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America – “In ogni americano
c’è un’aria d’incorreggibile innocenza che sembra nascondere un’astuzia diabolica”
– Frederic Prokosch, “Voci”, 83: se lo fa dire dal vecchio Housman, filologo
classico a Cambridge.
Analfabetismo – “Mio nonno
aveva la terza elementare”, Sara Lovallo a proposito del nonno Vitantonio, oggi
112nne, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi in Grecia dopo l’8 settembre: “Era
l’unico del suo Raggruppamento Artiglieria a saper scrivere: si occupava della posta
per tutti”. Un Raggruppamento, quindi tre batterie, quindi un centinaio di
sodati? In artiglieria, comunque, bisogna saper leggere i numeri, i centimetri,
i gradi.
Barba – Barba
impossibile in campagna? “La prima volta che gli mostrai una foto di mio marito
lo colpì la barba”, sempre Sara Lovallo del nonno 112nne: “«Solo gli ingegneri
e i medici possono portare la barba», disse, «In campagna non puoi, troppo
pericoloso». Mio marito è ingegnere”.
Comunismo – “Il comunismo deve
essere un lusso, altrimenti non esisterà”, Ingeborg Bachmann annotava, in un foglio
che in “A occhi aperti” viene intitolato “I giovani sono sempre i più stupidi”
- datato nella raccolta a “non prima dell’autunno 1966”.
John Dickson Carr – Frederic
Prokosch, “Voci”, p. 28, ricorda un amico eccentrico all’università, lo Haverford
College “al confine meridionale di Bryn Mawr”, l’esclusiva università per
signorine dove il padre insegnava, che “aveva un compagno di stanza altrettanto
eccentrico, di nome John Dickson Carr, una creatura dagli occhi di lemure e con
una solida predilezione per i neoromantici. In seguito divenne famoso come
autore di romanzi polizieschi, ma a quel tempo scriveva imitazioni di G. K. Chesterston”
- l’amico eccentrico era il futuro scrittore John Lineaweaver.
Europa – “Sentirsi
europei o sentirsi addirittura cittadini del mondo è diventato una questione
privata, almeno quanto, in passato, è stato sul punto di diventare una questione
pubblica, un ideale pubblico, e proprio nel momento in cui ci si avviava vero la
sua distruzione” - I. Bachmann, “Diario pubblico”. Nel momento del trionfo del
“Reich millenario” di Hitler, sembra di dover intendere. Quindi si è migliori
europei restando attaccati ognuno alle proprie radici?
“Pensare in modo europeo?”, continua la scrittrice: “Chi non si sentirebbe
profondamente imbarazzato, dato che non sappiamo neppure cosa
significhi?....Come se, dal momento che è appena nato il Mercato Comune
(Bachmann scriveva nel 1963, n.d.r.), il supermarket dell’Europa, e che sono
disponibili a tutti il burro europeo, le biciclette europee e i giocattoli dell’intera
Europa, dovessimo fondare anche un supermarket dello spirito”.
Non è finita. “Sono finiti i tempi in cui una colta élite, composta di raffinati
intenditori, borghesi istruiti e aristocratici al fianco di una élite
effettivamente produttiva e fiorente, poteva costruirsi una sua Europa tra le
nuvole, con appassionata ammirazione per la letteratura, la pittura e la musica
degli altri, tessendo quella delicata trama «Europa» che si è già dileguata dalla
nostra coscienza, ma che torna a farsi presente ogni volta che leggiamo diari,
memorie e carteggi tra Parigi e Capri, Duino e Zurigo, Londra e Berlino”.
Heine – “Durante il regime
nazionalsocialista nei testi scolastici la famosa poesia di Heine ‘Die Loreley’
era seguita dall’annotazione ‘autore ignoto” - Barbara Agnese, in nota a I. Bachmann,
“A occhi aperti”. Per via dell’ebraismo – ch7e Heine rifiutava.
Hölderlin – “Produce un
effetto di estraneità” – I. Bachmann, a proposito di Brecht (“produce un effetto
id estraneità quanto Hölderlin”), in “A occhi aperti”, p.233.
