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lunedì 23 marzo 2026

Letture - 609

letterautore


America – “In ogni americano c’è un’aria d’incorreggibile innocenza che sembra nascondere un’astuzia diabolica” – Frederic Prokosch, “Voci”, 83: se lo fa dire dal vecchio Housman, filologo classico a Cambridge.
 
Analfabetismo – “Mio nonno aveva la terza elementare”, Sara Lovallo a proposito del nonno Vitantonio, oggi 112nne, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi in Grecia dopo l’8 settembre: “Era l’unico del suo Raggruppamento Artiglieria a saper scrivere: si occupava della posta per tutti”. Un Raggruppamento, quindi tre batterie, quindi un centinaio di sodati? In artiglieria, comunque, bisogna saper leggere i numeri, i centimetri, i gradi.
 
Barba – Barba impossibile in campagna? “La prima volta che gli mostrai una foto di mio marito lo colpì la barba”, sempre Sara Lovallo del nonno 112nne: “«Solo gli ingegneri e i medici possono portare la barba», disse, «In campagna non puoi, troppo pericoloso». Mio marito è ingegnere”.
 
Comunismo – “Il comunismo deve essere un lusso, altrimenti non esisterà”, Ingeborg Bachmann annotava, in un foglio che in “A occhi aperti” viene intitolato “I giovani sono sempre i più stupidi” - datato nella raccolta a “non prima dell’autunno 1966”.
 
John Dickson Carr – Frederic Prokosch, “Voci”, p. 28, ricorda un amico eccentrico all’università, lo Haverford College “al confine meridionale di Bryn Mawr”, l’esclusiva università per signorine dove il padre insegnava, che “aveva un compagno di stanza altrettanto eccentrico, di nome John Dickson Carr, una creatura dagli occhi di lemure e con una solida predilezione per i neoromantici. In seguito divenne famoso come autore di romanzi polizieschi, ma a quel tempo scriveva imitazioni di G. K. Chesterston” - l’amico eccentrico era il futuro scrittore John Lineaweaver.  
 
Europa – “Sentirsi europei o sentirsi addirittura cittadini del mondo è diventato una questione privata, almeno quanto, in passato, è stato sul punto di diventare una questione pubblica, un ideale pubblico, e proprio nel momento in cui ci si avviava vero la sua distruzione” - I. Bachmann, “Diario pubblico”. Nel momento del trionfo del “Reich millenario” di Hitler, sembra di dover intendere. Quindi si è migliori europei restando attaccati ognuno alle proprie radici?
“Pensare in modo europeo?”, continua la scrittrice: “Chi non si sentirebbe profondamente imbarazzato, dato che non sappiamo neppure cosa significhi?....Come se, dal momento che è appena nato il Mercato Comune (Bachmann scriveva nel 1963, n.d.r.), il supermarket dell’Europa, e che sono disponibili a tutti il burro europeo, le biciclette europee e i giocattoli dell’intera Europa, dovessimo fondare anche un supermarket dello spirito”.
Non è finita. “Sono finiti i tempi in cui una colta élite, composta di raffinati intenditori, borghesi istruiti e aristocratici al fianco di una élite effettivamente produttiva e fiorente, poteva costruirsi una sua Europa tra le nuvole, con appassionata ammirazione per la letteratura, la pittura e la musica degli altri, tessendo quella delicata trama «Europa» che si è già dileguata dalla nostra coscienza, ma che torna a farsi presente ogni volta che leggiamo diari, memorie e carteggi tra Parigi e Capri, Duino e Zurigo, Londra e Berlino”.
 
Heine – “Durante il regime nazionalsocialista nei testi scolastici la famosa poesia di Heine ‘Die Loreley’ era seguita dall’annotazione ‘autore ignoto” - Barbara Agnese, in nota a I. Bachmann, “A occhi aperti”. Per via dell’ebraismo – ch7e Heine rifiutava.
 
Hölderlin – “Produce un effetto di estraneità” – I. Bachmann, a proposito di Brecht (“produce un effetto id estraneità quanto Hölderlin”), in “A occhi aperti”, p.233.
 
