Europa non collimano con le politiche e\o gli interessi degli Stati Uniti. E che gli Stati Uniti, per errore o strategia, accumulano iniziative anti-europee: la Serbia, la Libia, il gas e il petrolio russo, che loro hanno sostituiti (e toglierli dal mercato è come innalzare i prezzi), il mar Rosso, i dazi, Hormuz.
Rovelli di più prova, da fisico?, da battitore libero, a rifare la storia. Le responsabilità della Polonia nell’avvio della seconda guerra mondiale – e l’annessione della Galizia e mezza Prussia germaniche dopo la guerra? La proliferazione nucleare, nota e ignota - Israele? Iran?. La stigmatizzazione, che pure non si fa, dell’America per avere sdoganato l’uso dell’arma atomica.
La raccolta dei saggi di Rovelli non si direbbe tanto sulle colpe dei fisici quanto dell’America. Che ci ha portati a mali passi. È tanto che non si sentiva più l’antiamericanismo. Dichiarato, radicale. Esagerato, al fondo. In una presentazione del libro Rovelli attacca in questi termini le basi americane: “Che l’Italia ospiti le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo…. Questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani”. Mentre nel libro elogia le bombe russe - quelle sì, ci proteggono: “La Russia non ha alcuna capacità militare di arrivare in Europa occidentale, ma ha una straordinaria capacità di deterrenza contro attacchi esterni: 4.000 testate nucleari” – e “non è né ha intenzione né modo di essere un nemico dell’Europa, se non nella misura in cui l’Europa, o gli anglosassoni, non lo trasformano in tale”. La verità è che in guerra ognuno è un bersaglio. La difesa è la capacità di contrasto\reazione, propria o alleata. Le bombe Usa difendono l’Italia, qualora diventasse bersaglio (non si sa mai…). Mentre Sigonella e gli altri no alle guerre Usa dicono che gli accordi Usa-Italia sono corretti e sani.
Ma molto di quello che Rovelli dice è solo fatti: L’Europa all’ora degli odi baltici e slavi contro la Russia significa la fine dell’Europa – una Europetta, come l’Italietta.
Una struttura agile per una lettura semplice. Il libro trascrive la miniserie di video del “Corriere della sera” – podcast con immagini - sulla storia della bomba e sul rischio nucleare oggi, di proliferazione o anche di uso, non solo di minaccia, deterrente.
Carlo Rovelli, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino, pp. 144 € 15,50

mercoledì 22 aprile 2026

Secondi pensieri - 582

zeulig


Felicità - Per Nietzsche “la felicità diventa felicità quando si riesce a dimenticare”. Ora che dimentichiamo così in fretta, sommersi dalle “informazioni”, accresciamo invece l’infelicità? Di noi e degli altri.

Identità – L’identità s’identifica (realizza) in un rapporto di mutua necessità ed appartenenza. Non può essere a sé, isolata, esaustiva, si sa, si definisce in rapporto con l’Altro. È il tema anche di Freud, da ebreo professo “benché non praticante”, che sul tema si interroga nell’irrisolto “romanzo” “L’Uomo Mosé e la religione monoteistica”.
Riesaminando il “romanzo” di Freud, in “Freud e il non europeo”, Edward W. Said riflette che nessuna identità (collettiva, nazionale) è possibile “senza la repressione di questa frattura, di questa mancanza originaria, dovuta al fatto che Mosé fosse egizio, e che perciò rimase sempre al di fuori dell’identità dentro la quale così tanti invece sono rimasti, e hanno sofferto – e più tardi, peraltro, persino trionfato”.
Said personalmente ne era ossessionato. Che nelle memorie, “Sempre nel posto sbagliato”, assegna all’identità un “estraniamento” continuo, interminabile, un costante displacement.
Said, come già Freud, sorvola sul fatto che Mosé, che ha inventato l’Esodo e creato l’ebraismo, col Dio monoteista, è rifiutato su base razziale – endogamica, di procreazione matrilineare.
Foucault la ipotizza come un espistème, insieme inconscio e consensuale – creazione culturale. Ma senza gli inevitabili punti o momenti di disaccordo o di controversia, come gliene fa l’appunto la storica Zemon Davis?