Iran – “Visitai l’Iran nel 1968, guidammo con un
amico dall’Inghilterra all’India, su una Mini Minor, piano piano, Turchia,
Iran, Pakistan, frontiere aperte. Ricordo le tappe, Tabriz, Teheran, Isfahan, Shiraz,
Persepoli. Che gente meravigliosa, civile, colta, aperta” - Salman Rushdie, “I
Fantasmi di Rushdie”, intervista con Giani Riotta, “Robinson” 22 marzo.
Ironia/umorismo – “In un romanzo l’ironia è come il sale in
un passato di piselli. È quello che dà l’aroma, la sfumatura. Senza il sale
tutto è insipido”. Così Thomas Mann in visita a casa Prokosch in Texas un
secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. “Ma l’ironia è
una cosa e l’umorismo un’altra”, proseguiva Mann: “In Dickens c’è umorismo ma
non c’è abbastanza ironia. Qua e là ne troviamo un accesso, ma subito soffocato
dall’umorismo. Non c’è niente di male nell’umorismo. Ce n’è qualche sprazzo perfino
in Dante. Ma elevarlo ad arte – lasciamolo fare ad Aristofane”.
Thomas Mann – “Detto tra
noi”, scrive Joseph Roth a Stefan Zweig il 31 agosto 1933, a proposito
dell’autore dei “I Buddenbrook”, “sarebbe capace di riconciliarsi con Hitler.
Non lo fa solo perché al momento gli è impossibile. È una di quelle persone che
accettano tutto con la scusa di comprendere tutto”.
Popolo – “Nessuno ama
il popolo meno del popolo che crede di avere così tanto a che fare con il
popolo, e non comprende le proprie battute”. I. Bachmann lo nota a proposito di
Brecht, di cui progettava l’introduzione a una raccolta di poesie: “Brecht si è
ispirato guardando ad esso, ma il popolo non gli ha mai restituito lo sguardo,
anzi lo guarda stupito” (“A occhi aperti”, 233”.
Lo stesso può dirsi di Pasolini, oggi amato, letto, commentato nei
circoli di lettura, da quella scuola e quella piccola borghesia che disprezzava
– mentre nelle borgate non “diceva” nulla (se non per la pratica del sesso).
Proust – “Languido come
Maurice Maeterlinck” lo dice una delle insegnanti dell’università femminile
Bryn Mawr invitate a pranzo dal padre di Frederick Prokosch, che professava nella
stessa scuola, “esili zitelle schizzinose”, per fare corona all’ospite d’onore
Thomas Mann: “Puoi dire tutto quello che vuoi, cara Florence, ma io insisto che
è decadente”. “Chi, mia cara?” “Marcel Proust”. “Non l’ho letto. Sarà
sconveniente, ma non l’ho letto!” “Non leggerlo. È languido come Maurice
Maeterlinck. Ma quando leggo Maeterlinck vedo almeno uno sprazzo di luce all’orizzonte,
mentre con Marcel Proust mi perdo in una giungla”.
Roma – “L’incanto: Roma
come città aperta, nessuno dei suo strati può essere considerato a sé stante,
Roma mette in gioco tutte le epoche, l’una contro l’altra e l’una insieme
all’altra, domani l’antico potrà essere nuovo e il contemporaneo già vecchio.
“La vitalità di Roma, un incanto, l’utopia, il messaggio (in
italiano, n.d.r.). Utopica come ogni grande città…
“L’insignificanza del singolo, degli ambienti (id.), questa città se
la cava così bene senza persone particolari, e forse perché dimostra
costantemente che nessuno ha importanza di per sé, perché non le manca mai un
criterio di misura, (assegna) un compito a tutti, e (impartisce) un insegnamento
altrimenti impossibile in qualsiasi altro luogo”. I. Bachmann, testo inedito,
ripreso dal lascito testamentario in “A
occhi aperti”, p. 180, datato dalla curatrice Agnese “probabilmente negli anni
Cinquanta, dopo ‘Quel che ho visto e sentito a Roma’ (1955)”.
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