Iran – “Visitai l’Iran nel 1968, guidammo con un amico dall’Inghilterra all’India, su una Mini Minor, piano piano, Turchia, Iran, Pakistan, frontiere aperte. Ricordo le tappe, Tabriz, Teheran, Isfahan, Shiraz, Persepoli. Che gente meravigliosa, civile, colta, aperta” - Salman Rushdie, “I Fantasmi di Rushdie”, intervista con Giani Riotta, “Robinson” 22 marzo.
 
Ironia/umorismo – “In un romanzo l’ironia è come il sale in un passato di piselli. È quello che dà l’aroma, la sfumatura. Senza il sale tutto è insipido”. Così Thomas Mann in visita a casa Prokosch in Texas un secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. “Ma l’ironia è una cosa e l’umorismo un’altra”, proseguiva Mann: “In Dickens c’è umorismo ma non c’è abbastanza ironia. Qua e là ne troviamo un accesso, ma subito soffocato dall’umorismo. Non c’è niente di male nell’umorismo. Ce n’è qualche sprazzo perfino in Dante. Ma elevarlo ad arte – lasciamolo fare ad Aristofane”.
 
Thomas Mann – “Detto tra noi”, scrive Joseph Roth a Stefan Zweig il 31 agosto 1933, a proposito dell’autore dei “I Buddenbrook”, “sarebbe capace di riconciliarsi con Hitler. Non lo fa solo perché al momento gli è impossibile. È una di quelle persone che accettano tutto con la scusa di comprendere tutto”.
 
Popolo – “Nessuno ama il popolo meno del popolo che crede di avere così tanto a che fare con il popolo, e non comprende le proprie battute”. I. Bachmann lo nota a proposito di Brecht, di cui progettava l’introduzione a una raccolta di poesie: “Brecht si è ispirato guardando ad esso, ma il popolo non gli ha mai restituito lo sguardo, anzi lo guarda stupito” (“A occhi aperti”, 233”.
Lo stesso può dirsi di Pasolini, oggi amato, letto, commentato nei circoli di lettura, da quella scuola e quella piccola borghesia che disprezzava – mentre nelle borgate non “diceva” nulla (se non  per la pratica del sesso).
 
Proust – “Languido come Maurice Maeterlinck” lo dice una delle insegnanti dell’università femminile Bryn Mawr invitate a pranzo dal padre di Frederick Prokosch, che professava nella stessa scuola, “esili zitelle schizzinose”, per fare corona all’ospite d’onore Thomas Mann: “Puoi dire tutto quello che vuoi, cara Florence, ma io insisto che è decadente”. “Chi, mia cara?” “Marcel Proust”. “Non l’ho letto. Sarà sconveniente, ma non l’ho letto!” “Non leggerlo. È languido come Maurice Maeterlinck. Ma quando leggo Maeterlinck vedo almeno uno sprazzo di luce all’orizzonte, mentre con Marcel Proust mi perdo in una giungla”.
 
Roma – “L’incanto: Roma come città aperta, nessuno dei suo strati può essere considerato a sé stante, Roma mette in gioco tutte le epoche, l’una contro l’altra e l’una insieme all’altra, domani l’antico potrà essere nuovo e il contemporaneo già vecchio.
“La vitalità di Roma, un incanto, l’utopia, il messaggio (in italiano, n.d.r.). Utopica come ogni grande città…
“L’insignificanza del singolo, degli ambienti (id.), questa città se la cava così bene senza persone particolari, e forse perché dimostra costantemente che nessuno ha importanza di per sé, perché non le manca mai un criterio di misura, (assegna) un compito a tutti, e (impartisce) un insegnamento altrimenti impossibile in qualsiasi altro luogo”. I. Bachmann, testo inedito, ripreso dal lascito testamentario in  “A occhi aperti”, p. 180, datato dalla curatrice Agnese “probabilmente negli anni Cinquanta, dopo ‘Quel che ho visto e sentito a Roma’ (1955)”.

letterautore@antiit.eu

L’ultimo “miracolo del re”

