Cerca nel blog

sabato 11 aprile 2026

Secondi pensieri - 581

zeulig


Esilio – “Perfectus vero cui mundus totus esilium est”. C’è, ci può essere, un apprezzamento, fino a  dirlo un privilegio, nel cambiare, nel dover cambiare, casa e Paese, anche se obbligati, e Eric Auerbach, costretto da Hitler a rifugiarsi a Istanbul, se ne è voluto alla fine compiacere con Ugo di San Vittore, dal “Didascalion”.
Ugo ne parlava nell’ottica della “vera vita”, nell’aldilà. Ma per Auerbach, e poi per Edward Said “Freud e il non europeo”, l’esilio “naturale” del teologo (tedesco di Francia) ha senso come proprio dell’antinazionalismo, della non riduzione al nazionalismo, nemico del mondo.
La negatività della condizione è però ora preponderante, a fronte del perdurare, se non di estendersi, di forme oppressive di potere in un’epoca di libertà di movimento. La dimensione del fatto ne muta la natura: ora l’esilio non ritorna con orgoglio.
La riflessione classica su questa linea di pensiero è di Hannah Arendt, “Noi profughi”, il saggio del 1943 confluito in “Ebraismo e modernità”: “Solitamente il termine «profugo» designa una persona costretta a cercare asilo per avere agito in un certo modo o per avere sostenuto una certa opinione politica. è vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale. Con noi, il significato del termine «profugo» è cambiato. Ora «profughi» sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un Paese nuovo senza mezzi”.

Frustrazione - In fisica il termine viene usato per descrivere l’approccio all’equilibrio di sistemi tipicamente disordinati che può protrarsi anche molto a lungo nel tempo. Il primo impiego interessante della frustrazione si ha, per esempio, nei vetri di spin. I vetri di spin sono magneti disordinati che, pur osservati in un largo periodo temporale, sembrano non raggiungere mai un punto di equilibrio.
La scienza allontana gli ignoranti, perché non ne ha – non ne adotta – gli strumenti conoscitivi.
 
I
dentità– La comunità si celebra, da che mondo è mondo, in epopee di esilio e speranza: “Odissea” (ma anche “Iliade”),”Eneide”, saghe nordiche, “Esodo”, poemi eroici (chansons de geste).

 
Il comunitarismo, Usa anni 1980, poi l’identitarismo, in Italia leghismo, ora i movimenti MAGA, il nazionalismo sopraffattore. Una realtà mediatica, uno storytelling, che diventa politica e azione di governo, va veloce, e trascura la storia. Da cui si traggono realtà non disprezzabili. Il tribalismo, fermo negli studi
 agli africani, ai Pigmei e agli Ik di Turnbull, 1961- 1971, ma su cui si reggono i principati arabi del Golfo, con forti propaggini in Iraq (come sapeva Gertrude Bell, che l’Iraq disegnò), la Libia, e tutta l’Africa sub-sahariana. O il nazionalismo “archeologico”, che si costruisce radici lontane per propiziarne il risorgimento – il caso limite è Israele, ma la tendenza è forte in Spagna, e tra i berberi in Nord Africa, dal Marocco alla Libia.  

 
Postumano – Si assume il progresso, che è solo umano (l’evoluzione per adattamento non è il progresso, un progetto di diversità), come una macchina autonoma, che andrà meglio, comunque di più, dell’uomo. P.es. con l’intelligenza artificiale, di cui si vedono i limiti (tutti vedono i limiti), ma di cui si fantastica che dirigerà l’uomo – non per una fantasia, come si è sempre fatto, da Prometeo e anche prima, ma per “scienza”. Succede a ogni mutamento tecnologico di peso – ogni novità apre uno spazio di riflessione per macchine sempre più precise, sempre più servizievoli, e quindi “intelligenti”. Ma da qualche decennio con seriosità, e anzi – perché dirci contrari al progresso, perché reazionari? – con voluttà, con libero campo alle ipotesi. Con i robot, che semplicemente si prestavano a liberare il lavoro “alla catena” (e a ridurre i costi di produzione), poi con la rete,  google, e i social, la Ict, e ora con la Ia. Che sono tutti, robot esclusi, prodotti della “comunicazione di massa”, l’esito ultimo dello sviluppo democratico nel dopoguerra – finché è durata la pace, il periodo di pace più lungo della storia, in Europa. Per la cui lettura basta, volendolo, Marshall McLuhan - una lettura “tecnica”, più che della Scuola di Francoforte. Mentre sono andati subito perenti la clonazione – animale-uomo, dieci anni di chiacchiere - e altri sortilegi. Che si rinnovano ora con l’Ia, un “pacco” voluminoso e costoso (immensi falansteri di dati, che si nutrono di immensi flussi di energia), anch’esso elaborato come i robot, giusto per ridurre i costi di produzione.
A ogni innovazione si accompagnano nuovi specialisti. Curiosamente, oggi, tutti analisti della natura e del mondo. Scienziati. Un mondo di chiacchiere vane in cui tutto si vuole scienza, lo spionaggio non meno della complessità – la ricerca-invenzione, sempre definitiva. Con la turba dei sapienti dell’inconoscibile scatenata da Freud – “psicologi, sociologi, politecnici, psicotecnici”, diceva Montale (che però era conservatore), e tutti a vario titolo terapeuti, anche se non si sa di quale salute. E tutti “rivoluzionari”, risolutivi, comunque “radicali”, anche nella negazione del reale-tecnico.
 
La comunicazione di massa, il nostro futuro è tutto lì, a metà Novecento. Di cui si può dire con Montale, benché conservatore, oltre mezzo secolo fa (“Auto da fé”): “Come è possibile sostenere che la massificazione dell’individuo, l’imbottire i cervelli, l’appiattimento del singolo sulla massicciata del collettivo siano effetto del cattivo uso di macchine e invenzioni meccaniche, quando l’assetto meccanico del reale, già denunciato da Goethe, era nell’enciclopedismo e nella successiva rivoluzione industriale”? E “quale può essere il buon uso dei mass media in un futuro formicaio umano scampato a una guerra atomica?”
Anche senza bisogno di “scampare”, l’appiattimento è generale nella forma del gossip – dei social: l’unica comunicazione residua. Se il postumano è gossip….
 
