sabato 11 aprile 2026
Secondi pensieri - 581
Frustrazione - In fisica il termine viene usato per
descrivere l’approccio all’equilibrio di sistemi tipicamente disordinati che
può protrarsi anche molto a lungo nel tempo. Il primo impiego interessante
della frustrazione si ha, per esempio, nei vetri di spin. I vetri di spin sono
magneti disordinati che, pur osservati in un largo periodo temporale, sembrano
non raggiungere mai un punto di equilibrio.
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Napoli femminile, e felice
La “casa di Ninetta” è quella del mare, che Ninetta, moglie e madre giovane, “vera donna d’affari”, ha comprato a prima vista, poiché le è piaciuta - in assenza del marito, che va e viene dal Brasile (“e che bisogno c'è?”). E ora si smobilita, perché Ninetta è inferma di vecchiaia, nella casa in città, e i figli stanno lontano – la figlia perlomeno, quella che si vede, attrice di successo ma a Roma.
Una
storia vera dai toni fiabeschi. Bianco è il colore e i toni dominanti. Virati al fiabesco anche tuoni e fulmini
domestici. E compresa Napoli, qui tutta garbo e socievolezza. Che Lina Sastri
ha filmato sulla traccia del racconto che aveva pubblicato una dozzina d’anni
fa, sempre a Napoli, editore Guida, in chiave autobiografica.
Non
tutto era rose e fiori in quella famiglia, con un padre bipolare, oltre che
transoceanico, ora affettuoso ora
carogna. Specie con la moglie, ma anche con la figlia, che in una scena, che la regista non si è sentita di tagliare, va a importunare volgarmente e
maledire in camerino alle sue prime prove d’attrice. Ma Ninetta non ci sente –
ha un marito-figlio e lo sopporta.
Un
racconto insolito. Di tutte donne. E di un’identificazione figlia-madre
piuttosto che di una ripulsa. Molto femminile, di donne coraggiose, forti,
senza bisogno di essere femministe. E uomini deboli, il padre, il compagno, il femminella,
ma come non per colpa loro.
La
trasposizione cinematografica ne mantiene la leggerezza: come essere felici
anche con l’alzheimer, e con la figlia lontana. Con una Angela Pagano che è
Ninetta giovane, moglie e madre, non si saprebbe pensarla altrimenti – ora felice
ora combattente, mai lagnosa.
Lina
Sastri, La casa di Ninetta, Rai 3 RaiPlay
venerdì 10 aprile 2026
Una guerra perduta a tavolino
Si è fatta la tregua e si cominciano a vedere le conseguenze della
Guerra del Golfo – la terza. Il regime iraniano, contestato e indebolito, si
consolida. Il petrolio è ridiventato caro e scarso e la cosa resterà per lungo
tempo – e col petrolio molte altre materie prime. I principati arabi del Golfo,
fedeli soggetti dell’America e di Israele, dovranno darsi nuovi equilibri. Il
Libano è passato dalla parte del torto (Hezbollah) a quello della ragione. E la
prospettiva è che sfollati e senzatetto diventino un’altra “Palestina” per
l’Israele di Netanyahu, mai pace.
Naturalmente è presto per fare i conti della guerra ma l’evidenza è
questa. È cominciata quaranta giorni fa con bombardamenti ripetuti ogni giorno, di
4-500 bombardieri pesanti, e assassinii mirati dei capi iraniani, praticamente
senza difesa a terra. Ma era probabilmente una guerra insensata (a meno del bisogno
dell’industria petrolifera americana di ricapitalizzarsi), e tale oggi appare:
una guerra del duo Trump-Netanyahu, due capi politici autoreferenti, più che
degli Stati Uniti e di Israele, degli interessi nazionali dei due Paesi.
L’identità è molteplice – basta uscire dall’Europa
Mosè,
il fondatore dell’ebraismo, era un egiziano. L’opera di Freud, “L’uomo Mosé. Un
romanzo storico”, tarda e sparsa, malgrado
i progetti e i tentativi di più decadi, che ragiona sulla nascita dell’ebraismo,
Dio unico compreso, a opera di un egiziano, “Mosè il Madianita, il genero di Ietro,
quello del Sinai, dell’Oreb”. Che la Legge impone al popolo ebraico riottoso,
seppure povero e isolato nel deserto - da cui viene infine assassinato. Un r
apporto di cui Freud era convinto, ma gli fu difficile spiegare, benché ci provasse
in vario modo in varie epoche. Forse per via del suo rapporto sempre confuso con
l’identità ebraica, si può aggiungere, come si evince dalla corrispondenza con
Lou Adreas-Salomè, e dalla sua stessa prefazione alla traduzione ebraica di “Totem
e tabù”, dove si diffonde sullo “stato d’animo dell’autore, il quale non
conosce la lingua sacra, è completamente estraneo alla religione dei padri – come
ad ogni altra – né può condividere ideali nazionalistici, eppure non ha mai rinnegato
l’appartenenza al proprio popolo, sente come ebraico il suo particolare modo di
essere e non lo desidera diverso da quello che è”.
