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giovedì 12 marzo 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (238)

Giuseppe Leuzzi

“I grandi scrittori del Sud tornano nelle antologie scolastiche. È l’effetto di una risoluzione presentata dagli esponenti del M5S e approvata dalla commissione Cultura di Montecitorio. Alcuni autori meridionali del Novecento – tra cui Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia e Matilde Serao – erano stati cancellati dalle indicazioni nazionali della commissione di esperti nominata nel 2010 dall’allora ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini” (l’Espresso”, 12 marzo)

Mafiosi ancora uno sforzo
Nella Piana di Gioia Tauro, un bacino di utenza di 200-250 mila persone, facciamo la spesa in due centri commerciali, Il Porto degli Ulivi e Annuziata, in odore di mafia. Adiacenti, ma in ambiti comunali diversi. Entrambi ben gestiti, con le migliori firma nazionali e europee, con parcheggi e ogni altro servizio, puliti, ordinati, ma entrambi sequestrati con l’accusa di associazione mafiosa: l’uno ai Crea di Rizziconi, il secondo ai Piromalli di Gioia Tauro.
Sequestrate anche, nell’un caso e nell’altro, appendici romane, in tavole calde, ristoranti, caffè, esercizi dove il denaro gira. Quasi tutti a indirizzo prestigioso, via Veneto, via Bissolati, Pantheon, cioè con larga clientela di passaggio.
Se l’accusa è vera, un’ipotesi è da formulare: la mafia è solo a un passo dalla rispettabilità. Sarebbe un fatto storico, essendosi prodotto in due-tre generazioni, l’esperienza personale: una mafia è nata nella Piana nei tardi anni Cinquanta, primi Sessanta, si è imposta in un quindicennio, ha diversificato successivamente, quasi ovunque impunita, e ora, all’ora del giudizio, potrebbe trovarsi ripulita e in ordine, perché no. Le basterebbe cessare la minaccia costante, grazie anche all’impunità goduta finora, poiché questa impunità sembra non esserci più.
La mafia di Gioia Tauro ha saputo diversificare e sa, evidentemente, gestire. Deve ora rinunciare al monopolismo: smettere  i metodi della dissuasione, pizzo e bombe, e accontentarsi di quanto ha accumulato, proponendosi come soggetto economico alla luce del sole. Già paga le tasse, le basterebbe rinunciare al controllo. Successe così nel grande capitale americano un secolo e mezzo fa: assassini e bastonatori senza volto si trasformarono in imprenditori acclamati. Colmati dalla fortuna, furono benefattori munifici – le due cose col maltolto sono facili.
Forse, nel balzo alla rispettabilità, un mezzo passo è stato fatto. Dei due centri commerciali, quello più recente, gli Ulivi, aperto nel 2008, è stato sequestrato quasi subito - mentre si dava la caccia al capocosca Crea, gli inquirenti essendo stati bene indirizzati dalla mafia di Gioia Tauro. Il centro Annunziata, invece, è attivo in agro di Gioia Tauro da una trentina d’anni. Aperto da una famiglia di amalfitani, come se ne trovano molti a Gioia, commercianti, era stato bruciato subito dopo l’apertura. Poi ha riaperto e prosperato, ingrandendosi.

La mafia siamo noi
Non ci sono probabilmente più attentati e assassinii in Calabria ogni giorno di quanti ve ne sono in una città con popolazione analoga, Roma. Peggio nella provincia d Roma, a cominciare da Ostia: bombe ai portoni e alla saracinesche, pistolettate, macchine e furgoni incendiati, e ogni settimana un morto di media. Ma non c’è mafia a Roma – ora c’è questa Mafia Capitale, ma è invenzione di Pignatone e Prestipino, siciliani del tutto mafia in trasferta, non una cosa seria.
Cosa fa la differenza è il tessuto sociale. Nel corpaccione di Roma, per molle che sia, le bombe sono punture di spillo, e i mafiosi delinquenti sparsi o ladri con scasso. Non terrorizzano. Inquinano anche poco, qualche dipendente comunale, qualche dipendente di banca, qualche finanziere, più complici che vittime. A fronte di una solida autorefenzialità, basata sul fatto che i delitti si puniscono quasi sempre, e comunque si perseguono.
In Calabria ogni evento criminoso è un disastro. Perché si cumula con una miriade di altri eventi, poco puniti e quasi mai perseguiti. E a un’insicurezza indotta dal disprezzo, dei Carabinieri e dell’opinione – le antimafie fanno parte del problema, così violentemente antagoniste dei perseguitati (commercianti, piccoli proprietari, sindaci e assessori) più che dei persecutori. Dal cliché, dallo stereotipo, dal”discorso su”. Per cui dalla violenza non ci si salva. Non c’è modo di combatterla, e in qualche modo bisogna cedere, venire a patti.
Questa traccia sembra rivoltante, e in certo senso disfattista. Ma è il punto da cui una vera antimafia dovrebbe ripartire: riconnettere il tessuto sociale Depurato se possibile dalle sue piccole reti, confessionali, parentali, di ceto, di classe se vogliamo, anche occulte. In Calabria questa è una mancanza evidente, testimoniata dalla diffusione delle reti occulte. Che sono più massoniche – più numerose e ampie – e confessionali che mafiose.
 