Vandee - Si liquidano senza più le vandee, i movimenti di popolo - semplificare piace, non solo agli ignoranti: andrebbero analizzate. Specie la napoletana, benché per molti aspetti nota, e anche istruttiva. Per i lazzari erano giacobini i nobili, gli avvocati, gli esattori, e i preti. Non è una follia della storia che i napoletani poveri, dopo cinque anni di Repubblica, abbiano dato la caccia ai giacobini - anche se, in odio ai calabresi, sanfedisti, furono tentati di passare con la Repubblica.
Erano lazzari a Napoli, ma onesti contadini in Basilicata, Calabria e Salento. È lo stesso vizio della borghesia che si erige a società civile per dirsi eletta, intellettuale benché ignorante, e furba di necessità, si sa, per la condizione umana. Si potrebbe perciò dire che la vera borghesia in Italia sono i lazzari, la mafia. 

zeulig@antiit.eu



Napoli femminile, e felice

La “casa di Ninetta” è quella del mare, che Ninetta, moglie e madre giovane, “vera donna d’affari”, ha comprato a prima vista, poiché le è piaciuta - in assenza del marito, che va e viene dal Brasile (“e che bisogno c'è?”). E ora si smobilita, perché Ninetta è inferma di vecchiaia, nella casa in città, e i figli stanno lontano – la figlia perlomeno, quella che si vede, attrice di successo ma a Roma.

Una storia vera dai toni fiabeschi. Bianco è il colore e i toni dominanti. Virati al fiabesco anche tuoni e fulmini domestici. E compresa Napoli, qui tutta garbo e socievolezza. Che Lina Sastri ha filmato sulla traccia del racconto che aveva pubblicato una dozzina d’anni fa, sempre a Napoli, editore Guida, in chiave autobiografica.
Non tutto era rose e fiori in quella famiglia, con un padre bipolare, oltre che transoceanico, ora  affettuoso ora carogna. Specie con la moglie, ma anche con la figlia, che in una scena, che la regista non si è sentita di tagliare, va a importunare volgarmente e maledire in camerino alle sue prime prove d’attrice. Ma Ninetta non ci sente – ha un marito-figlio e lo sopporta.
Un racconto insolito. Di tutte donne. E di un’identificazione figlia-madre piuttosto che di una ripulsa. Molto femminile, di donne coraggiose, forti, senza bisogno di essere femministe. E uomini deboli, il padre, il compagno, il femminella, ma come non per colpa loro.
La trasposizione cinematografica ne mantiene la leggerezza: come essere felici anche con l’alzheimer, e con la figlia lontana. Con una Angela Pagano che è Ninetta giovane, moglie e madre, non si saprebbe pensarla altrimenti – ora felice ora combattente, mai lagnosa.
Lina Sastri, La casa di Ninetta, Rai 3 RaiPlay

venerdì 10 aprile 2026

Una guerra perduta a tavolino

Si è fatta la tregua e si cominciano a vedere le conseguenze della Guerra del Golfo – la terza. Il regime iraniano, contestato e indebolito, si consolida. Il petrolio è ridiventato caro e scarso e la cosa resterà per lungo tempo – e col petrolio molte altre materie prime. I principati arabi del Golfo, fedeli soggetti dell’America e di Israele, dovranno darsi nuovi equilibri. Il Libano è passato dalla parte del torto (Hezbollah) a quello della ragione. E la prospettiva è che sfollati e senzatetto diventino un’altra “Palestina” per l’Israele di Netanyahu, mai pace.
Naturalmente è presto per fare i conti della guerra ma l’evidenza è questa. È cominciata quaranta giorni fa con bombardamenti ripetuti ogni giorno, di 4-500 bombardieri pesanti, e assassinii mirati dei capi iraniani, praticamente senza difesa a terra. Ma era probabilmente una guerra insensata (a meno del bisogno dell’industria petrolifera americana di ricapitalizzarsi), e tale oggi appare: una guerra del duo Trump-Netanyahu, due capi politici autoreferenti, più che degli Stati Uniti e di Israele, degli interessi nazionali dei due Paesi.