Intellettuale – Lo scrittore Paolo Di Paolo non ne viene a capo nella lectio inaugurale della Festa della Resistenza alla Fondazione Feltrinelli (anticipata su “Robinson”, 12 aprile). Se non con Gobetti, un secolo fa: “L’uomo di libri e di scienza cercherà dunque di tenere lontane le tenebre del nuovo Medioevo continuando a lavorare come se fosse in un mondo civile”. La caratura aristocratica, cioè, ma è possibile considerare il mondo incivile, e l’intellettuale profeta di gloom&doom, predicatore messianico? L’intellettuale come araldo e artefice della palingenesi, della “rivoluzione”, della fine della storia, del regno di Astraea?
Edward Said, che sul tema ha tenuto nel 1993 le Reith Lectures – la serie di lezioni annuali a tema della radio Bbc - lo vede con semplicità come è, o dovrebbe essere: un esiliato e un dilettante che ha o si prende il compito di “dire la verità” al potere, quale che sia, “anche a rischio di ostracismo o prigionia”. Dire la verità – che è contestata e contestabile, ma è doveroso esercitarvisi
Più spesso, e anche alle feste della Resistenza, dall’intellettuale si vuol la “trasformazione della realtà”. Che è impossibile, roba di magia - un po’, parecchio, assurdo più che presuntuoso. L’intellettuale per eccellenza, dacché, sarà un secolo, la categoria è stata nucleata, è Karl Marx, ideologo e anche organizzatore e capo di partito, occhiuto. In aspetto meno epico e radicale, come Gobetti, Gramsci, ma anche Luigi Einaudi, è studioso e applicato.
Fuori dall’“impegno”, ideale, ideologico, l’intellettualità si caratterizza per l’ambiguità. L’ambiguità  è il passepartout – un ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale. Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo, ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.

Ipocrisia – L’età della verità, libera per tutti, non se ne può dire la celebrazione, dell’ipocrisia? 
Piacerebbe, certamente, dire le cose. Ma non sono più i tempi di Darwin: l’epoca è di riassetto e chiacchiere. Sembra l’opera di Borges, grande impolitico, la critica di un’opera che non esiste. 
E su tutto ondate di moralismo raggelante. Come dire: “Siamo nati tutti morti”, e calcarsi il sombrero in testa. Che forse non è una colpa. La storia, la piccola micragnosa storia, si lega per un fine filamento diabolico, la periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude la ragione e la realtà. A lungo, p.es., da un secolo e mezzo, nella forma della dialettica, che non porta in nessun posto (è un artificio retorico) ma si voleva sistema del mondo e del reale. 

Queer theory - Riduzionista, in quanto assolutista, come ogni teoria non veramente critica – o come ogni teoria, che più che creazione mentale si vuole realtà, esclusiva? È il contrario, nel caso, del termine: queer è ciò che sta in mezzo, strano cioè nuovo e un po’anche indistinto, liminale. Nello specifico, del rapporto uomo-donna, nasce dalla considerazione del rapporto costruito storicamente, culturalmente uomo-donna, delle rispettive caratterizzazioni, per decostruirle e depurarle. Ma fino ad annullare ogni differenza? Tutte le specie convivono, ognuna diversa dall’altra. 

Non una teoria, un manifesto. Uno dei tanti, per l’affermazione dei “diritti”, nell’ “età dei diritti”. Che si vogliono totalitari, oltre che imperativi. Al limite del disordine distruttivo – c’è un disordine creativo, che però si pone dei limiti.


Storia – “Un’arte di pensare - Natalie Zemon Davis, “La passione della storia”, 53-54) – che ci dà la possibilità di riflettere, di ritornare alla documentazione o di affrontarla con nuove domande,…. parlerei di un atto di fertilità, o di fecondazione”.  
La storia è “meticcia”, la storia e la storiografia - sempre Zemon Davis, p.81: “Troppo spesso ci si dimentica che la nostra storiografia è influenzata da numerosi dati concettuali che derivano dall’esperienza di conquista di altri mondi e dall’esperienza coloniale. Non è una creazione autonoma, è essa stessa meticcia. Il meticciato mentale è una vecchia storia. Ma si tratta pure di un problema spesso occultato, poco conosciuto. Tendiamo troppo a ignorare che nei fenomeni d’incontro tra culture e stili di vita non sono all’opera solo la violenza e l’incomprensione. Dalle esperienze imperialiste e di conquista scaturiscono fenomeni di amalgama, di scambio”.