Said
lo sente, e fa di questo Freud, di Freud de “L’uomo Mosè”, un antevisionario di
come, in prospettiva, il mondo ebraico avrebbe potuto porsi, nella diaspora e nel
sionismo, se non fosse stato accecato dal nazionalismo. Dal suo essere europeo –
germanico in effetti: si potrebbe argomentare con fondamento (v. G. Leuzzi, “Gentile
Germania”) che i tedeschi sono “ebrei” e gli ebrei sono “tedeschi”, per mille
rivoli. In Fred, nel suo “Mosè”, Said vede il “non europeo”, un uomo e una
cultura che non fanno del nazionalismo la bandiera. Sa che Freud non lo
pensava, poiché spiegava ex post, scrivendo all’amico Stefan
Zweig, che considerava l’opera fallita. Ma solo “alla terza sezione, una teoria
della religione, niente di nuovo per me dopo ‘Totem e tabù’”. Le due parti precedenti
Said trova congruenti: Freud è critico anticipato di Israele “Stato ebraico”,
che si sforza “archeologicamente” di avere un titolo di possesso esclusivo sula
Palestina: “La complessa stratificazione del passato è stata cancellata dall’Israele
ufficiale. Freud al contrario … aveva lasciato aperto uno spazio considerevole
a quanto di non ebreo vi è dell’ebraismo, nelle sue origini come nel suo presente”.
Fred
non era il solo né il primo a porsi il problema, riflette Said: Schiller, “La
missione di Mosè”, l’influente kantiano Karl Leonhard Rheinhold, “I misteri ebraici
ovvero la più antica massoneria religiosa”, Goethe, “Israele nel deserto” (in “Divan
orientale-occidentale”: “una rilettura poetica del racconto biblico dell’Esodo,
che s’ispirava al ‘Levitico’, al “Libro dei numeri’ e al ‘Pentateuco’”). E poi Thomas
Mann, “La Legge”, il racconto “scritto su commissione nel 1943” (doveva uscire
in una raccolta di racconti che restaurava il senso morale delle cose, fu
pubblicato sotto il titolo “Ten short Novels of Hitler’s War against the Moral
Code", dieci racconti brevi della guerra di Hitler contro il codice morale):
è il racconto in cui Mosè è raffigurato come Michelangelo – giusto il “Mosè” di
Michelangelo – e si immagina che Mosè, “nato da un «rapporto irregolare», aveva
sviluppato un intenso amore per «la regola, l’inviolabile»”, e “tra i
madianiti, popolo di pastori e mercanti che vivevano nel deserto, aveva conosciuto
un dio invisibile, un nume chiamato Jeova”, per giungere infine alla
conclusione, dopo varie ipotesi e collegamenti, “che Jeova non fosse se non il
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il dio dei padri, intendo dire dei padri
di quelle povere e oscure tribù asservite, sradicate, e già completamene
confuse nell’adorazione della loro divinità, che ora dimoravano in terra d’Egitto”.
“Una
delle ultime sue apparizioni in pubblico”, di Said, Giovanbattista Tusa, che ha
curato l’edizione, spiega, “tormentato da una lunga malattia che lo porterà alla
morte”. Ma il saggio-discorso era stato preparato per l’annuale celebrazione
della nascita di Freud il 6 maggio 2001 su invito della Sigmund Freud
Gesellschaft di Vienna, salvo disdetta dell’invito all’ultimo momento, quando
fu pubblicata una foto di Said in atto di lanciare una pietra alle celebrazioni
per ritiro di Israele dal Libano (Said provò a spiegare le circostanze della
foto, ma l’invito restò revocato). La postfazione di Tusa, che prende poco meno
della metà del volumetto, “«Fondazioni». Freud, Said e il non europeo”, è in
realtà un altro saggio. Meno irto di quello di Said – la malattia forse ha
inciso sulla solita chiarezza.
Mosé
egizio non è una curiosità. È il tema, semplice, del saggio – come del “romanzo”
di Freud: contro “la riduzione dell’identità a una di queste greggi
nazionaliste o religiose, in cui tanti vorrebbero rifugiarsi a tutti i costi”,
che è una limitazione - perché non una mutilazione? Freud lo sapeva: “Perfino
nella più definibile, nella più identificabile, la più irremovibile identità
comune – per lui era l’identità ebraica – esistono limiti innati che
impediscono che essa possa essere incorporata in una sola e unica unità. Per
Freud il simbolo di questi limiti era il fatto che il fondatore dell’identità
ebraica fosse un egizio non europeo.
Edward
W. Said, Freud e il non europeo, Meltemi, pp. 104 € 9
giovedì 9 aprile 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (629)
Giuseppe Leuzzi
Ogni giorno una carta nuova dalla
Procura di Roma contro l’ex sottosegretario Delmastro – hanno saltato il
Venerdì di Passione, devono essere buoni credenti, oltre che democristiani
(naturalmente del Pd). Dalla Procura anti-Meloni al\i giornalista\i fidato\i.
Ma senza convincere – siamo ancora lontani dai colpi di teatro di Mafia
Capitale (l’arresto in diretta video, sulla Smart, d’“O’cecato”…). È sempre
l’antimafia al servizio delle carriere dei giudici, invece della buona vita.
Protetta, purtroppo, dalla politica (di sinistra).