L’identità è molteplice – basta uscire dall’Europa

Mosè, il fondatore dell’ebraismo, era un egiziano. L’opera di Freud, “L’uomo Mosé. Un romanzo storico”,  tarda e sparsa, malgrado i progetti e i tentativi di più decadi, che ragiona sulla nascita dell’ebraismo, Dio unico compreso, a opera di un egiziano, “Mosè il Madianita, il genero di Ietro, quello del Sinai, dell’Oreb”. Che la Legge impone al popolo ebraico riottoso, seppure povero e isolato nel deserto - da cui viene infine assassinato. Un r apporto di cui Freud era convinto, ma gli fu difficile spiegare, benché ci provasse in vario modo in varie epoche. Forse per via del suo rapporto sempre confuso con l’identità ebraica, si può aggiungere, come si evince dalla corrispondenza con Lou Adreas-Salomè, e dalla sua stessa prefazione alla traduzione ebraica di “Totem e tabù”, dove si diffonde sullo “stato d’animo dell’autore, il quale non conosce la lingua sacra, è completamente estraneo alla religione dei padri – come ad ogni altra – né può condividere ideali nazionalistici, eppure non ha mai rinnegato l’appartenenza al proprio popolo, sente come ebraico il suo particolare modo di essere e non lo desidera diverso da quello che è”.
Said lo sente, e fa di questo Freud, di Freud de “L’uomo Mosè”, un antevisionario di come, in prospettiva, il mondo ebraico avrebbe potuto porsi, nella diaspora e nel sionismo, se non fosse stato accecato dal nazionalismo. Dal suo essere europeo – germanico in effetti: si potrebbe argomentare con fondamento (v. G. Leuzzi, “Gentile Germania”) che i tedeschi sono “ebrei” e gli ebrei sono “tedeschi”, per mille rivoli. In Fred, nel suo “Mosè”, Said vede il “non europeo”, un uomo e una cultura che non fanno del nazionalismo la bandiera. Sa che Freud non lo pensava, poiché spiegava ex post, scrivendo all’amico Stefan Zweig, che considerava l’opera fallita. Ma solo “alla terza sezione, una teoria della religione, niente di nuovo per me dopo ‘Totem e tabù’”. Le due parti precedenti Said trova congruenti: Freud è critico anticipato di Israele “Stato ebraico”, che si sforza “archeologicamente” di avere un titolo di possesso esclusivo sula Palestina: “La complessa stratificazione del passato è stata cancellata dall’Israele ufficiale. Freud al contrario … aveva lasciato aperto uno spazio considerevole a quanto di non ebreo vi è dell’ebraismo, nelle sue origini come nel suo presente”.
Fred non era il solo né il primo a porsi il problema, riflette Said: Schiller, “La missione di Mosè”, l’influente kantiano Karl Leonhard Rheinhold, “I misteri ebraici ovvero la più antica massoneria religiosa”, Goethe, “Israele nel deserto” (in “Divan orientale-occidentale”: “una rilettura poetica del racconto biblico dell’Esodo, che s’ispirava al ‘Levitico’, al “Libro dei numeri’ e al ‘Pentateuco’”). E poi Thomas Mann, “La Legge”, il racconto “scritto su commissione nel 1943” (doveva uscire in una raccolta di racconti che restaurava il senso morale delle cose, fu pubblicato sotto il titolo “Ten short Novels of Hitler’s War against the Moral Code", dieci racconti brevi della guerra di Hitler contro il codice morale): è il racconto in cui Mosè è raffigurato come Michelangelo – giusto il “Mosè” di Michelangelo – e si immagina che Mosè, “nato da un «rapporto irregolare», aveva sviluppato un intenso amore per «la regola, l’inviolabile»”, e “tra i madianiti, popolo di pastori e mercanti che vivevano nel deserto, aveva conosciuto un dio invisibile, un nume chiamato Jeova”, per giungere infine alla conclusione, dopo varie ipotesi e collegamenti, “che Jeova non fosse se non il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il dio dei padri, intendo dire dei padri di quelle povere e oscure tribù asservite, sradicate, e già completamene confuse nell’adorazione della loro divinità, che ora dimoravano in terra d’Egitto”.
“Una delle ultime sue apparizioni in pubblico”, di Said, Giovanbattista Tusa, che ha curato l’edizione, spiega, “tormentato da una lunga malattia che lo porterà alla morte”. Ma il saggio-discorso era stato preparato per l’annuale celebrazione della nascita di Freud il 6 maggio 2001 su invito della Sigmund Freud Gesellschaft di Vienna, salvo disdetta dell’invito all’ultimo momento, quando fu pubblicata una foto di Said in atto di lanciare una pietra alle celebrazioni per ritiro di Israele dal Libano (Said provò a spiegare le circostanze della foto, ma l’invito restò revocato). La postfazione di Tusa, che prende poco meno della metà del volumetto, “«Fondazioni». Freud, Said e il non europeo”, è in realtà un altro saggio. Meno irto di quello di Said – la malattia forse ha inciso sulla solita chiarezza.
Mosé egizio non è una curiosità. È il tema, semplice, del saggio – come del “romanzo” di Freud: contro “la riduzione dell’identità a una di queste greggi nazionaliste o religiose, in cui tanti vorrebbero rifugiarsi a tutti i costi”, che è una limitazione - perché non una mutilazione? Freud lo sapeva: “Perfino nella più definibile, nella più identificabile, la più irremovibile identità comune – per lui era l’identità ebraica – esistono limiti innati che impediscono che essa possa essere incorporata in una sola e unica unità. Per Freud il simbolo di questi limiti era il fatto che il fondatore dell’identità ebraica fosse un egizio non europeo.          
Edward W. Said, Freud e il non europeo, Meltemi, pp. 104 € 9

giovedì 9 aprile 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (629)

Giuseppe Leuzzi


Ogni giorno una carta nuova dalla Procura di Roma contro l’ex sottosegretario Delmastro – hanno saltato il Venerdì di Passione, devono essere buoni credenti, oltre che democristiani (naturalmente del Pd). Dalla Procura anti-Meloni al\i giornalista\i fidato\i. Ma senza convincere – siamo ancora lontani dai colpi di teatro di Mafia Capitale (l’arresto in diretta video, sulla Smart, d’“O’cecato”…). È sempre l’antimafia al servizio delle carriere dei giudici, invece della buona vita. Protetta, purtroppo, dalla politica (di sinistra).
 