Verità –  Ma c’è, endogamica, di procreazione matrilineare. 
C’è (anche) quella di Nietzsche, nel momento stesso in cui la nega(va).

zeulig@antiit.eu 


L’Europa riscoperta in una biografia

La vita prima spensierata e brillante poi impegnata e perfino tragica di un’americana in Europa tra le due guerre, dapprima in Francia poi a Londra, dove si trasforma in inviata di guerra. Modella di grido a New York negli anni 1920, poi in Francia fotografa di moda, compagna di Man Ray, amica di Éluard, e di Nusch Éluard, Cocteau, Picasso e altre stelle del firmamento culturale. Quindi a Londra, sposa, fotografa di “Vogue” – un destino segnato? ragazza a New York era stata salvata da un incidente automobilistico probabilmente mortale per strada dalla prontezza di un signore che era Condé Nast. Fotografa di guerra per la stessa rivista, che deve continuare a uscire giusto l’approccio churchilliano alla guerra, “mostrare che non li temiamo, la vita deve proseguire come in pace”. Embedded, fotografa in prima linea, grazie alla nazionalità americana al seguito delle forze americane. In coppia con l’inviato fotografico di “Life”, David Scherman. In Francia dopo lo sbarco, a Saint-Malo quando il napalm fu usato per la prima volta, dagli Stati Uniti – la prova per la messa a fuoco del Giappone nei dodici mesi successivi. In Normandia e a Parigi la Liberazione, con la tonsura delle donne che avevano avuto fidanzati tedeschi. E la scoperta, che la annienta, che le amiche sono impazzite o scomparse “verso di là, verso la Germania”. L’“umanità” dei lager, imprevista, imprevedibile. La celebrazione fredda della vittoria con la foto oltraggiosamente nuda nella vasca da bagno del dittatore, nella residenza di Hitler a Monaco di Baviera. Per poi scoprire, tornando a Londra, che le sue foto che documentavano i lager non erano state pubblicate “per non demoralizzare il pubblico”.
Poco recensito, e poco visto, in Italia, un biopic di forza eccezionale. La storia, aratissima, dell’Europa tra le due guerre come nuova ed eccezionalmente normale. Di regista americana un film inglese, cioè (ben) raccontato, nella sceneggiatura e al montaggio, solido. Che una Kate Winslet, attrice inglese, cioè attrice vera, di scuola, gioca in pluriformato, a resa sempre eccezionale: modella giovane e sventata, fotografa “surrealista”, coi seni volentieri al vento, col compagno Man Ray e le altre celebrità, fotografa di guerra matura, coinvolta dalle mille atrocità, sigaretta sempre alle labbra dapprima, e alla fine anziana e sola col bicchiere in mano.  
Un racconto opera del figlio, si può aggiungere per la verità della cosa, che anche nel film fa, intervistatore anonimo, da detonatore della narrazione – il film è una narrazione ex post di Lee Miller: come lei vive la vita che ha vissuto. Per rivelarsi infine il figlio trentenne da lei sempre negletto – il figlio è di fatto l’artefice della fortuna postuma dei genitori, Lee Miller e il (secondo o terzo) marito Roland Penrose, pittore e curatore d’arte.
Ellen Kouras, Lee Miller, Sky Cinema, Now

martedì 21 aprile 2026

Problemi di base macho-femministi bis - 912

spock

macho-femministi bis
 
Perché le donne sono cattive?
 
Perché lo sono in Italia?
 
È infetta l’aria in Italia?
 
La storia?
 
O la scuola, che è femminile, materna?
 
Cattive o scontente?


spock@antiit.eu

Il più grande processo del mondo

Sei giurati popolari e due togati, il presidente della Corte d’assise e il giudice a latere, discutono e si confrontano per 36 giorni, in camera di consiglio, isolati cioè dal mondo, per sbrogliare i giudizi e le pene del maxiprocesso di Palermo, 1986, contro centinaia di mafiosi. Ma non è un legal thriller all’americana. Il presidente, Alfredo Giordano, che si è assunto l’onere del processo, il più imponente al mondo, pare, nella storia della giustizia, e il suo giudice Pietro Grasso, oggi senatore, discutono sulle imputazioni, e sula determinazione delle condanne, anche un po’si azzuffano. I giudici popolari servono per allentare un po’ la tensione - come un gatto, che fa capolino nel cortile del reclusorio, dove i giurati “prendono l’aria”, come nelle carceri, e un pifferaio che chissà come si intrufola.
Un dialogo teatrale in realtà, fra Sergio Rubini e Massimo Popolizio, il presidente e il giudice subordinato,
che tengono viva la materia. Ma, poi, tutto è scontato, gli esiti e le pene essendo note.
Un atto – un film - “civile”, forse di proposito. In vista dei quarant’anni, quest’anno, dell’avvio del processo. Con 475 imputati da giudicare.
Fiorella Infascelli, La camera di consiglio, Sky Cinema, Now

 

lunedì 20 aprile 2026

Problemi di base macho-femministi - 911

spock


Perché le donne sono cattive con le donne?
 