Gli ultimi giorni di Luigi XVI in realtà. Che viene progressivamente spogliato di ogni riguardo, nel rifugio-prigione alla Tour du Temple. E non se sembra rendersene conto – o lo dà per scontato, un re non decide la sua vita, vive per gli altri. Mangia con cura. Gioca col figlio. Fa il suo ultimo miracolo “di re”. E si acconcia a tutto. La remissività che ha sempre indispettito la regina – “lui e la sua zitella sorella contenti di tutto”. Che invece lamenta di non poter incontrare l’amante.
Al di là delle differenziazioni dei caratteri, delle storie personali, un film “storico”: come finisce un mondo - un non-evento. Senza grandi scene drammatiche (i reali sono rinchiusi alla Torre per proteggerli dal popolame tumultuoso, con due protagonisti “naturalmente” in personaggio – due professionisti francesi, Mélanie Laurent e Guillaume Canet, sempre misurati, veritieri.
Un miracolo riuscito anche a Jodice, già autore di un fascismo qual era, con “Il cattivo poeta”, lo spione messo alle costole di D’Annunzio. Così va la Storia.
Gianluca Jodice, Le déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta, Sky Cinema, Now

domenica 22 marzo 2026

Ombre - 816

Se si va, come Netanyahu ci prova, e come le petromonarchie minacciano, a una guerra all oil, il mondo entra in una  crisi “di civiltà” come quella di cinquant’anni fa, a seguito dell’embargo Opec,  e la conseguente moltiplicazione dei costi dell’energia: crisi prolungata, tagli radicali ali consumi elettrici, dagli ascensori all’illuminazione pubblica, e alla circolazione auto, ristrutturazioni, fallimenti, durezze per tutti. A beneficio dei petrolieri, di chi produce o commercia petrolio e gas. Che potranno quindi anche questa volta festeggiare, ma anche loro coi fichi secchi.
Si ridacchia dell’era di Trump, l’apprendista stregone dovunque mette le mani, ma la rovina è gia in atto, tutti i rincari di combustibile. elettricità, gas sono qui per restare.
 
Insistente, umiliante sensazione di squallore delle vicende di governance, col rinnovo delle cariche sociali all’assemblea dopo Pasqua, del gruppo bancario “centrale” dell’Italia, finanziaria e politica  Mps-Mediobanca-Generali. Liste e controliste, di Grandi Azionisti anonimi, tutte ugualmente di ripescaggi e carrierismi (autocandidature), quelle del 20 per cento e quelle dell’1: liste interminabili di candidati - con Delfin (eredi Del Vecchio), l’azionista di riferimento, che potrebbe non esprimersi…. Per fare che? Un posto al sole.
 
È finita male, lo stadio era deluso, ma la partita Roma-Bologna è stata spettacolare. Per la coreografia, per i cori, e per il gioco. Due ore di calcio, con i supplementari, di vero gioco del calcio. Solo perché, la partita giocandosi tra squadre italiane ma in torneo internazionale, l’arbitro non era italiano. On di quelli che fanno la “mamma”, che spiegano, rimproverano, tollerano, s’inalberano. E quindi, miracolo, niente discussioni, e niente simulazioni.
Si dice del calcio italiano che “non esiste” perché giocano solo stranieri. Ma c’era molto di italiano sugli spalti e in campo, di straniero c’era l’arbitro. E tanto è bastato.
 
Trump che invita alla Casa Bianca la premier giapponese, e davanti ai giornalisti la insolentisce con Pearl Harbour, non fa notizia. È invece di gravità eccezionale. Si può sempre considerare Trump un attore, un buffone, un maniaco, tutto il peggio che si vuole, ma è l’America – nessuno ha denunciato lo sgarbo (la “trumpeide” ogni giorno è agguerrita, non gliene passa una).
E la storia americana è anche questa: guerre in continuazione, da un secolo in qua, inframezzate da colpi di Stato, ora assassinii mirati, di questo o quel Nemico, o anche soltanto Antipatico. Dice: l’America non è questa. Sì, ma è anche quella che non trova sconveniente invitare una gentile signora per insolentirla.
 