Buzzati innamorato a Messina
Esiste – esisteva a Messina prima che le pendici verdi dei Peloritani diventassero attraversamenti e svincoli autostradali – una Villa Marullo, meta di scolaresche e collegiali (all’epoca non usavano le coppie, e forse non c’erano gli amanti) per lunghe esplorazioni - un’intera mattinata di scuola o, in stagione, un lungo pomeriggio. Una “villa” sinonimo di “all’aperto”, di campagna ricca e bella, senza villa-edificio né palazzo, nemmeno casolari, e senza recinzione - giusto il nome, forse su una cancellata, un ingresso - tenuta all’italiana, un po’ forra un po’ giardino curato, con corbezzoli e altre piante, di frutta e non. Donazione alla città di un fascista poi diventato barone rosso, Sergio Marullo di Condojanni. 
La memoria riemerge col sito, che si declina Villa Marullo (di Condojanni). Onorandosi in particolare del soggiorno “in incognito, dal gennaio all'estate del 1942”, di “Dino Buzzati dei nobili Traverso, «inviato di guerra» segretamente operatore militare nella base della Marina di Marisicilia all’Arsenale, con il compito di compilare un manuale tecnico sulla «nostra attuale guerra navale», lavoro di «grande responsabilità e mole», che non portò a termine e di cui non esiste altra traccia”. La notizia concludendosi con: “Sul soggiorno nella città dello Stretto, dove si invaghì di una «donna del popolo» locale, si veda l’approfondito articolo di Sergio Di Giacomo, «Dino Buzzati e quell’amore sbocciato a Messina», con una scheda letteraria «Quel volto che ricordava Antonello e il brano di ‘Un amore’, in ‘Gazzetta del Sud, Messina, 15 agosto 2012, p.31”.
Inutile cercare in archivio, la “Gazzetta” non lo ha informatizzato – seppure ne ha ancora uno. Ma la “cosa” è nota. La “guardia al bidone” di Buzzati a Messina viene messa in relazione col passo finale di “Un amore”, il tardo romanzo, in cui il protagonista guarda una giovane donna – “soprattutto colpivano i capelli neri, lunghi, sciolti giù per le spalle” – e all’improvviso si ricorda di “una Madonna di Antonello da Messina. Il taglio del volto e la bocca erano identici. La Madonna aveva più dolcezza, certo. Ma lo stesso stampo netto e genuino”. Ovvero, all’improvviso no: la scena è di un appuntamento, in una casa d’appuntamenti, e l’uomo-Buzzati è un signore di mezza età, senza storia e senza carattere, mentre la ragazza (nella trasposizione cinematografica nobilitata da Catherine Spaak) una piccola prostituta.


Perdere tutto per vincere a Lepanto

A proposito dei Marullo (di Condojanni). Presto i Marullo, di Messina, si nobilitarono del titolo “di Condojanni”. Che è calabrese, denominava una terra feudale oggi comune di Sant’Ilario dello Ionio – già appartenuta dalla fondazione, a metà ‘300, alla casa Ruffolo, dei conti di conti di Sinopoli e Bovalino. Un secolo e mezzo dopo, il 12 ottobre 1496, il re di Napoli Federico, insediato da appena quattro giorni, elevò il feudo di Condojanni a contea, con annesse la baronia di Bovalino, con Pandora (oggi Careri) e Potamia (San Luca), la baronia di Bianco con Precacore (Samo), e la baronia di Bruzzano con Torre Ferruzzano – la Contea di Condojanni.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni, Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò. Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino, Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni, Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò. Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino, Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
Col quarto conte Giovanni si estinse la linea primogenita dei conti di Condojanni - titolo onorifico che il Re volle far rimanere all’illustre famiglia messinese.
Una storia, si direbbe, molto calabrese – anche se di messinesi.
 
Milano Città Stato
A “Roma Today” corrisponde a Milano “Milano Città Stato”. Per “stimolare una Milano che pensa In grande”. Per farne “una città regione (in coerenza con l’art.132 della Costituzione)”. Per 
“decidere sul suo territorio”, farsi “punta di diamante dell’Italia nella competizione internazionale”, e naturalmente “riformare” l’Italia. Riformare da riformatorio?

E a Milano Città Stato chi sarebbero, nel caso, gli “italiani”? I meridionali, che “che a Milano realizzano il loro sogno”? Gli “italiani” che l’hanno soffiata all’Impero Austro-Ungarico, alla Mitteleuropa, al Bel Danubio Blu, e al Circolo di Vienna, con Wittgenstein incluso?

Perché Milano è sempre scontenta di sé? E, sogno o son desto?, nel 2016 questo linguaggio? Milano Città Stato riprende il ragionamento di “Limes”cinque anni fa, di una ristrutturazione delle Regioni sul tipo dei distretti francesi (quindi senza tanti poteri?), “a partire da alcune analisi della Società Geografica Italiana”. Nelle intenzioni della rivista “un modo per rendere più funzionale l’erogazione dei servizi al cittadino”. Una “pensata” giornalistica caduta nella disattenzione. Per “Milano Città Stato” è la via per fare di Milano una Londra – anche una Parigi? Il leghismo è insaziabile.
 
Se il dialetto (Pasolini) è lingua povera
Pasolini, “Dialetto e poesia popolare”, “Mondo Operaio”, il periodico socialista, 14 gennaio 1951, è una pagina poco letta (rimasta fuori dalle raccolte), e anche breve, ma configura con precisione la questione lingua. Sono considerazioni a margine del premio di poesia dialettale che si era celebrato a Cattolica l’anno prima, sulla “superiorià” della poesia dialettale, mentre l’“italiano” resta(va) fondamentalmente impraticato.
“La questione è grossa”, Pasolini premetteva, e “bisogna stare attenti”: “Non è chi istintivamente non pensi a quanto di falso permanga a minacciare la lingua chiamata ‘italiano’, non solo scritta (che in tal caso si conoscono bene i pericoli della tradizione) ma anche parlata. E a quanto, al contrario, di autentico vive nel dialetto. Bisogna stare attenti, però: perché il confronto (tutto positivo per il dialetto) vale quasi unicamente per il parlato, anche perché, infine, la lingua nazionale non è parlata da nessuno, se non per convenzione e approssimazione.
“Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà: il giornalista che parla italiano allude genericamente a una realtà sempre insicura. Per l’uso scritto è diverso: il dialetto in genere è abbandonato all’istinto e all’improvvisazione, in un’assoluta mancanza di coscienza, scade nel sentimentale, nel coloristico; diviene, praticamente, molto più convenzionale della lingua”. Che invece, “usufruendo di una coscienza letteraria”, può liberarsi “dall’handicap istituzionale”, per dare “pagine d’espressione necessaria e pura”. Sarebbe “errore grave” considerare “il dialetto come mezzo «immediato» di poesia popolare”.
Palando di letteratura. Ma l’espressività non resta legata al “luogo” - alla gente, certo, che abita il luogo? Per Pasolini, alla fine del suo argomentare, il dialetto è “lingua povera”. Che è discutibile. Povera terminologicamente – quale forma di espressione è libera dalla rincorsa, dall’“aggiornamento”?  Sintatticamente? Ogni dialetto (ogni linguaggio) ha la sua sintassi.  Quanto alla terminologia classica, in serbatoio, farne l’inventario è cosa ardua, ma non se ne vede in principio una inferiorità – s’inventa, se non s’innova, anche in dialetto.
 