Buzzati innamorato a Messina
Esiste – esisteva a Messina prima che le pendici verdi dei Peloritani diventassero attraversamenti e svincoli autostradali – una Villa
Marullo, meta di scolaresche e collegiali (all’epoca non usavano le coppie, e
forse non c’erano gli amanti) per lunghe esplorazioni - un’intera mattinata di scuola
o, in stagione, un lungo pomeriggio. Una “villa” sinonimo di “all’aperto”, di
campagna ricca e bella, senza villa-edificio né palazzo, nemmeno casolari, e senza recinzione - giusto il nome, forse su una cancellata,
un ingresso - tenuta all’italiana, un po’ forra un po’ giardino curato, con corbezzoli
e altre piante, di frutta e non. Donazione alla città di un fascista poi diventato barone rosso, Sergio
Marullo di Condojanni.
La memoria riemerge col sito, che si declina Villa
Marullo (di Condojanni). Onorandosi in particolare del soggiorno
“in incognito, dal gennaio all'estate del 1942”, di “Dino Buzzati dei
nobili Traverso, «inviato di guerra» segretamente operatore militare nella base
della Marina di Marisicilia all’Arsenale, con il compito di compilare un
manuale tecnico sulla «nostra attuale guerra navale», lavoro di «grande
responsabilità e mole», che non portò a termine e di cui non esiste altra traccia”.
La notizia concludendosi con: “Sul soggiorno nella città dello Stretto, dove si invaghì di una «donna del
popolo» locale, si veda l’approfondito articolo di Sergio Di Giacomo, «Dino Buzzati e quell’amore
sbocciato a Messina», con una scheda letteraria «Quel volto che ricordava
Antonello e il brano di ‘Un amore’, in ‘Gazzetta del Sud’, Messina, 15 agosto 2012, p.31”.
Inutile cercare in archivio, la “Gazzetta” non lo ha
informatizzato – seppure ne ha ancora uno. Ma la “cosa” è nota. La “guardia al
bidone” di Buzzati a Messina viene messa in relazione col passo finale di “Un
amore”, il tardo romanzo, in cui il protagonista guarda una giovane donna – “soprattutto
colpivano i capelli neri, lunghi, sciolti giù per le spalle” – e all’improvviso
si ricorda di “una Madonna di Antonello da Messina. Il taglio del volto e la
bocca erano identici. La Madonna aveva più dolcezza, certo. Ma lo stesso stampo
netto e genuino”. Ovvero, all’improvviso no: la scena è di un appuntamento, in
una casa d’appuntamenti, e l’uomo-Buzzati è un signore di mezza età, senza
storia e senza carattere, mentre la ragazza (nella trasposizione cinematografica
nobilitata da Catherine Spaak) una piccola prostituta.
Perdere tutto per vincere a Lepanto
A
proposito dei Marullo (di Condojanni). Presto i Marullo, di Messina, si
nobilitarono del titolo “di Condojanni”. Che è calabrese, denominava una terra
feudale oggi comune di Sant’Ilario dello Ionio – già appartenuta dalla fondazione,
a metà ‘300, alla casa Ruffolo, dei conti di conti di Sinopoli e Bovalino. Un
secolo e mezzo dopo, il 12 ottobre 1496, il re di Napoli Federico, insediato da
appena quattro giorni, elevò il feudo di Condojanni a contea, con annesse la
baronia di Bovalino, con Pandora (oggi Careri) e Potamia (San Luca), la baronia
di Bianco con Precacore (Samo), e la baronia di Bruzzano con Torre Ferruzzano –
la Contea di Condojanni.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente
in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E
qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la
quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni,
Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò.
Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese
in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don
Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese
di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i
possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino,
Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo
conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne
messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese
Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a
Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e
Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli
altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente
in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E
qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la
quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni,
Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò.
Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese
in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don
Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese
di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i
possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino,
Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo
conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne
messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese
Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a
Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e
Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli
altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
Col quarto conte Giovanni
si estinse la linea primogenita dei conti di Condojanni - titolo onorifico che
il Re volle far rimanere all’illustre famiglia messinese.
Una storia, si direbbe, molto calabrese – anche se di messinesi.
Milano Città Stato
A “Roma Today”
corrisponde a Milano “Milano Città Stato”. Per “stimolare una Milano che pensa In grande”. Per
farne “una città regione (in coerenza con l’art.132 della Costituzione)”. Per “decidere
sul suo territorio”, farsi “punta di diamante dell’Italia nella competizione
internazionale”, e naturalmente
“riformare” l’Italia. Riformare da riformatorio?
E a Milano Città Stato chi sarebbero, nel caso, gli “italiani”? I meridionali, che “che a Milano realizzano il loro sogno”? Gli “italiani” che l’hanno soffiata all’Impero Austro-Ungarico, alla Mitteleuropa, al Bel Danubio Blu, e al Circolo di Vienna, con Wittgenstein incluso?
Perché Milano è sempre scontenta
di sé? E, sogno o son desto?, nel 2016 questo linguaggio? Milano Città Stato riprende il
ragionamento di “Limes”cinque anni fa, di una ristrutturazione delle Regioni
sul tipo dei distretti francesi (quindi senza tanti poteri?), “a partire da
alcune analisi della Società Geografica Italiana”. Nelle intenzioni della
rivista “un modo per rendere più funzionale l’erogazione dei servizi al cittadino”.
