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La Resistenza in Venezuela è petrolifera
L’ha detto Trump a giustificazione del raid notturno su Caracas e il trafugamento
di Maduro, ma è anche agli atti, lo stato comatoso dell’industria del petrolio
in Venezuela. Per pozzi di estrazione arrugginiti, comunque poco produttivi, e
oleodotti che perdono il greggio strada facendo. Trump l’ha denunciato in chiave
di “il petrolio è nostro”, delle compagnie americane licenziatarie
dispossessate. Ma il malfunzionamento lo attesta la storia recente della stessa
società statale venezuelana dei petroli.
La Pdvesa, Petroleum de Venezuela SA, l’industria petrolifera pubblica,
è stata l’ultimo baluardo contro le dittature di Chavez e di Maduro, che ne
hanno minato la professionalità e la capacità di produrre. Nel dicembre 2002 la
dirigenza del gruppo operò una serrata contro le ingerenze di Chavez, che voleva
dirigenti, e anche semplici lavoratori, suoi “dipendenti”, cioè suoi affiliati
politici, senza competenze specifiche. L’agitazione durò due mesi,
trasformandosi da serrata in sciopero. Chavez licenziò 19 mila dipendenti – tra
accuse e manifestazioni anti-Chavez per arresti e torture. L’azienda fui
affidata a “tecnici” cubani e impiegati fedeli, ma di altre competenze.
Gli impianti sono andati in deperimento e la produzione di petrolio si è
ridotta all’equivalente di 50 milioni di tonnellate l’anno (meno di quanto l’Italia
consuma, anche dopo la riduzione della dipendenza da petrolio, per le politiche
di risparmio e di transizione energetica): buona per i consumi interni, in calo per la crisi economica endemica, e per
modeste esportazioni, indirizzate quasi tutte verso la Cina.
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