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Le logiche delle follie di Trump
È Trump un pazzo? Sicuramente no. È anzi in salute ottima per gli anni –
si vede dalle quotidiane conferenze stampa improvvisate, con risposte precise e
concise a domande a mitraglia di frotte di giornalisti ammassati nello Studio Ovale
- 11 metri per 9, meno, una sessantina di mq - e perfino dallo stipite della porta
(mentre va in bagno - in aereo?), senza protezione né vaglio preventivo. Gli altri
presidenti hanno sempre concesso al massimo una domanda, a distanza di sicurezza.
Ha vinto la presidenza, e ha fatto
vincere il suo partito, recalcitrante, a 78 anni da solo, anzi contro una mezza
dozzina di giudici che lo perseguivano per reati gravi e gravissimi benché indimostrati.
Trump è un improvvisatore? No. Scrive da improvvisatore, specie sui social,
ma è una tecnica di comunicazione – i messaggi che devono fare scandalo sono approntati
per lui da specialisti del linguaggio. In politica estera e di sicurezza, e in politica
economica, c’è molta continuità nell’amministrazione federale americana, il
ruolo personale del presidente eletto è di favorire questa o quella opzione, ma
tutte sono studiate. Le decisioni più controverse dell’ultimo anno hanno già prodotto
i risultati voluti, senza danno: la cessazione dell’immigrazione selvaggia, la svaluazione
“competitiva” del dollaro, col rilancio dell’export Usa, e ora la messa in guardia
– tuti ammutoliti – dei cacicchi latinoamericani.
Ha detto l’Europa miserabile – accattona – e illiberale – antidemocratica.
Ma è quello che dicono Alphabet (Google) e Meta (Facebook). Ed è un fatto che l’Europa
politica non sa accettare la destra, l’alternanza – lo ha fatto in Italia ma
solo per l’abilità di Berlusconi, in Germania, in Francia e in Gran Bretagna
non ci riesce, la respinge nell’estremismo). Quanto alla difesa l’Europa, che
pretende tanto di sé, fa sempre affidamento (Italia e Germania in cima, ma
anche la Francia, e la Gran Bretagna) sull’“ombrello nucleare” americano.
E la Groenlandia? E il Canada? È un assioma strategico, prima che
trumpiano, da ben prima di Trump alla presidenza, che con la “normalizzazione”
della navigazione polare, gli Usa sono scoperti a Nord, e non protetti, da
Canada e Groenlandia, tanto vasti quanto inermi, grandi praterie per l’accerchiamento
e l’invasione. La frontiera sguarnita è una novità totale per gli Stati Uniti,
che hanno vissuto per due secoli e mezzo e hanno prosperato nell’insularità - una
sorta di isola felice tra gli oceani, quando l’imperialismo era europeo,
coloniale fino al 1914 e nel dopoguerra sovietico.
C’è una logica in questa follia, la battuta di Polonio è scontata, ma con
fondamento.
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