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Letture - 602
letterautore
Céline – Malaparte lo
aiutò finanziariamente, facendogli pervenire i diritti d’autore in Francia della
traduzione di “La pelle”. Maurizio Serra, biografo di Malaparte, lo spiega a
Gnoli sul “Robinson”, a proposito di “alcune ricostruzioni fantasiose” che gli
è toccato rivedere della biografia. Una, in particolare, è stata l’attenzione
di Camus per Malaparte, al punto da andarlo a trovare in clinica a Roma nel
1947, malgrado la vertenza che avevano avuto sul titolo di “La pelle” in francese,
che Malaparte avrebbe voluto “La peste” – ma era un titolo già famoso di Camus.
La lettera, spiega Serra, sulla quale aveva basato il racconto della visita di Camus
a Malaparte in clinica, non è di Albert ma di “un personaggio sulfureo, di
estrema destra, amico intimo d Céline. Clément Camus era il nome. Fu il tramite
fra Malaparte e Céline, facendo giungere a quest’ultimo i cospicui diritti
d’autore dell’edizione francese de ‘La Pelle’.
Da una lettera di Céline a Malaparte risulta che quei soldi gli venero
donati per ammirazione. Effettivamente arrivarono e furono utilizzati per
pagare gli avvocati che lo difendevano nel processo in Danimarca”.
Classe media – “La povertà ha
qualcosa di poetico, no?” viene chiesto a Borges (“Non c’è nessuno allo specchio”, 33). “Sì”, è la riposta, “possiede una vaga
poesia. Per questo motivo nessuno ambisce ad appartenere alla classe media, che
è la migliore, perché ad essa sembra mancare il prestigio. Eppure è la classe migliore, direi l’unica: che in un
Paese vi siano dei milionari è un fatto vergognoso come lo è il f atto che vi
siano dei mendicanti”.
Giulio Einaudi – “L’editore
Giulio non l’ho capito bene”, Luciano Bianciardi in “Lettere «inutili» vol. 2:
agli amici”: “Mi sembra però di avere inteso perché nel suo clan ci sono stati
almeno tre suicidi”.
Ricordando Pavese, “l’amico fraterno”, il “caro amico, fratello
maggiore”, che gli sollecita la traduzione di Reik (Theodor Reik, “Il rito
religioso”, 1949, n.d.r.) – “e siamo alla viglia del suo suicidio”, Franco
Ferrarotti fa un (piccolo) quadro della Einaudi, ancora nel 1949: “Italo Calvino
non è ancor arrivato. E neppure Norberto Bobbio. C’è solo Natalia Ginzburg, nel
suo angolino. E, ma da casa, il conte di
Vinadio, Felice Balbo. Solo di tanto in tanto, inatteso e imponente, appare, in
piedi nel vano della porta, Paolo Serini, a declamare la sua introduzione a un classico
francese che viene traducendo”.
Feltrinelli – “Il
Feltrinelli, detto il giaguaro, ventotto anni, occhiali e baffi, alto e
robusto, ignorante come un tacco di frate e ricco da fare schifo” – Luciano
Bianciardi, “Lettere «inutili» vol. 2: agli amici”.
Femminilità – Nell’Ottocento
si studia ora in America attraverso l’opera italiana. La “New York Review of
Books” offre un seminario, in quattro lezioni, sulla femminilità come si viveva
o si concepiva nell’Ottocento attraverso la rilettura di “Madame Bovary” e di
tre opere: “Lucia di Lammemoor”, “La Traviata” e “Madame Butterfly” (che è di
inizio 900 ma di sensibilità sempre ottocentesca).
Inglesi – “Dei contadini
tedeschi!”, ricorda Borges, nell’intervista “Non c’è nessuno allo specchio”,
che il suo amatissimo e ammiratissimo padre soleva dire della loro apprezzatissima
eredità materna: “Mio padre, che era orgoglioso, come lo sono io, del sangue
inglese, una volta disse: «La gente parla tanto degli inglesi, ma in fin dei
conti chi sono gli inglesi? Dei contadini tedeschi!»”