Una “pensata” giornalistica caduta nella disattenzione. Per “Milano Città Stato” è la via per fare di Milano una Londra – anche una Parigi? Il leghismo è
insaziabile.
Se il dialetto (Pasolini)
è lingua povera
Pasolini, “Dialetto e poesia
popolare”, “Mondo Operaio”, il periodico socialista, 14 gennaio 1951, è una
pagina poco letta (rimasta fuori dalle raccolte), e anche breve, ma configura
con precisione la questione lingua. Sono considerazioni a margine del premio di
poesia dialettale che si era celebrato a Cattolica l’anno prima, sulla “superiorià”
della poesia dialettale, mentre l’“italiano” resta(va) fondamentalmente impraticato.
“La questione è grossa”, Pasolini
premetteva, e “bisogna stare attenti”: “Non è chi istintivamente non pensi a quanto
di falso permanga a minacciare la lingua chiamata ‘italiano’, non solo scritta
(che in tal caso si conoscono bene i pericoli della tradizione) ma anche parlata.
E a quanto, al contrario, di autentico vive nel dialetto. Bisogna stare attenti,
però: perché il confronto (tutto positivo per il dialetto) vale quasi unicamente
per il parlato, anche perché, infine, la lingua nazionale non è parlata da
nessuno, se non per convenzione e approssimazione.
“Il contadino che parla il suo
dialetto è padrone di tutta la sua realtà: il giornalista che parla italiano allude
genericamente a una realtà sempre insicura. Per l’uso scritto è diverso: il
dialetto in genere è abbandonato all’istinto e all’improvvisazione, in un’assoluta
mancanza di coscienza, scade nel sentimentale, nel coloristico; diviene,
praticamente, molto più convenzionale della lingua”. Che invece, “usufruendo di una
coscienza letteraria”, può liberarsi “dall’handicap istituzionale”, per dare
“pagine d’espressione necessaria e pura”. Sarebbe “errore grave” considerare
“il dialetto come mezzo «immediato» di poesia popolare”.
Palando di letteratura. Ma
l’espressività non resta legata al “luogo” - alla gente, certo, che abita il luogo?
Per Pasolini, alla fine del suo argomentare, il dialetto è “lingua povera”. Che
è discutibile. Povera terminologicamente – quale forma di espressione è libera
dalla rincorsa, dall’“aggiornamento”? Sintatticamente?
Ogni dialetto (ogni linguaggio) ha la sua sintassi. Quanto alla terminologia classica, in
serbatoio, farne l’inventario è cosa ardua, ma non se ne vede in principio una
inferiorità – s’inventa, se non s’innova, anche in dialetto.
Cronache
della differenza: Aspromonte
È in piazza Aspromonte che a Milano la “Nuova
Urbanistica” ha costruito un grattacielo (insomma, dieci piani, ma di tre edifici)
in un cortile, labellandolo ristrutturazione. Nomen omen, dacché i Carabinieri hanno detto la Montagna il luogo della ‘ndrangheta (o la Madonna
della Montagna la Madonna della ‘ndrangheta)? Certo, non si può dire di mafie a
Milano.
La Montagna è a cono, e sempre
aperta. Tutte le vie sono aperte, verso il mare. Ha vegetazione alpestre e
natura mediterranea. Il solo posto chiuso, remoto, un anfratto, è il fosso dove
è sorto il santuario di Polsi, o della Madonna della Montagna - chiara
localizzazione di un culto dendrico-agreste, e quindi di un’origine greco
antica del santuario - di Polsi come luogo di culto.
È il tema di un vecchio saggio
di questo sito, quello che raccoglie più visualizzazioni
http://www.antiit.com/2007/09/polsi-il-luogo-di-culto-con-pi.html
Polsi ha etimologia sfuggente –
come tutte le etimologie? E perché non Mopsi, da Mopso, quello che ha fondato
con la madre Manto il santuario oracolare di Apollo a Claro, e in
aggiunta varie città? In certi mondi, in certi luoghi, il sacro è dappertutto.
Ma Polsi non è luogo
misterico, come lo vogliono i Carabinieri, è forse il più conosciuto nella transeunte
morfo-toponomastica in Calabria. L’origine archivistica del nome combacia con
una convincente etimologia, che Rohlfs così sintetizza: “A. 1324 S. Maria de
Popsi, a. 1328 S. Maria de Ypopsi, gr. antico epòpsios, onniveggente.
Sofocle ha uno Zeus epòpsios”. Le due tracce sono del Catalogo delle
decime.
Tra le radure che danno aria alla
montagna, ai boschi (che la Guardia Forestale si occupa di riempire di ogni
sorta di arborescenza, che la Montagna non prenda ‘aria’…), c’è una piazza
(sic) Nino Martino. Una piazza di una radura – e chi era Nino Martino?
Il Parco lo ha popolato di cinghiali,
di cui non c’era traccia prima, non ce n’era il bisogno, e sono voraci e distruttivi.
E non si è mai curato dello scoiattolo, piccolo e nero – vederne uno è un miracolo.
I parchi, intesi come Ente gestione di un parco, sono strani: come si “popolano”
i Parchi, di flora e di fauna, con che criteri, a che fini, solo gli appalti?