Fa senso “la Repubblica” he nell’ultimo giorno utile per la propaganda referendaria si affida in prima e in abbondanza a Giuseppe Conte. Che non è nessuno, anche se è stato a capo di due governi. Che ha da insegnarci questo avvocato, nemmeno di chiara fama, che spessore culturale, che idea politica? La massoneria è ridotta all’avvocato Conte?
 
Lacrime e attestati, “grande democratico,” per Umberto Bossi. “De mortuis nihil nisi bonum”, certo. Ma questo ha avvelenato la politica. Ha creato il “lumbrad”, seppure tra mille ridicolaggini, ampolle, matrimoni dell’acqua, padanie, la moneta-marco, e ha incupito-indurito buona metà degli italiani, quelli sopra l’Appennino. Fra tanti commenti non una (semplice) analisi storica. Nulla neanche sulla Lombardia, i Veneti, il Piemonte che quella valanga promossero e alimentano, i più ricchi del paese.
 
Solo Ceccarelli ricorda che “i parlamentari che Bossi si portò nella capitale erano personaggi che allora parvero pazzeschi, senza istruzione né ritegno”. Ma gli concede: “È possibile che anche per lui si troverà un posticino nella storia che non sia legato solo al grottesco”.
 
Curiosamente - curiosamente per Bianconi che fa l’elenco, da persona onesta – la ragione prima del No al referendum è che la giustizia in Italia soffre di molti mali, e che la riforma che va al referendum non ne risolve nessuno. Un’argomentazione ineccepibile, da vero logico - da asino di Buridano.
 
Sono sempre crudeli le cronache, seppure minime, da Israele nei territori che Israele occupa. Ancora in Cisgiordania, e in Libano dopo Gaza. A opera di un esercito di leva, di giovani cioè. Molto criticato in America, specie fra gli ebrei americani. Ma non in Europa. Non in Italia. La politica dello struzzo non è cattiva solo moralmente.
 
Si fa con rispetto la cronaca dell’arresto di un giornalista romano di 48 anni e della sua amante, una insegnante romana di 52, per violenza sessuale aggravata su minori - la figlia e i nipoti dell’insegnante. Lui ha un lunghissimo nome invece della realtà: “Giornalista romano, 40enne, sposato con due figli, passato dalla carta stampata alla vicedirezione di un tg nazionale, quindi a quella della comunicazione di un’importante azienda a partecipazione statale e infine di una società hi-tech”. Auff! tutto pur di non dire il nome. F se fosse stato un politico, un manager, uno sbandato?
 
Il “caso Delmastro”, un vice-ministro della Giustizia che si fa fotografare abbracciato a un mafioso, scoppia l’antivigilia della chiusura della campagna referendaria sulla giustizia. Poi dice che non c’è la giustizia politica, a orologeria. Se si potesse, votando o non votando, cancellare tutto il “sistema” giudiziario, quella sì sarebbe una vera riforma – rivoluzionaria.
Peggio non si potrebbe fare anche senza.
 
Come è insulsa la querelle Giuliuerele uli-utafuoco sla Rssia alaBienale. Noeye ce veder cn la Bienale de  isend, che Rpa di Meana or-Buttafuoco sula Russia alla Biennale. Rispetto alla Biennale del Dissenso, sempre a proposito della Russia, voluta da Ripa di Meana quasi mezzo secolo fa, nell’autunno del 1977. Allora il partito Comunista la avversò, anche allora con molti giornali al seguito, perché, indipendente da Mosca e tutto come diceva, Berlinguer ne negava il totalitarismo – che tutti vedevano e soffrivano. Oggi la situazione si direbbe migliorata – sono solo due camerati, ex, che fanno i burocrati. O era meglio al tempo dell’Urss – e del Pci indipendente dall’Urss?
 