Cronache della differenza: Aspromonte
È in piazza Aspromonte che a Milano la “Nuova Urbanistica” ha costruito un grattacielo (insomma, dieci piani, ma di tre edifici) in un cortile, labellandolo ristrutturazione. Nomen omen, dacché i Carabinieri hanno detto la Montagna il luogo della ‘ndrangheta (o la Madonna della Montagna la Madonna della ‘ndrangheta)? Certo, non si può dire di mafie a Milano.
 
La Montagna è a cono, e sempre aperta. Tutte le vie sono aperte, verso il mare. Ha vegetazione alpestre e natura mediterranea. Il solo posto chiuso, remoto, un anfratto, è il fosso dove è sorto il santuario di Polsi, o della Madonna della Montagna - chiara localizzazione di un culto dendrico-agreste, e quindi di un’origine greco antica del santuario - di Polsi come luogo di culto.
È il tema di un vecchio saggio di questo sito, quello che raccoglie più visualizzazioni
http://www.antiit.com/2007/09/polsi-il-luogo-di-culto-con-pi.html
 
Polsi ha etimologia sfuggente – come tutte le etimologie? E perché non Mopsi, da Mopso, quello che ha fondato con la madre Manto il santuario oracolare di Apollo a Claro, e in aggiunta varie città? In certi mondi, in certi luoghi, il sacro è dappertutto.
 
Ma Polsi non è luogo misterico, come lo vogliono i Carabinieri, è forse il più conosciuto nella transeunte morfo-toponomastica in Calabria. L’origine archivistica del nome combacia con una convincente etimologia, che Rohlfs così sintetizza: “A. 1324 S. Maria de Popsi, a. 1328 S. Maria de Ypopsi, gr. antico epòpsios, onniveggente. Sofocle ha uno Zeus epòpsios”. Le due tracce sono del Catalogo delle decime.
 
Tra le radure che danno aria alla montagna, ai boschi (che la Guardia Forestale si occupa di riempire di ogni sorta di arborescenza, che la Montagna non prenda ‘aria’…), c’è una piazza (sic) Nino Martino. Una piazza di una radura – e chi era Nino Martino?
 
Il Parco lo ha popolato di cinghiali, di cui non c’era traccia prima, non ce n’era il bisogno, e sono voraci e distruttivi. E non si è mai curato dello scoiattolo, piccolo e nero – vederne uno è un miracolo. I parchi, intesi come Ente gestione di un parco, sono strani: come si “popolano” i Parchi, di flora e di fauna, con che criteri, a che fini, solo gli appalti?
 
A suo tempo si disse che in Parco, insieme con i cinghiali, avesse ripopolato la Montagna di vipere, buttandole con l’elicottero. Si scherza sempre, ma i Parchi sono capaci di nefandezze. Come riempire le radure, pensate a suo tempo per molteplici ragioni (riposo, respiro, antincendio), anche densamente, di specie arboree transcontinentali – si pianta al capriccio dei vivai? 
 
Piantumare è il grande business, dacché le guardie forestali
sono in declino. Gambarie, una terrazza aperta sul mare, a 1.300 metri, sullo Stretto caleidoscopico, è diventata una piccola triste giungla, senza luce e senza aria. Il Parco, che vi ha la sede, l’ha letteralmente ricoperta di alberature di ogni specie: ci si aggira in questo posto di montagna come sotto una cappa: tronchi fitti, come addossati, la visibilità perfino ridotta. Per piantare alberi, molti alberi, il più gran numero possibile – all’odore di marcio.
 
Il Parco al suo nascere, sotto la guida di Tonino Perna, aveva inventato le guardie antincendio: volontari che si davano il turno da giugno a settembre, in posti strategici, per avvistare subito i primi fumi. Non costavano – un minimo rimborso. Li ha abbandonati. E cinque anni fa ha visto andare in fumo oltre settemila etatri, compresi boschi “storici”, come la foresta di Acatti e la Valle Infernale, di recente patrimonio Unesco. Dicendo: non si poteva fare nulla, troppo caldo, il vento….
 
All’ultima passeggiata di un giorno nel Parco, alla partenza, la mattina, in una pozza di un torrente che non si dirà per non avere problemi, le acque erano bianche: le guardie avevano “pescato” le trote fario la sera prima con la calce viva.
E le trote fario così carine, come mai stanno scomparendo anch’esse, magrado il Parco – doo averci prosperato per qualche millennio prima?


