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sabato 14 marzo 2015

Scalfari si arrende, a se stesso

È il sesto di una serie ventennale di ricordi personali e familiari. Il nonno paterno, che ritrova in una corrispondenza di Antonio Baldini, “L’Italia del Bonincontro”. Le mogli, le figlie. Un convincentissimo Edipo rovesciato, tra lui e i genitori – un “caso” che dovrebbe fare testo nell’anamnesi della famiglia contemporanea, di genitori che buttano tutto addosso ai figli. Una udienza familiare da papa Pacelli. E “un mutamento” che gli rivoluziona la vita in giovane età, che però non racconta – ci sarà un settimo tomo?
Un romanzo di formazione, necessariamente ex post, come il genere esige, solo da un termine più tardo. Con una, peraltro cristianissima, ossessione della morte. Su cui molto ha insistitito nelle prose filosofiche, ma assente dai predecenti capitoli biografici. La vita moderna in appartamento non consente l’epicedio di cui si dilettava Montaigne: “Desidero che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli”. Ma Eugenio s’industria lo stesso a curare i cavoli suoi – di una vita tutta proiettata all’esterno, da uomo d’azione, ricordi solo intimi, alcuni, scelti. Perché vedersi nell’eternità? Perché no, è la sola misura dell’onestà. A lui piacerebbe, lo dice anche, ma si guarda bene dal prendere le misure.
Si proietta in Prometeo, con ragione. E in Enrico V, il sovrano buono della tragedia, fino a che lo lasciarono fare. Gli amori proietta in Tristano, ma anche in Abelardo, possessivo. E delle morte temuta sa essere a tratti felice esorcista. In un’accesa cosmogonia. Ma di Giuda fa un resistente, al dominio romano.
È una filosofia, quella di Scalfari, come consolazione. Come quella di Boezio, altro illustre testimone della decadenza e la desolazione. Ma con la storia (Scalfari dice l’Io) come baluardo contro la morte – contro l’esame di coscienza?
Eugenio Scalfari, L’amore, la sfida, il destino, Einaudi, pp. 137 € 11

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