“Perché l’Italia sta trasformando il suo gigante assicurativo in una pedina di politica di potere” è enigma che solo “The Economist” tenta di decifrare. In Italia no – Generali? che squadra è? Che un signore siculo-romano di 80 anni, con una famiglia complicata e eredi non all’altezza, si sia comprato Mps, Mediobanca, Generali e prossimamente Bpm, senza dire che cosa ne vuole fare - in mancanza anche dei “chi”, né figli né collaboratori. E che tutto sia stato creato da Meloni. Alla quale però tutto viene rimproverato, ma non questa (assurda) operazione – Meloni che l’ha costruita con Girogetti (Lega), con la finta asta per le quote Mps e il blocco della finestra aperta da Unicredit sulla sporca faccenda.  

Cronache dell’altro mondo – sessual-sindacali (395)

“Il mio silenzio finisce qui”: Dolores Huerta, leader del sindacato dei lavoratori agricoli, che con Cesar Chavez ha fondato la Unione Farm Workers nel dopoguerra, ha letto un’inchiesta del “New York Times” sulle intemperanze sessuali di Chavez, in particolare sugli stupri di ragazzine di 13 e 12 anni, dalle sue violenze marchiate a vita, e a 95 anni ha fatto outing. “Sono stata violentata anch’io, due volte. La prima volta non mi opposi, era il leader del movimento a cui avevo dedicato anni di vita. La seconda volta”, Huerta aveva 36 anni, “guidò fino a una vigna isolata” e la stuprò.
Dai due stupri sono nate due figlie, che Huerta diede in affido – salvo poi ricostituire con loro un rapporto. Ma intanto aveva sposato il fratello di Chavez, Ricardo, col quale ha avuto quattro figli.
Dolores Pato è un mito americano. E più di lei lo era Chavez, in campo progressista. Da lui Obama prese il motto “sì, se puede” – “yes, we can”, e nel suo nome creò una festa dei braccianti, il 31 marzo – data di nascita di Chavez. Biden, che ebbe grande aiuto in campagna elettorale da una nipote di Chavez, volle il suo busto nello Studio Ovale.
Le rivelazioni hanno prontamente portato alla damnatio memoriae di Chavez, da libri, scuole, targhe, monumenti. Il 31 marzo sarà il Farmworkers Day.  

La buona morte non è un progresso, e non è sociale

“La libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”, Michel Houellebecq spiega in una lunga conversazione con Stefano Montefiori, a proposito della raccolta di poesia appena pubblicata, “Combat toujours perdant”, del disco in uscita con Frédéric Lo, “Souvenez-vous de l’homme”, e del voto in calendario al Parlamento francese sull’eutanasia. Da sempre contrario alla “buona morte”, benché da sempre teorico e pratico della paranoia della fine del mondo – del nichilismo.
“Da dove nasce questo suo impegno contro l’eutanasia, al quale lei dedica pagine bellissime nel suo romanzo «Annientare»?” gli chiede Montefiori. “Parlare di dignità mi pare falso. Pretendere che si tratti di compassione è un’altra falsità…. Compassione è alleviare le sofferenze, non uccidere”. E se tanta gente si batte per farne un diritto, “penso che resista ancora l’argomento della libertà”, quello vecchio del suicidio – “la libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”.
Sul tema circolano molte idee sbagliate, insiste lo scrittore. “I politici”, p. es., “sono sconnessi dai cittadini”. L’eutanasia “di solito viene presentata come un inevitabile e auspicato progresso sociale”, e “una nuova inevitabile battaglia progressista”. A Houellebecq sembra “non sia affatto progressista: l’eutanasia e il suicidio assistito mi appaiono come soluzioni del passato, visto che oggi siamo in grado di combattere il dolore”. La maggioranza dell’opinione comunque è sempre contro. E “quel che è più sorprendente è che tra gli oppositori all’eutanasia ci sono più elettori di estrema sinistra che di estrema destra”, e più giovani, e più abitanti delle città, in particolare i parigini - “tutto l’approccio è falsato”.
Stefano Montefiori, Houellebecq: il mio affetto va all’umanità, “La Lettura” # 747, 22 marzo 2026, pp. 1-5 € 1 (free online, pressreader)