leuzzi@antiit.eu

Paul Robeson, o la memoria selettiva dell’America

Morto mezzo secolo fa, Paul LeRoy Robeson è stato per molti decenni un simbolo attraente dell’America, nera, colta, e socievole. Un baritono-basso, famoso per la voce, all’opera e negli spiritual, e per l’impegno saggio, in politica e nella società, attivista per i diritti civili. Nato a fine Ottocento, da padre ex schiavo, un fuggiasco che al Nord era riuscito a farsi ministro presbiteriano, Paul, analogo fisico e analogo carattere, andò all’università come giocatore di football, a una mezza dozzina di buone università, studiò legge, ebbe successo in politica (fu “considerato un possibile futuro governatore del New Jersey”).
Una storia molto americana. Compreso il finale: abbandonò sport e politica per diventare uno dei più grandi cantanti e attori del tempo. Durante e dopo la guerra, in America e in Europa. Finché le sue idee politiche non lo misero nel mirino del Congresso, del senatore McCarthy.
Una lenta agonia cominciò, la sua voce e il suo nome risuonando solo in Europa. Nell’Europa dove c’erano molti comunisti, in Italia e in Germania - e in Inghilterra, Simon Callow ricorda personalmente.
“A un certo punto degli anni Sessanta”, scrive Callow, “Robeson scomparve dalla scena pubblica. Disgustato dall’incapacità dell’America di rispondere alle sue appassionate richieste per il suo popolo”, il popolo afro, “si era recato a Mosca, appoggiando il regime sovietico. Nel frattempo, una nuova generazione di militanti neri, feroci demagoghi, era emersa sulla scena, e improvvisamente Robeson sembrò molto antiquato. Non c'erano più repliche televisive dei suoi film più famosi, ‘Sanders of the River’ (1935), ‘The Proud Valley’ (1940); la sua musica veniva raramente ascoltata. Quando giunse la notizia della sua morte nel 1976, ci fu stupore nel constatare che fosse ancora vivo”.
Morì a Filadelfia, non a Mosca. La rimozione era stata totale, anche tra i suoi compagni. E nella comunità afroamericana: non ci sono celebrazione di Robeson, fra le tante per i diritti civili.
Simona Callow, The Emperor Robeson
, “The New York Review of Books”, 8 febbraio 2018, in lettura libera, anche in italiano, L’imperatore Robeson)

mercoledì 8 aprile 2026

Il nucleare non è stanco ma è vecchio

Torna il nucleare, come fonte di energia compatibile con la transizione verde, ma con la consapevolezza che gli impianti in attività sono vecchi e\o obsoleti. Più vecchie sono le centrali nucleari negli Stati Uniti, che hanno in attività 94 impianti, per una potenza di 96 mila MW, con un’età media di 44 anni. Segue il Canada, con una decina di centrali, di 41 anni in media. E la Ue. Che ha impianti e capacità lievemente superiori agli Usa, 100 centrali per 97,6 mila MW complessivi, con 39 anni di età media (38 per la Francia, 40 per la Spagna).
Sta poco meglio l’ex Urss. Gli impianti russi, 36, per poco meno di 27 mila MW di potenza, hanno un’età media d 32 anni. L’Ucraina, 9 centrali per 7.400 MW, di 36 anni.
Il rilancio nucleare coglie meglio attrezzati – ma con potenza installata finora ridotta – i paesi asiatici di nuova ricchezza, venuti al mercato con la globalizzazione. La Cina meglio di tutti: con una potenza installata già rispettabile, poco meno di 57 mila MW su 59 impianti, età media appena undici anni. Segue la Corea del Sud, con 24 centrali, per una potenza di 24 mila MW, mediamente di 24 anni. Il parco indiano, che è mediamente di 25 anni, è costituito da mini-reattori: 21, per una potenza di 7.550 MW.

L’uomo che scoprì l’Asia

Un’altra Italia, protagonista della cultura nel mondo. Si fa colpa a Tucci di non essere stato antifascista. Di aver tratto profitto della politica antibritannica di Mussolini, che ne 1925 e nel 1926 corteggiò lo scrittore indiano premio Nobel Tagore, finanziandone il progetto di università indiana con una cattedra di sanscrito, affidata a Tucci. Colpevole anche di avere creato l’Ismeo, l’Istituto italiano per il Medio e l’Estremo Oriente, col filosofo Gentile ministro di Mussolini, e di avere organizzato col governo nello stesso anno, 1933, il viaggio di esplorazione del Tibet che molte visuali ha aperto e molte tracce ha lasciato, nella “scoperta” del buddismo. Ma un’altra spedizione Tucci era in grado di effettuare nel 1948, dopo la commissione di epurazione – l’ultimo contatto con il Tibet, prima che la Cina se ne impadronisse e lo chiudesse.
Può darsi, anzi senz’altro, che la figura e le attività di Tucci nel Centro Asia fossero di convenienza politica, come tutto ciò che l’Italia promuoveva a danno dell’Inghilterra. Ma questo non ne condizionò l’attività di ricerca. Che nel 1979, a 85 anni, cinque prima della morte, gli ha valso il premio Nehru, assegnato dal governo indiano, col contagocce, ai costruttori di ponti e di pace, “per la comprensione internazionale” - dopo Martin Luther King e il dr. Salk, e prima di Nelson Mandela. Quanto all’Ismeo, invece, si può fare colpa all’Italia repubblicana di averlo trascurato. Di averne trascurato l’attività di ricerca, documentazione, promozione culturale - fino a fonderlo, per risparmiare qualche centesimo, con l’Istituto italiano per l’Africa, in un Isiao, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (che è stato poco più di una sigla, e da quindici anni è chiuso).
L’approccio complessivo di Tucci all’Oriente si può dire del resto un progetto politico, il Tibet e il buddismo avendo analizzato e proposto come sostrato culturale comune, euroasiatico. La sua ricerca ambientando nella rilevazione di una memoria comune – lui stesso era partito studiando dapprima il cinese, poi il sanscrito, poi il tibetano. Nello spirito del viaggio, del contatto, delle esperienze dirette (il buddismo vissuto), dell’approfondimento vicendevole – una sorta di imprinting marchigiano, dei suoi luoghi di origine (era di Macerata), che tanti esploratori culturali hanno generato, a partire dai primi missionari, Mateo Ricci e altri. Degli innesti: lo studio delle culture antiche come invito a un nuovo viaggio.  
Giuseppe Cederna, che anima il documentario, lo spiega a più riprese: studiare come condividere, viaggiare, andare sui luoghi. Lo studio delle culture antiche prospettando come ponti verso il novo, un nuovo viaggio. E, soprattutto, privilegiando l’esperienza diretta. Sulle strade, on the road, è il logo del personaggio. Come mettono in rilievo la biografa, Alice Crisanti, e i tanti commentatori, in prevalenza accademici dell’Orientale di Napoli - più l’entusiasta, più convincente, Cederna.
Massimo Ferrari, Giuseppe Tucci. Sulle strade dell’Est, Rai 3, RayPlay