A suo tempo si disse che in Parco,
insieme con i cinghiali, avesse ripopolato la Montagna di vipere, buttandole con
l’elicottero. Si scherza sempre, ma i Parchi sono capaci di nefandezze. Come riempire
le radure, pensate a suo tempo per molteplici ragioni (riposo, respiro, antincendio),
anche densamente, di specie arboree transcontinentali – si pianta al capriccio
dei vivai?
Piantumare è il grande business,
dacché le guardie forestali sono in declino. Gambarie, una terrazza aperta sul
mare, a 1.300 metri, sullo Stretto caleidoscopico, è diventata una piccola triste
giungla, senza luce e senza aria. Il Parco, che vi ha la sede, l’ha letteralmente
ricoperta di alberature di ogni specie: ci si aggira in questo posto di
montagna come sotto una cappa: tronchi fitti, come addossati, la visibilità perfino ridotta.
Per piantare alberi, molti alberi, il più gran numero possibile – all’odore di marcio.
Il Parco al suo nascere, sotto
la guida di Tonino Perna, aveva inventato le guardie antincendio: volontari che
si davano il turno da giugno a settembre, in posti strategici, per avvistare
subito i primi fumi. Non costavano – un minimo rimborso. Li ha abbandonati. E cinque
anni fa ha visto andare in fumo oltre settemila etatri, compresi boschi “storici”,
come la foresta di Acatti e la Valle Infernale, di recente patrimonio Unesco.
Dicendo: non si poteva fare nulla, troppo caldo, il vento….
All’ultima passeggiata di un giorno
nel Parco, alla partenza, la mattina, in una pozza di un torrente che non si
dirà per non avere problemi, le acque erano bianche: le guardie avevano
“pescato” le trote fario la sera prima con la calce viva.
E le trote fario così carine, come mai stanno scomparendo
anch’esse, magrado il Parco – doo averci prosperato per qualche millennio
prima?
leuzzi@antiit.eu
Paul Robeson, o la memoria selettiva dell’America
Morto
mezzo secolo fa, Paul LeRoy Robeson è stato per molti decenni un simbolo attraente dell’America,
nera, colta, e socievole. Un baritono-basso, famoso per la voce, all’opera
e negli spiritual, e per l’impegno saggio, in politica e nella società,
attivista per i diritti civili. Nato a fine Ottocento, da padre ex schiavo, un fuggiasco che al Nord era riuscito a farsi ministro presbiteriano, Paul, analogo fisico e
analogo carattere, andò all’università come giocatore di football, a una mezza
dozzina di buone università, studiò legge, ebbe successo in politica (fu “considerato
un possibile futuro governatore del New Jersey”).
Una
storia molto americana. Compreso il finale: abbandonò sport e politica per
diventare uno dei più grandi cantanti e attori del tempo. Durante e dopo la
guerra, in America e in Europa. Finché le sue idee politiche non lo misero nel
mirino del Congresso, del senatore McCarthy.
Una
lenta agonia cominciò, la sua voce e il suo nome risuonando solo in Europa. Nell’Europa
dove c’erano molti comunisti, in Italia e in Germania - e in Inghilterra, Simon
Callow ricorda personalmente.
“A
un certo punto degli anni Sessanta”, scrive Callow, “Robeson scomparve dalla
scena pubblica. Disgustato dall’incapacità dell’America di rispondere alle sue
appassionate richieste per il suo popolo”, il popolo afro, “si era recato a
Mosca, appoggiando il regime sovietico. Nel frattempo, una nuova generazione di
militanti neri, feroci demagoghi, era emersa sulla scena, e improvvisamente
Robeson sembrò molto antiquato. Non c'erano più repliche televisive dei suoi
film più famosi, ‘Sanders of the River’ (1935), ‘The Proud
Valley’ (1940); la sua musica veniva raramente ascoltata. Quando giunse la
notizia della sua morte nel 1976, ci fu stupore nel constatare che fosse ancora
vivo”.
Morì
a Filadelfia, non a Mosca. La rimozione era stata totale, anche tra i suoi
compagni. E nella comunità afroamericana: non ci sono celebrazione di Robeson,
fra le tante per i diritti civili.
Simona
Callow, The Emperor Robeson, “The New York Review of Books”, 8 febbraio
2018, in lettura libera, anche in italiano, L’imperatore Robeson)
mercoledì 8 aprile 2026
Il nucleare non è stanco ma è vecchio
Torna il nucleare, come fonte di energia compatibile con la transizione
verde, ma con la consapevolezza che gli impianti in attività sono vecchi e\o obsoleti.
Più vecchie sono le centrali nucleari negli Stati Uniti, che hanno in attività 94
impianti, per una potenza di 96 mila MW, con un’età media di 44 anni. Segue il
Canada, con una decina di centrali, di 41 anni in media. E la Ue. Che ha impianti
e capacità lievemente superiori agli Usa, 100 centrali per 97,6 mila MW complessivi,
con 39 anni di età media (38 per la Francia, 40 per la Spagna).
Sta poco meglio l’ex Urss. Gli impianti russi, 36, per poco meno di 27
mila MW di potenza, hanno un’età media d 32 anni. L’Ucraina, 9 centrali per 7.400
MW, di 36 anni.