Perché le donne sono cattive con gli uomini?
 
E con se stesse?
 
Come gli uomini?
 
Perché le donne sono cattive?
 
Perché si dice che lo siano?

spock@antiit.eu

Pasolini “preciso”

Rimasto fuori dalla copiosa editoria per i cinquant’anni della morte, il libro forse più significativo su Pasolini. Un florilegio di testi, tutti per qualche verso interessanti. E di immagini, dei film e di Pasolini.
Il libro si apre con una rara foto del padre, altrimenti ignoto. Carlo Alberto Pasolini è Pasolini figlio, fisicamente e somaticamente – anche nel cipiglio. Con una didascalia importante (tratta dall’intervista con Jon Hallyday, “Pasolini su Pasolini”: l’omosessualità (di cui P. si faceva peso e colpa, n.d.r.) non va attribuita all’“amore eccessivo, quasi mostruoso” verso la madre ma al padre: “Gran parte della mia vita erotica ed emozionale non dipende da odio contro di lui , ma da amore per lui, un amore che mi portavo dentro fin da quando avevo un anno e mezzo o forse due, non so”.
Le moltissime foto danno Pasolini sempre in posa, anche in costume da bagno, o in tenuta da sci. E ordinato, capelli, sorriso, gesto, anche nelle istantanee – curate fino al taglio, la luce, le ombre. Sempre “perbene”. Anche in borgata - farsi fotografare in borgata?
 Anche al mare, con Maria Callas e i suoi cagnetti, al vento. Era dei suoi anni vestirsi perfettamente – “correttamente” - e non casual, o sporchetti, comunque trasandati. Ma Pasolini è sempre “preciso”. Anche in tenuta da calciatore, anzi specie con gli scarpini, lustri.

Un album che è un regalo. Con una Nota introduttiva di Graziella Chiarcossi. Per la consulenza editoriale di Mario Desiati.
AA .VV., Album Pasolini, Oscar, pp. 316, ill. ril, pp.vv.

domenica 19 aprile 2026

Ombre - 820

“Piazza Affari regina d’Europa per valore delle cedole e rendimenti”, “Il Sole 24 Ore” a p. 1. A  p. 3, sempre in grande: “L’Italia con la crescita più bassa in Europa” – “meno della metà della crescita media Ue” e “meno di un terzo rispetto al G 7”. Pubblici vizi virtù private – si rovescia Mandeville e la “favola delle api”, le api operose.
 
Cazzullo incorona Conte, l’avvocato che si professa demitiano ora alla guida dei 5 Stelle. Riducendo con lui a bazzecola, due righine, in fondo, il reddito di famiglia e il superbonus. Senza ricordare che quest’anno paghiamo 51 miliardi di debito in più, portando al “primato continentale nel rapporto fra debito e pil”, grazie, si fa per dire, alla generosità dell’avvocato.
 
Sorprendente l’ingegnera Di Foggia che per fare il presidente dell’Eni vuole una buonuscita da Terna, altro gruppo pubblico, di sette milioni e mezzo. Sorprendente perché di Terna era amministratore delegato dopo una carriera, dice il cv, per la parità salariale. Vorrà portare tutte le donne in impresa al suo livello?
O non sarà, come l’avvocato Conte, una ex demitiana – sono sempre i primi in tutto, artigliano lo Stato come nulla?
 
Ben “il 61 per cento della popolazione israeliana è contrario al cessate il fuoco in Libano”. È cioè favorevole all’invasione. Il “popolo” per la guerra, con un esercito di leva, è una novità. f

Forse non solo la specialità di Israele. Un nuovo filone di studi necessita, il nazionalismo è sempre più forte delle guerre.
 
Mostrano i tg i bombardamenti di Tiro e Sidone come fossero due dei villaggi del sud del Libano. Mentre i Fenici di Tiro e Sidone sono stati per secoli i marinai e i mercanti del Mediterraneo. Orientale e anche occidentale – tra Solunto, Mozia, Palermo, e Cartagine. E le rovine monumentali lo testimoniavano ancora negli anni 1970, prima che Israele occupasse e distruggesse variamente il Libano.
 