Manzoni – “Tutto Manzoni per me andrebbe vietato ai minori di quarant’anni, che non sono in grado di capirlo”
– Luciano Bianciardi, “Lettere «inutili» vol. 2: agli amici”.
Un omosessuale
represso, secondo Pasolini. Non “come tutti”, da letteratura freudiana o gay,
ma per motivi specifici. Prendendo a pretesto una riedizione popolare dei “Promessi
sposi”, una delle tante, quella pubblicata l’anno prima con la prefazione di Davide
Lajolo, che fu tante cose ma non un cultore della materia, Pasolini ne fa l’ipotesi,
che dice certezza, sul settimanale “Tempo” il 26 agosto 1974 – la recensione è
leggibile nella raccolta postuma, editoriale, “Descrizioni di descrizioni”, a
cura di Graziella Chiarcossi e con la prefazione di Paolo Mauri. Non un discorso
critico, Pasolini precisa in entrata, “semplicemente delle chiacchiere più o meno
brillanti su un argomento su cui spesso degli italiani, che abbiano fatto
almeno il liceo, usano parlare”. Ma nella
rilettura di Trifone Gargano, “Pasolini e l’omosessualità in Manzoni”, online,
fa un discorso radicalmente critico. È “sotto il segno della «omosessualità
in Manzoni» che, per Pasolini, «si svolge tutto il fitto intreccio di rapporti
dei personaggi dei Promessi sposi, Don Rodrigo e il Griso, Don Rodrigo e
il cugino, il Cardinal Borromeo e l’Innominato, per non citare che i primi che
vengono alla mente». Pasolini, dunque, invitava a rileggere i Promessi
sposi sotto questa chiave interpretativa, per notare che «una volta
privilegiato e messo sull’altare il rapporto d’amore uomo-donna, tutti i
rapporti che formano l’intreccio del libro sono caratterizzati da una strana
intensità (fraternità e odio) omoerotica».
L’omosessualità latente in Manzoni Pasolini aveva in precedenza basato sulla
sessualità prominente della madre, “Giulia Beccaria, soffermandosi sulla
conseguente nevrosi manzoniana, caratterizzata «dall’eterna forma di
complesso nei riguardi del sesso femminile». Tutto questo, concludeva Pasolini,
non poteva non condurre Manzoni a una «cristallizzazione della femminilità,
condizione senza la quale sarebbe stato impossibile per lui pensare al rapporto
sessuale», con caratteri schematici: da un parte, infatti, «la donna si
cristallizza in Gertrude, la peccatrice che si deve ignorare e tener lontana da
sé con orrore […]; dall’altra parte, la donna si cristallizza in Lucia,
l’immagine immacolata della giovane madre, che non può – è inconcepibile –
avere rapporti con l’uomo (e infatti […] il voto di castità)».
Dunque, concludeva Pasolini, a «fiancheggiare tale rapporto così complicato col
sesso femminile – come sempre in tali casi – non poteva non esserci una certa
tendenza, inconscia e del tutto irrealizzata, sia pure, all’omosessualità».
Moralisti – Scrivendo di
Brancati, ora in “Arcipelago Sud”, Fofi accenna a una categoria di “grandi moralisti”
anche tra le lettere italiane: “Sciascia è un erede dei grandi illuministi, ma
anche di Pirandello e Brancati. Brancati non ha scritto soltanto romanzi,
racconti, commedie, ma anche interventi e saggi da grande moralista, nel senso
in cui si può parlare di grande moralismo per maestri come Montaigne, Manzoni
o, più vicino a noi, Savinio e lo stesso Moravia”.
Poetessi –“«Ci sono poeti
e poetessi», diceva la Morante, mettendosi lei tra i poeti e mettendo il Nobel
Quasimodo tra i poetessi!” -Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, p. 134.