martedì 7 aprile 2026

La transizione verde sarà nucleare

Ha cominciato il cancelliere tedesco Merz, dichiarando “un errore strategico” l’abbandono della potenza elettrica nucleare, nel quadro della transizione verde, verso una produzione meno inquinante, da parte della cancelliera Merkel quindici anni fa. Merz si è mosso lungo la linea che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) sostiene: 1) l’energia di fonte nucleare è per ora insostituibile, e anzi più che raddoppierà di peso sui consumi totali di energia, crescendo di 2,6 volte entro il 2050; 2) il nucleare è la fonte di produzione elettrica più stabile, 24 ore su 24.
Dopo la critica di Merz, subito i dodici Paesi Ue dotati di centrali nucleari (Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Romania e Bulgaria) hanno avviato il riconoscimento da parte dell’Unione Europea della necessità del nucleare nel quadro delle fonti di energia rinnovabili. 

Fuori dalla Ue, la Gran Bretagna ha adottato col precedente governo conservatore Suniak la costruzione di quattro nuove centrali nucleari, in un’ottica di transizione verde - “per raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 in modo sostenibileLa potenza nucleare dovrà essere portata a 24 GW entro il 2050, un valore quattro volte superiore a quello attuale – un obiettivo che richiede l’approvazione di uno o due nuovi reattori ogni cinque anni dal 2030 al 2044 - progetti da aggiungere ai due già varati.

La Francia, che ha adottato il “tutto nucleare” per la produzione di elettricità mezzo secolo fa, ha in attività 57 centrali, con le quali copre i due terzi del fabbisogno elettrico francese – esporta anche elettro-nucleare per tre miliardi l’anno, in gran parte verso l’Italia.

Negli Stati Uniti investono nel nucleare anche le grandi aziende tecnologiche,  p.es. Amazon, Google, Microsoft.  

Lezione di vita, al tennis

Comincia col déja vu, dei genitori, il padre nella fattispecie, per cui il proprio infante non può perdere la partita. Ma presto si alza in volo: con qualche trucchetto un fallito campione del tennis, fallito anche nella vita, che vive di antidepressivi ma ha la dote di affascinare, si propone e viene accettato come coach della futura promessa – lo sport è qui il tennis. E lo imbarca in una tournèe estiva di tornei regionali, quindi lontani da casa, che si risolve in una perpetua vacanza. La promessa è eliminato a tutti i tornei, al primo match, in due set. Ma non sfugge al variegate mondo del tennis estivo, di personaggi veri del tennis, di personagge di gamba lesta, di ragazzine, vispe e non. Un’estate di fuochi d’artificio – pagata dal padre della promessa. Il ragazzo impara a parlare, anche con le ragazze, dice anche lui le bugie al padre fantasioso, salva il maestro da brutte azioni, e tentazioni, e mete in pratica alla fine, quando il maestro giustamente scompare dalla scena, il suo insegnamento: attaccare – al tennis si vince attaccando, sotto rete.
Un bel ruolo per Favino, che monopolizza la scena. Coadiuvato con la giusta misura (diretto con la giusta misura) dal giovanissimo Tiziano Menichelli. Di Stefano ha i tempi e i toni sempre calibrati, dopo gli eccessi di “Escobar”, affrontati con Benicio Del Toro, e l’irrisolto “L’ultima notte di Amore”, con lo steso Favino – rede commestibile pure il tennis, che al cinema riesce più pesado che in tv.
Antonio Di Stefano, Il maestro
, Sky Cinema, Now

lunedì 6 aprile 2026

Problemi di base bachmanniani - 909

spock
 
“L’essere umano è notoriamente un essere oscuro”, Ingeborg  Bachmann?
 
“L’inesplorato restiamo noi. L’Es”, id.?
 
“Non c’è stato un istante in cui non abbia detto la verità. Cosa che solo i bugiardi riescono a fare”, id.?
 
“La perfezione non è raggiungibile, anche se è stata resa dimostrabile”, id.?
 
“Il popolo non è (popol)areggiante” (Bertolt Brecht), id.?

spock@antiit.eu

Le generazione del silenzio

Un padre fricchettone, Tom Hanks, riceve la visita della figlia e del figlio, Maym Bialik e Adam Driver, per una volta uniti, nel suo rifugio remoto nel New Jersey in riva a un lago: molta conversazione all’inglese, di uhm e ahm, ricordi della moglie e madre amata, si brinda con acqua, i figli non vedono l’ora di andarsene, il vecchio padre li asseconda, ha l’amica pronta per la serata. A Dublino la madre perfetta, Charlotte Rampling, scrittrice rinomata di best-seller, aspetta le due figlie in visita, Vicky Krieps, brunetta nervosa, e Cate Blanchett, bionda svaporata – vanta affari strepitosi e non ha soldi per pagare Über, ci penserà la madre: si brinda con il tè. A Parigi si brinda con il caffè, al caffè, dove fratello e sorella, Luka Sabbat e Indya More, da sempre molto uniti, figli di una coppia avventurosa e amabile, si ritrovano dopo la morte dei genitori alle Canarie, che ci facevano alle Canarie?, quando lui ha provveduto a ripulire l’appartamento, accatastando le cose in un deposito: qui passano a rivedere qualche ricordo.
Dieci anni dopo “Paterson” Jarmush riprova con la poesia delle piccole cose, quotidiane, scontate – ha trovato il finanziamento per un altro azzardo (i tre episodi hanno nazionalità diversa in rapporto con le produzioni che hanno finanziato il film, americana, irlandese e francese). Questa volta premiato, alla Mostra di Venezia – per “Paterson” ci aveva provato dieci anni fa a Cannes, senza eco. Ambienti e atmosfere in attesa, di sorprese che non arrivano, se non nella forma di modi di essere e “sentimenti” comuni, scontati, per lo più di insofferenza dietro le maniere. Qui però – involontariamente? – con una connotazione generazionale, evidenziata dall’incontro dei figli inevitabilmente, in un momento dei loro spostamenti, coi ragazzi che volteggiano per strada sui pattini: i genitori sono i boomer, quelli del Sessantotto, che si sono presi e si prendono tutto, i figli sono i imillennial o Y, i cinquantenni, insicuri e insoddisfatti. 
Ma questa è una notazione storico-sociologica. Il racconto è affascinante perché fatto di niente, di eventi minimi, modi di essere sottaciuti o segretati, frasi fatte, come i doveri filiali - di che: affetto, amicizia, riconoscenza, ammirazione, repulsione, disattenzione, fatica?