Maurizio Molinari che fa una pagina su “la Repubblica” per il  signor Pahlavi: “Torno e do la spallata al regime di Teheran” sarebbe da ridere ma è da piangere. La politica estera ridotta, da uno che pure sa di che si tratta, a chiacchiere vuote. Assistito peraltro dal concorrente “Corriere della sera”, che esibisce una larga formazione di inviati e corrispondenti internazionali, di cui solo due sanno e dicono la cosa giusta, Rampini e Viviana Mazza – agli altri, ammesso che pratichino qualche lingua, si richiede il “colore”: ospedali, dottori, bambini, madri, morti e il tycoon.

  
Papa Leone impegnato per la pace lo portano in trionfo nel Camerun, paese di guerre senza fine, postcoloniali – dopo 66 anni – e tribali, con un capo di Stato 91nne che sta lì da sempre. Ma c’è di meglio dove un papa di pace potrebbe andare in Africa?


Dunque, Bpm e la Lega, col supporto dei Del Vecchio di Luxottica-Delfin, si riprendono Mps-Mediobanca-Generali. Il controllo di Roma su Milano era impossibile, e Caltagirone è stato fregato.
La Lega, sotto l’aplomb esagerato di un Giorgetti mite, aggredisce Piazza Affari alla Trump, d’assalto – il golden power contro Unicredit è ancora più stupefacente oggi di quando Giorgetti lo impose. Ma perderà il voto tra qualche mese -  lo farà perdere a Meloni, la filosofia della Lega è sempre quella, rodata con Berlusconi.
 
Si fa passare la divisione tra Caltagirone e i Del Vecchio su Mps come una furbata per disinnescare il “patto occulto” 2019 di cui li accusa la Procura di Milano. Ma non è il solo aspetto curioso del voto in consiglio per il nuovo Mps. Di fronte alla “istituzionalità” dei grandi fondi Usa, alla loro indifferenza ai giochetti di potere in materia di affari, non si sa che pensare di Giorgetti, dell’asta  acceleratissima per la vendita di Mps, del golden power contro una banca italianissima (non era un “campione nazionale”?) come Unicredit. 
 
Elegante “Il Messaggero” (Caltagirone) nella sconfitta a Mps-Mediobanca: grande titolo e nessuna acrimonia: “Lovaglio torna alla guida di Monte dei Paschi.”.
Il “fuori Lovaglio” era un jeu de dupes, un gioco di compari? 
 
Vance, che pure è intelligente (è buono scrittore, o non è lui?), che ammonisce: “Prevost dovrebbe essere cauto quando parla di teologia”, Prevost è il papa, non si sa se è più asservito al suo capo Trump, come è l’uso per i vice-presidenti Usa, oppure ironizza.
 
Claudia Conte ha solo una laurea telematica, presi in otto mesi, a trenta e passa anni, dopo aver vantato una laurea Luiss – dove ha solo pagato le tasse, per molti anni? Fatti suoi. Ma il ministro dell’Interno, custode e garante della nostra sicurezza, irretito da una svelta trentenne?
 
Romagnoli, recensendo sul “Venerdì di Repubblica” “Il giornalista e l’assassino”, un vecchio libro (1990) di una Janet Malcolm su un giornalista americano, Joe MGinnis, specializzato nel guadagnarsi la fiducia di persone coinvolte in delitti per poi “tradirli”, raccontandone le (vere o presunte) confidenze di malefatte, ricorda che questo giornalista lavorò anche in Italia. Sul Castel di Sangro, la squadra di calcio di “un paese abruzzese di seimila abitanti”, approdato alla serie B. Naturalmente “provandone” droghe, combines, intrighi. Ma non era la squadra di Gravina, poi presidente della Figc? Per dodici anni, e tre Mondiali falliti.
 
“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il presidente del Como Suwaraso, nella partita che poi l’Inter ha vinto. Ma di questo abbiamo saputo due giorni dopo, per un post dell’indonesiano ai sostenitori della sua squadra, di scuse per la mancata reazione agli insulti (“sono nostri ospiti e meritano rispetto”). Cronache pietose – mentre si protesta e si sciopera per il rispetto del giornalismo.
 
Ha vinto Brignone, ma parla sempre Goggia. Di tutto. Di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Ha agenti migliori? Il giornalismo all’orecchio delle pubbliche relazioni.
 
