skip to main |
skip to sidebar
Secondi pensieri - 575
zeulig
Freud – Prende molto da Nietzsche, si sa – seppure non
dichiaratamente (inconsciamente?). Dalla distruzione che Nietzsche ha operato.
A fini terapeutici non si direbbe - Nietzsche saltella di baratro in baratro.
L’inconscio è in fondo il radicalismo di Nietzsche, l’irruzione dell’irrazionale
di Schopenhauer.
Immedesimazione – È il verbo del momento – ha sostituito
“adeguatezza-inadeguatezza”? Vale per i comuni come per gli autori, compresi i
registi di cinema, e per gli attori naturalmente – per i quali piuttosto vale
la non-immedesimazione di Brecht, l’esercizio critico della professione, giusto
entrare nella sagoma – la pelle – di qualcuno, litandosi a “fare il personaggio”.
Per i comuni per trovare o esercitare l’empatia, altro verbo recente, la vita
di relazione. E, di più, per i politici, i quali non si occupano più di una
cosa, “come se fosse mia”, ma si immedesimano – p.es. i 5 Stelle, eletti mutuabili
con gli elettori.
Esprime un bisogno di consistenza? Una ricerca di ubi consistam? Nell’età
dei diritti? Che sarebbe quindi dissolutoria – quando si ha tutto non si ha
nulla?
Nazionalismo – Va – viene fuori -per accumulo, per sedimentazione. Si vuole l’identità non la fonte, una delle fonti, ma il prodotto delle nostre azioni. Ma questo è vero e non è - molto siamo determinati, da famiglia, luoghi, lingua, mentalità. È indefettibile, siamo noi – anche nella versione polemica, dell’identitarismo (cioè nella forma anti-, contro qualcosa o qualcuno).
È come tutto, non è buono o cattivo, può esserlo.
Populismo – Non è – era – populismo il neo-realismo,
che tanta Italia ha fatto, anche prima della Repubblica, anche quando si chiamava
libro “Cuore”? L’ala progressista, poi soprattutto “valorizzata” al cinema, ma
anche di tanta letteratura- compresa purtroppo, come no, tanta narrazione della
Resistenza.
La categoria va alla deriva. Non si sapeva cosa fosse, e non si riesce a
incapsularla – salvo, o tanto più perché, in estensione sembra senza limiti o
contraccettivi: se tutto è populismo niente è populismo.
Ricchi e poveri, non è più la questione. Americanismo oppure
anti-americanismo, di questo è ancora questiona ma ininfluente. La Russia bizzarramente lo è: i primi moti populisti
registrati come tali, Lega e lepenismo, sono filorussi. Ma senza un qualificativo,
per una ragione di realpolitik – che un’analisi “scientifica” (marxista?) non
disdegnerebbe? – e cioè farsi una dote politica con l’opposizione a Bruxelles,
al superstato europeo, che non costa nulla, il superstato non essendoci (Lega e
lepenismo al governo in Ungheria con Orbàn marciano indisturbati). Movimenti
populisti che non sono antidemocratici, anzi tutti corrono col voto, libero –
si fanno forti del voto popolare, benché contrastati dall’opinione pubbica, i media
accreditati. Mentre l’anti-populismo, e anche il politicamente corretto, fanno perno
su basi non democratiche, in specie nel comparto pubblica opinione: editoria, televisione,
cinema.
Cosa rimane dell’onnipopulismo? Del tutto populismo, del populismo arrembante?
Mote contraddizioni e forse niente. Perché la categoria è generica – vuota, un
po’ come “fascismo” in Italia. In Spagna
è al governo da quattro anni il partito socialista. Un partito che ha cioè
perso le elezioni, ma governa con un partito
di destra, il partito nazionalista basco Pnv, e uno di estrema destra,
catalano, secessionista, Junts per Catalunya. In realtà non governando – non andando
in Parlamento (non fa il bilancio, non fa le leggi): occupando il potere. L’entourage
del presidente di questo governo è anche sotto processo o in carcere: il suo segretario
politico è in prigione, il predecessore di questo bracci destro è sotto
processo, la moglie del presidente è sotto processo, suo fratello è sotto
processo, il Procuratore Generale dello Stato da lui nominato è sotto processo.
Si direbbe un governo, di fatto e di diritto, come un’occupazione abusiva del
potere. Ma non populista.
Perché, sempre per restare in Spagna, Abascal e Voz sono populisti e Puigdemont
e Junts per Catalunya no?
Possesso – È un’azione, non uno status. Configura sempre una mancanza, qualcosa da riempire-possedere. La felicità del possesso non è quietudine, è sempre minacciosa, inquietante.
Il possesso manifesta una mancanza. È un’azione, si dispiega nel procedere, nel timore di un vuoto, sia pure di memoria, in un abbrancamento qualsiasi, anche solo a un ceppo muto (la forma di “comunicazione” che da quale tempo si accredita, in epoca green – un corpo inerte invece di uno vivo)?
Potere – Il potere è anarchico è vecchio refrain - vecchia
verità, fattuale. Pasolini argomentava, spiegando il. suo ultimo film, “Salò o
le centoventi giornate di Sodoma”, di aver voluto prendere a “simbolo quel potere
che trasforma gli individui in oggetti”. Il potere fascista e nella fattispecie
il potere repubblichino. Che per essere assoluto finisce anarchico: “Ecco”, dice,
“è il potere che è anarchico…. Mai il potere è stato più anarchico che durante
la Repubblica di Salò”. In forza delle leggi: “Nel potere, in qualsiasi potere,
legislativo e esecutivo – c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua
prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più
primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli”. Di un’anarchia però
speciale: “L’anarchia degli sfruttati è disperata, idillica, e soprattutto
campata in aria, eternamente irrealizzata. Mentre l’anarchia del potere si
concreta con la massima facilità in articoli di codice e in prassi”.
Così, in effetti, la concepiva Sade – l’illuminismo: i suoi violenti non fanno
altro che redigere regolamenti.
Psicoanalisi - Nel trattamento prolungato, e cadenzato, un appuntamento cadenzato, c’è
(anche) il piacere di confessare, che i confessori al confessionale conoscono,
hanno catalogato, e sanzionano come abuso: una forma di esibizionismo, e quindi
di sopraffazione (far pagare questi falsi penitenti, in denaro invece che in avemaria e
paternostri, sarebbe stato meglio, più efficace, produttivo?).
Sottosuolo – “Sottosuolo è il sostrato, in cui
l’individuo, sciolto dai vincoli funzionali degli apparati tecnici e
produttivi, prova a costruire o scoprire la propria identità. Donde un oscuro
agitarsi di istinti e desideri, di ambiguità e smarrimenti. Dove trovare il
mito o la fede, che rivelino noi a noi stessi e pure ci stringano agli altri?
Come percorrere le strade buie e impervie del sottosuolo?” È la presentazione,
in puro stile Dostoevskij, personaggi e storie di “Memorie del sottosuolo”, che
Natalino Irti fa all’Accademia dei Lincei del suo saggio “Sguardi nel
sottosuolo”. Che però nel caso sono sguardi di diritto, Irti è una giurista,
che infatti continua: “E qui il diritto «privato» riprende il suo carattere
privato, e si porge come difesa e riparo. Un diritto, che appare diviso dalle leggi
economiche e finanziarie del soprassuolo, e non obbedisce ad alcuna legge di coerente razionalità”.
Il sottosuolo come campo del diritto – o il diritto come rete (ragnatela)
che regge il suolo.
zeulig@antiit.eu
Nessun commento:
Posta un commento