Il rilancio nucleare coglie meglio attrezzati – ma con potenza
installata finora ridotta – i paesi asiatici di nuova ricchezza, venuti al
mercato con la globalizzazione. La Cina meglio di tutti: con una potenza installata
già rispettabile, poco meno di 57 mila MW su 59 impianti, età media appena
undici anni. Segue la Corea del Sud, con 24 centrali, per una potenza di 24
mila MW, mediamente di 24 anni. Il parco indiano, che è mediamente di 25 anni, è
costituito da mini-reattori: 21, per una potenza di 7.550 MW.
L’uomo che scoprì l’Asia
Un’altra
Italia, protagonista della cultura nel mondo. Si fa colpa a Tucci di non essere
stato antifascista. Di aver tratto profitto della politica antibritannica di
Mussolini, che ne 1925 e nel 1926 corteggiò lo scrittore indiano premio Nobel
Tagore, finanziandone il progetto di università indiana con una cattedra di
sanscrito, affidata a Tucci. Colpevole anche di avere creato l’Ismeo, l’Istituto
italiano per il Medio e l’Estremo Oriente, col filosofo Gentile ministro di Mussolini,
e di avere organizzato col governo nello stesso anno, 1933, il viaggio di esplorazione
del Tibet che molte visuali ha aperto e molte tracce ha lasciato, nella “scoperta”
del buddismo. Ma un’altra spedizione Tucci era in grado di effettuare nel 1948,
dopo la commissione di epurazione – l’ultimo contatto con il Tibet, prima che
la Cina se ne impadronisse e lo chiudesse.
Può
darsi, anzi senz’altro, che la figura e le attività di Tucci nel Centro Asia
fossero di convenienza politica, come tutto ciò che l’Italia promuoveva a danno
dell’Inghilterra. Ma questo non ne condizionò l’attività di ricerca. Che nel
1979, a 85 anni, cinque prima della morte, gli ha valso il premio Nehru, assegnato
dal governo indiano, col contagocce, ai costruttori di ponti e di pace, “per
la comprensione internazionale” - dopo Martin Luther King e il dr. Salk, e prima di Nelson Mandela. Quanto all’Ismeo, invece, si può fare colpa
all’Italia repubblicana di averlo trascurato. Di averne trascurato l’attività
di ricerca, documentazione, promozione culturale - fino a fonderlo, per risparmiare
qualche centesimo, con l’Istituto italiano per l’Africa, in un Isiao, Istituto
Italiano per l’Africa e l’Oriente (che è stato poco più di una sigla, e da quindici
anni è chiuso).
L’approccio
complessivo di Tucci all’Oriente si può dire del resto un progetto politico, il
Tibet e il buddismo avendo analizzato e proposto come sostrato culturale
comune, euroasiatico. La sua ricerca ambientando nella rilevazione di una
memoria comune – lui stesso era partito studiando dapprima il cinese, poi il
sanscrito, poi il tibetano. Nello spirito del viaggio, del contatto, delle esperienze dirette (il buddismo vissuto), dell’approfondimento
vicendevole – una sorta di imprinting marchigiano, dei suoi luoghi di origine
(era di Macerata), che tanti esploratori culturali hanno generato, a partire
dai primi missionari, Mateo Ricci e altri. Degli innesti: lo studio delle culture antiche come invito a un nuovo viaggio.
Giuseppe
Cederna, che anima il documentario, lo spiega a più riprese: studiare come condividere,
viaggiare, andare sui luoghi. Lo studio delle culture antiche prospettando come
ponti verso il novo, un nuovo viaggio. E, soprattutto, privilegiando l’esperienza
diretta. Sulle strade, on the road, è il logo del personaggio. Come mettono
in rilievo la biografa, Alice Crisanti, e i tanti commentatori, in prevalenza
accademici dell’Orientale di Napoli - più l’entusiasta, più convincente, Cederna.
Massimo
Ferrari, Giuseppe Tucci. Sulle strade dell’Est, Rai 3, RayPlay
martedì 7 aprile 2026
La transizione verde sarà nucleare
Ha cominciato il cancelliere tedesco Merz, dichiarando “un errore
strategico” l’abbandono della potenza elettrica nucleare, nel quadro della
transizione verde, verso una produzione meno inquinante, da parte della cancelliera
Merkel quindici anni fa. Merz si è mosso lungo la linea che l’Agenzia
Internazionale per l’Energia (Iea) sostiene: 1) l’energia di fonte nucleare è
per ora insostituibile, e anzi più che raddoppierà di peso sui consumi totali
di energia, crescendo di 2,6 volte entro il 2050; 2) il nucleare è la fonte di
produzione elettrica più stabile, 24 ore su 24.
Dopo la critica di Merz, subito i dodici Paesi Ue dotati di centrali
nucleari (Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Cechia, Slovacchia,
Ungheria, Slovenia, Romania e Bulgaria) hanno avviato il riconoscimento da
parte dell’Unione Europea della necessità del nucleare nel quadro delle fonti
di energia rinnovabili.
Fuori dalla Ue, la Gran Bretagna ha adottato col
precedente governo conservatore Suniak la costruzione di quattro nuove centrali
nucleari, in un’ottica di transizione verde - “per raggiungere le zero
emissioni nette entro il 2050 in modo sostenibile”. La potenza nucleare dovrà essere portata a 24 GW entro il 2050, un
valore quattro volte superiore a quello attuale – un obiettivo che richiede l’approvazione
di uno o due nuovi reattori ogni cinque anni dal 2030 al 2044 - progetti da aggiungere
ai due già varati.