Israele ha adottato, ormai da tre settimane, la pena di morte, su base etnica. Con tanto di spilla celebrativa, in forma di cappio, dorata – o è d’oro? E non si è udito o letto un solo grido d’orrore, nemmeno una critica. Poi dice che c’è l’antisemitismo – sottotraccia, certo.
 

La tribù delle donne

“L’inizio della storia delle discriminazioni arriva a noi attraverso la voce del mito”, delle discriminazioni di genere. No, basterebbe Bachofen, il suo nomadismo – la donna perde ogni ruolo nel nomadismo – a ondate successive, dal bacino apparentemente inesauribile della Mongolia. “L’origine delle discrininazioni nella Grecia antica”, precisa il sottotitolo. Anche queste si possono ricondurre a Bachofen, la Grecia “antica” emerga, come dal nulla, dopo l’“invasione dal Nord”, dei fantomatici Dori. Ma Cantarella risale la traccia attraverso una rilettura tanto semplice quanto avvincente dei miti: fa di meno e di più, poiché il mito più non usa conoscere. È un invito quindi, il suo, a una sorta di riscoperta, narrata con precisione ed eleganza. Una serie di “meraviglie”, di miracoli, cui la sapienza greca, che era immaginazione, si è affidata per secoli – immortalandosi poi come classico.
Con Prometeo, la sfida agli dei, “l’intera umanità andava punita”. E la punizione fu Andora, la “prima donna”. Pandora non è Eva. È lei stessa la tentatrice, “un male bello” (Esiodo). Ma Prometeo non è solo, lo affianca il fratello Epimeteo, avventato, sventato. Pandora, sventata come Epimeteo, apre il vaso che doveva restare sempre chiuso e i mali si dispersero nel mondo: da lei discenderà “il genere maledetto” di Esiodo, “la tribù delle donne”.
Le donne faranno una razza a parte. Che Semonide di Amorgo, subito a ridosso di Esiodo, classifica. E la partizione si precisa: per l’uomo il logos, la capacità di ragionare, per la donna la metis, l’astuzia.
Zeus e Metis, spiega Cantarella, la storia è tutta qui. Zeus, che aveva paura di essere divorato dal padre Crono, come tutti gli altri suoi fratelli, è aiutato dalla compagna Metis, con una sostanza di sua conoscenza, di lei, a far vomitare a Crono tutti i figli che si era mangiati, in combutta con i quali Zeus è in grado di detronizzare Crono. Ma quando Metis confida a Zeus di essere incinta, Zeus si mangia anche lei, dando poi nascita lui stesso alla figlia – Atena. Inoltre, con Metis l’uomo Zeus aveva inglobato anche l’astuzia, e la sua creazione era completata, intelligenza più astuzia, l’uomo era un essere “quai invincibile”.
Poi intervenne la medicina, Ippocrate etc. Che indaga molto e non si spiega il mistero della maternità – dopo aver approntato uno scemenzario terapeutico per l’epilessia, il “morbo sacro”. Presto le donne, addomesticate, furono ridotte a due: la casalinga e la donna di piacere. Le figlie greche non ereditavano, andavano sposate alla pubertà, se non sposate erano vendute schiave. Di adulterio era imputabile solo la donna. La donna di Zeus - la donna non genera - è ancora la bandiera di Eschilo, all’Aeropago, a proposito del matricida Oreste. E non ha autorevolezza, cioè diritti. In epoca recenziore Aristotele lo spiega lungamente: “Il maschio rispetto alla femmina è tale che per natura l’uno è migliore l’altra peggiore, e l’uno comanda, l’altra è comandata”. Così il grecista Vidal-Naquet: “la polis, celebrata? Un club di soli uomini”.
Finché con Epicuro, e meglio ancora con i cinici, la verità non comincia a farsi strada, che donne e uomini hanno “le stesse virtù” – Antistene. Mentre fuori dalla Grecia continentale già da un secolo o due, con Pitagora, a Crotone, si ammetteva la donna alla discussione delle questioni politiche.
Bachofen Cantarella lo fa emergere alla fine. Ma non per il patriarcato, per il matriarcato, che per lil giurista svizzero, di passione storico e antropologo, fu epoca felice: gli imputa con ciò “l’antica condanna della donna alla sua materialità e di riflesso alla sua inferiorità”.
Eva Cantarella, Gli inganni di Pandora, Feltrinelli, pp. 90 € 11,40 (promozione Feltrinelli, 2 libri Ue € 11.90)