Prologhi – Kierkegaard scrisse
e pubblicò un libro di prologhi – di libri mai scritti. Anche Borges ha un
libro di “Prologhi, con un prologo di prologhi” – pubblicato dal nipote José
Miguel de Torres, figlio della sorella Norah. Sarebbero i sommari (abstract)
della saggistica.
Vita Sackville-West – “L’incantevole, nobildonna piena di talento”,
annota Virginia Woolf dopo il primo incontro, organizzato dal cognato Clive
Bell per Natale, per far conoscere alla commoner Virginia la nobildonna
famosa, e giovane – Vita Sackville-West, scrittrice best-seller, madre
di due figli, aveva trent’anni, Virginia quaranta e poche scritture - “non
corrisponde granché ai miei gusti più severi: florida, baffuta, colorata come
un pappagallo, con l’agile disinvoltura dell’aristocratica, ma senza l’arguzia
dell’artista”. Virginia Woolf ne sarà l’amante – una delle-gli amanti - ma
senza il colpo di fulmine. L’annotazione finale del diario, il 15 dicembre 1922, dopo la cena natalizia, è:
“È un granatiere: dura, piacente, mascolina, tendente al doppio mento”.
Patti Smith – “Lei appartiene
a quella stirpe di mistiche senza convento che attraversa la letteratura
americana da Emily Dickinson – la wayward nun – a Flannery O’Connor – la
hillbilly thomist”: è la sintesi mozzafiato di padre Antonio Spadaro,
“Il Vangelo rock secondo Patti Smith”, recensione del memoir di P. Smith,
“Il pane degli angeli”, su “La Lettura”.
La wayward nun di E. Dickinson, la monaca riottosa, ricorre al
componimento n. 722, “Sweet Mountains” – “Montagne care, voi non mi mentite /
non mi mandate via, né mai fuggite…”.
“A hillbilly thomist”, una tomista montanara (cafona), Flannery
O’Connor, “la scrittrice del Sud”, disse anche lei di se stessa: “Chiunque abbia
etto ‘La saggezza del sangue’ pensa che io sia una nichilista montanara, mentre
… io sono una tomista montanara”. E intendeva: una che indaga come la grazia si
manifesti in persone che non hanno accesso ai sacramenti – come lo faceva san Tommaso
d’Aquino, che s’interrogava su come la grazia di Dio possa operare in tutte le
cose visibili.
Il Catholic Information Center, che spiega questa citazione di Flannery
O’Conor, allarga il “tomismo hillbilly” alla musica bluegrass, “giocosa
ed energica”, che, come la musica folk americana, contiene spesso temi esplicitamente
teologici, come la fede in Cristo, la bontà della vita, il dolore dell’amore
non corrisposto, la definitività della morte, la speranza nella vita eterna”. E
ne deriva anche qui che, quando il bluegrass è suonato dai domenicani
studiosi di Tomaso d’Aquino “non c’è dubbio che ciò che ne deriva sia il tomismo
hillbilly” – padre Spadaro non è domenicano, è gesuita
Stupidità – Non è tema di larga
riflessione. A parte un “Elogio” di Jean Paul, in tono semiserio – da noi curato
nel 1995 - e le note semiserie, Le leggi della stupidità umana”, di Carlo Cipolla, l’economista. Il tema sollecitò
Dietrich Bonhoeffer, il pastore protestante che Hitler aveva imprigionato e poi
impiccherà, “Dieci anni dopo” – guarda a dieci anni dopo, con la fine della guerra
e la fine del nazismo: il problema sarà sempre quello della stupidità umana, della
tendenza al conformismo. Brancati ne scrisse diffusamente, specie ne “Il
vecchio con gli stivali”. E Savinio, anche lui diffusamente, ma specialmente
nel racconto “Casa della stupidità” – nella raccolta “Tutta la vita”.
letterautore@antiit.eu
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