La Francia, che ha adottato il “tutto nucleare” per la produzione di
elettricità mezzo secolo fa, ha in attività 57 centrali, con le quali copre i
due terzi del fabbisogno elettrico francese – esporta anche elettro-nucleare
per tre miliardi l’anno, in gran parte verso l’Italia.
Negli Stati Uniti investono nel nucleare anche le grandi aziende tecnologiche, p.es. Amazon, Google, Microsoft.
Lezione di vita, al tennis
Comincia col déja vu, dei genitori, il padre nella fattispecie,
per cui il proprio infante non può perdere la partita. Ma presto si alza in
volo: con qualche trucchetto un fallito campione del tennis, fallito anche nella
vita, che vive di antidepressivi ma ha la dote di affascinare, si propone e
viene accettato come coach della futura promessa – lo sport è qui il
tennis. E lo imbarca in una tournèe estiva di tornei regionali, quindi
lontani da casa, che si risolve in una perpetua vacanza. La promessa è eliminato
a tutti i tornei, al primo match, in due set. Ma non sfugge al variegate
mondo del tennis estivo, di personaggi veri del tennis, di personagge di gamba
lesta, di ragazzine, vispe e non. Un’estate di fuochi d’artificio – pagata dal
padre della promessa. Il ragazzo impara a parlare, anche con le ragazze, dice
anche lui le bugie al padre fantasioso, salva il maestro da brutte azioni, e tentazioni,
e mete in pratica alla fine, quando il maestro giustamente scompare dalla scena,
il suo insegnamento: attaccare – al tennis si vince attaccando, sotto rete.
Un bel ruolo per Favino, che monopolizza la scena. Coadiuvato con la giusta
misura (diretto con la giusta misura) dal giovanissimo Tiziano Menichelli. Di Stefano
ha i tempi e i toni sempre calibrati, dopo gli eccessi di “Escobar”, affrontati
con Benicio Del Toro, e l’irrisolto “L’ultima notte di Amore”, con lo steso
Favino – rede commestibile pure il tennis, che al cinema riesce più pesado che
in tv.
Antonio Di Stefano, Il maestro, Sky Cinema, Now
lunedì 6 aprile 2026
Problemi di base bachmanniani - 909
spock
“L’essere umano
è notoriamente un essere oscuro”, Ingeborg Bachmann?
“L’inesplorato restiamo noi. L’Es”, id.?
“Non c’è stato
un istante in cui non abbia detto la verità. Cosa che solo i bugiardi riescono
a fare”, id.?
“La
perfezione non è raggiungibile, anche se è stata resa dimostrabile”, id.?
“Il
popolo non è (popol)areggiante” (Bertolt Brecht), id.?
spock@antiit.eu
Le generazione del silenzio
Un padre fricchettone, Tom Hanks, riceve la visita
della figlia e del figlio, Maym Bialik e Adam Driver, per una volta uniti, nel
suo rifugio remoto nel New Jersey in riva a un lago: molta conversazione all’inglese,
di uhm e ahm, ricordi della moglie e madre amata, si brinda con acqua, i figli
non vedono l’ora di andarsene, il vecchio padre li asseconda, ha l’amica
pronta per la serata. A Dublino la madre perfetta, Charlotte Rampling, scrittrice
rinomata di best-seller, aspetta le due figlie in visita, Vicky Krieps, brunetta nervosa, e Cate Blanchett, bionda
svaporata – vanta affari strepitosi e non ha soldi per pagare Über, ci penserà la madre: si brinda con il tè. A Parigi si brinda con il caffè, al caffè, dove fratello e sorella, Luka Sabbat e Indya More, da
sempre molto uniti, figli di una coppia avventurosa e amabile, si ritrovano dopo la morte dei genitori
alle Canarie, che ci facevano alle Canarie?, quando lui ha provveduto a ripulire
l’appartamento, accatastando le cose in un deposito: qui passano a
rivedere qualche ricordo.
Dieci anni dopo “Paterson” Jarmush riprova con la
poesia delle piccole cose, quotidiane, scontate – ha trovato il finanziamento per
un altro azzardo (i tre episodi hanno nazionalità diversa in rapporto con le
produzioni che hanno finanziato il film, americana, irlandese e francese). Questa
volta premiato, alla Mostra di Venezia – per “Paterson” ci aveva provato dieci
anni fa a Cannes, senza eco. Ambienti e atmosfere in attesa, di sorprese che
non arrivano, se non nella forma di modi di essere e “sentimenti” comuni, scontati,
per lo più di insofferenza dietro le maniere. Qui però – involontariamente? – con una
connotazione generazionale, evidenziata dall’incontro dei figli inevitabilmente,
in un momento dei loro spostamenti, coi ragazzi che volteggiano per strada sui pattini: i
genitori sono i boomer, quelli del Sessantotto, che si sono presi e si prendono tutto, i figli sono i imillennial o Y, i cinquantenni, insicuri e insoddisfatti.
Ma
questa è una notazione storico-sociologica. Il racconto è affascinante
perché fatto di niente, di eventi minimi, modi di essere sottaciuti o segretati,
frasi fatte, come i doveri filiali - di che: affetto, amicizia, riconoscenza, ammirazione, repulsione, disattenzione, fatica?