Jim Jarmush, Father, Mother, Sister, Brother, S ky Cinema, Now

domenica 5 aprile 2026

Cronache dell’altro mondo – cattoliche (398)

Il cattolicesimo attrae gli uomini della Generazione Z. I giovani tra i 20 e i 30 anni sono sempre più attratti dalla Chiesa cattolica. Perché cercano la verità, la bellezza e, sì, anche una fidanzata.
Nella parrocchia di Saint Joseph a New York il parroco stima che la partecipazione alle funzioni sia cresciuta di un quinto negli ultimi sei mesi. In precedenza il numero di persone che hanno ricevuto i primi sacramenti a Pasqua (battesimo, prima comunione o cresima) era stabile, tra i 13 e i 16 ogni anno. Nel 2025, 35 persone hanno ricevuto i sacramenti. Quest’anno, se ne prevedono 88.
Un anno e mezzo fa, se 60 persone si fermavano al rinfresco domenicale con vino dopo la funzione serale, la serata era considerata buona. Oggi, la media è di circa 200 persone.
Se ne sono date molte spiegazioni. Il bisogno dei giovani di avere “qualcosa di più”, che chiacchierare sui social o comprare. Opinando che in un mondo brutto e inautentico, il cattolicesimo offra bellezza e tradizione. Si indica anche come catalizzatore la morte dell’attivista conservatore Charlie Kirk (Kirk non era cattolico, ma si disse che fosse in transizione al cattolicesimo). Il vice-presidente J.D.Vance, già autore di un bestseller, “Elegia americana”, sulla povertà, familiare e ambientale, nella quale è cresciuto, pubblica ora un altro bestseller annunciato, sul ritorno alla fede religiosa, tramite il cattolicesimo.  
In realtà il rinnovato interesse sarebbe dei giovani. Dappertutto nelle parrocchie di roccaforti cattoliche come New York, Washington e Chicago, si registra crescente partecipazione dei giovani, in particolare di giovani uomini. Lo stesso avverrebbe nella Bible Belt.
Il rinnovato interesse dei giovani potrebbe però contrastare con l’andamento generale. Secondo una indagine Pew, per ogni giovane che entra nella chiesa cattolica circa dodici la abbandonano – il che però contrasta con le cifre globali di chi si professa cattolico, che aumenta e non diminuisce.

La Filosofia consiglia di fregarsene

Boezio non è grande filosofo, come non era stato grande statista, benché protetto dal padre adottivo e poi suocero, il potente umo politico, oratore e scrittore romano Simmaco. Non il più famoso Quinto Aurelio Simmaco, che wikipedia consacra “il più importante oratore in latino dopo Cicerone”, e l’enciclopedia cattolica “uno dei più autorevoli esponenti del senato e anima della resistenza pagana allo strapotere del Cristianesimo sul finire del IV secolo d.C”, ma il pronipote Quinto Aurelio Memmio Simmaco, anche lui senatore e uomo di potere nell’impero, nonché scrittore, ma cristiano, e anche fervente. Fu lui ad adottare il ragazzo Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, quando restò orfano di entrambi i genitori, a formarlo nelle lettere e nella filosofia, e a sposarlo, con una delle proprie figlie. Severino ne seguirà la fortuna, e quindi presto la sfortuna, quando il barbaro (protonordista) imperatore Teodosio, da Pavia, dove già allora si diffidava dei romani, lo farà incarcerare – ai domiciliari. Nell’attesa della sicura condanna a morte, seppure in assenza di processo (la vicenda si concluderà con la decapitazione, il barbarico imperatore avendo creduto agli invidiosi accusatori), Severino si consola con la Filosofia. In versi e in prosa. Con lei discorrendo della fortuna, del potere (sula tema vanitas vanitatum), e della morte - per il cristiano, e anche per il non cristiano. A parziale discolpa di Teodosio si deve aggiungere che Boezio era già in quiescenza, e anzi reduce da un lungo esaurimento o depressione.
Un percorso senza sorprese: né agudezas né novità di pensiero. “Agli uomini giova più la sorte avversa di quella favorevole” – perché “è sempre vera”. Oppure: “Non sperare nulla, non temere nulla”. Cose così, ambigue seppure a fin di bene. E senza reale (auto)consolazione. Ma la saggezza al fondo delle fibrillazioni riesce gradevole, e forse anche utile, da rimemorare. È stato forse questo il segreto della straordinaria fortuna che “La consolazione” di Boezio ebbe nel tardo Medio Evo, specialmente in Dante, nella “Commedia” e nel “Convivio”. Mentre la chiesa ambrosiana provava ad avviarne la beatificazione.
In riedizione economica, l’edizione del 2010, curata da Maria Bettetini, con l’originale latino a fronte, tradotto (con felice pianezza, specie le parti in versi) da Barbara Chitussi. Il notevolissimo apparato di note, bibliografiche, storiche, poetiche, è di Giovanni Catapano, ora maturo professore di Storia della filosofia medievale. .
Severino Boezio, La consolazione di Filosofia, Einaudi, pp. XLIV + 287 € 12