Jim Jarmush, Father, Mother, Sister, Brother, S ky Cinema, Now
domenica 5 aprile 2026
Cronache dell’altro mondo – cattoliche (398)
Il cattolicesimo attrae gli uomini della Generazione Z. I giovani tra i
20 e i 30 anni sono sempre più attratti dalla Chiesa cattolica. Perché cercano
la verità, la bellezza e, sì, anche una fidanzata.
Nella
parrocchia di Saint Joseph a New York il
parroco stima che la partecipazione alle funzioni sia cresciuta di un quinto negli
ultimi sei mesi. In precedenza il numero di persone che hanno ricevuto i primi
sacramenti a Pasqua (battesimo, prima comunione o cresima) era stabile, tra i
13 e i 16 ogni anno. Nel 2025, 35 persone hanno ricevuto i sacramenti. Quest’anno,
se ne prevedono 88.
Un anno e mezzo fa, se 60 persone
si fermavano al rinfresco domenicale con vino dopo la funzione serale, la
serata era considerata buona. Oggi, la media è di circa 200 persone.
Se ne sono date molte spiegazioni.
Il bisogno dei giovani di avere “qualcosa di più”, che chiacchierare sui social o
comprare. Opinando che in un mondo brutto e inautentico, il cattolicesimo offra
bellezza e tradizione. Si indica anche come catalizzatore la morte dell’attivista
conservatore Charlie Kirk (Kirk non era cattolico, ma si disse che fosse in transizione
al cattolicesimo). Il vice-presidente J.D.Vance, già autore di un bestseller,
“Elegia americana”, sulla povertà, familiare e ambientale, nella quale è
cresciuto, pubblica ora un altro bestseller annunciato, sul ritorno alla fede
religiosa, tramite il cattolicesimo.
In realtà il rinnovato interesse sarebbe
dei giovani. Dappertutto nelle parrocchie di roccaforti cattoliche come New
York, Washington e Chicago, si registra crescente partecipazione dei giovani,
in particolare di giovani uomini. Lo stesso avverrebbe nella Bible Belt.
Il rinnovato interesse dei giovani potrebbe
però contrastare con l’andamento generale. Secondo una indagine Pew, per ogni
giovane che entra nella chiesa cattolica circa dodici la abbandonano – il che
però contrasta con le cifre globali di chi si professa cattolico, che aumenta e
non diminuisce.
La Filosofia consiglia di fregarsene
Boezio
non è grande filosofo, come non era stato grande statista, benché protetto dal padre
adottivo e poi suocero, il potente umo politico, oratore e scrittore romano Simmaco.
Non il più famoso Quinto Aurelio Simmaco, che wikipedia consacra “il più
importante oratore in latino dopo Cicerone”, e l’enciclopedia cattolica “uno
dei più autorevoli esponenti del senato e anima della resistenza pagana allo
strapotere del Cristianesimo sul finire del IV secolo d.C”, ma il pronipote
Quinto Aurelio Memmio Simmaco, anche lui senatore e uomo di potere nell’impero,
nonché scrittore, ma cristiano, e anche fervente. Fu lui ad adottare il ragazzo
Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, quando restò orfano di entrambi i
genitori, a formarlo nelle lettere e nella filosofia, e a sposarlo, con una
delle proprie figlie. Severino ne seguirà la fortuna, e quindi presto la sfortuna,
quando il barbaro (protonordista) imperatore Teodosio, da Pavia, dove già allora
si diffidava dei romani, lo farà incarcerare – ai domiciliari. Nell’attesa della
sicura condanna a morte, seppure in assenza di processo (la vicenda si concluderà
con la decapitazione, il barbarico imperatore avendo creduto agli invidiosi
accusatori), Severino si consola con la Filosofia. In versi e in prosa. Con lei
discorrendo della fortuna, del potere (sula tema vanitas vanitatum), e
della morte - per il cristiano, e anche per il non cristiano. A parziale
discolpa di Teodosio si deve aggiungere che Boezio era già in quiescenza, e
anzi reduce da un lungo esaurimento o depressione.
Un
percorso senza sorprese: né agudezas né novità di pensiero. “Agli uomini
giova più la sorte avversa di quella favorevole” – perché “è sempre vera”. Oppure: “Non
sperare nulla, non temere nulla”. Cose così, ambigue seppure a fin di bene. E
senza reale (auto)consolazione. Ma la saggezza al fondo delle fibrillazioni riesce
gradevole, e forse anche utile, da rimemorare. È stato forse questo il segreto della
straordinaria fortuna che “La consolazione” di Boezio ebbe nel tardo Medio Evo,
specialmente in Dante, nella “Commedia” e nel “Convivio”. Mentre la chiesa
ambrosiana provava ad avviarne la beatificazione.
In
riedizione economica, l’edizione del 2010, curata da Maria Bettetini, con l’originale
latino a fronte, tradotto (con felice pianezza, specie le parti in versi) da Barbara Chitussi. Il notevolissimo apparato di note,
bibliografiche, storiche, poetiche, è di Giovanni Catapano, ora maturo
professore di Storia della filosofia medievale. .
Severino
Boezio, La consolazione di Filosofia, Einaudi, pp. XLIV + 287 € 12
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