Calabria
Parla una lingua che non ha futuro.

“Sono un meridionale dispersivo”, ha lasciato scritto di sé Domenico Marafioti, di San Procopio, “un paesino del circondario di Palmi”, morto di recente a poco meno di novant’anni. Laureato a vent’anni in Filosofia del diritto, brillante avvocato a Roma, con attico sul Monte Mario, dove invitava spesso, autore di un profetico “La Repubblica dei Procuratori” trent’anni fa, collaboratore del “Mondo” di Pannunzio, del “Ponte” e del “Giorno”, e tuttavia conscio di essere “uno che non fa storia”.

Si chiamava Saraceno il vescovo che decretò la fine del rito greco a Reggio e a Rossano. Un francescano, più volte inquisitore nel Regno di Napoli, e organizzatore di crociate per la liberazione di Costantinopoli dai turchi che non ebbero mai luogo.
Candidato vescovo con tre papi, Eugenio IV, Niccolò V e Pio II, da questi infine nominato, Matteo Saraceno si segnalò per l’abolizione totale del rito greco, che ancora accompagnava in molte diocesi il rito latino, malgrado la radicale latinizzazione della Calabria imposta dai Normanni tre secoli prima Più attivo il Saraceno fu nella crociata per la liberazione di Otranto dai turchi, che l’avevano occupata nel 1480, ma morì prima.

Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia”, scriveva Boccaccio nel “Decameron”, iniziando l’avventura di Landolfo Rufolo, il ricco commerciante di Ravello che desidera arricchirsi ancora di più. Converrebbe oggi invitare Boccaccio come testimonial d’eccezione, oppure lasciarlo nella illusione?
Il suo nome ricorre per molti alberghi e ristoranti in Calabria, ma è dubbio che non si tratti del vaso di vetro per le conserve, detto “boccaccio”.

Due sole cantine calabresi fra le 103 italiane censite da “Wine Spectator”, bibbia del settore. Una volta la Calabria era specializzata nel vino: nella costa sopra Locri-Gerace sono stati localizzati palmenti del vino a centinaia. Con molti vitigni autoctoni, di ottima consistenza e sapore. Ma ora che il vitigno “diverso” va a premio sul gusto “internazionale”, la Calabria il vino lo trascura  – renderà bene, ma è faticoso. Ne produce ogni anno meno, ora è quasi al livello della Valle d’Aosta. Spariti gli ottimi bianchi della costa tra Scilla e Palmo, non un  tralcio sopravvive. Per l’eccezionale zibibbo Bagnara festeggiava con famose Sagre dell’Uva negli anni 1950. 
La Puglia e la Sicilia si sono invece portate negli ultimi anni al vertice, scavalcando in quantità, e anche qualità, il Veneto. A opera, in molti casi, di operatori veneti, è vero.

Tre sole etichette della Calabria – di cui due giusto perché bio – tra le centinaia catalogate nell’ “Atlante degli olii italiani”. Della regione che più produce olio d’oliva in Italia, e in Europa. Diecine invece le etichette del Garda o del Piemonte, anche dell’Abruzzo, perfino dell’Emilia, dove gli olivi li contano.
Ma non per cattiveria dell’autore, Luigi Caricato. È che altrove sanno vendere.

Marina Terragni segnala su “Io Donna" la rete “Cangiari”, cambiamento, in una delle sue attività più caratterizzanti: “Telai antichi per cambiare la Calabria. È la scommessa di Cangiari: un brand che «armato» di filati bio e artigiane entusiaste si è affermato nel mondo della moda”. Con un fatturato di 4-5 milioni, dà lavoro a 100 persone. Ma lo segnala come di un’eccezione, mentre è una delle tante invenzioni per sopravvivere. Speciali perché non si può essere normali. A causa della Calabria, ma anche della sua mostrificazione –“fare rete” è quasi impossibile. E della mostrificazione delle sue donne, la metà più qualcosa della popolazione – la famosa “donna del sud”.

Marina segnala che la rete è nata vent’anni fa, come consorzio sociale, da un’idea dell’allora vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini. Ma non dice che per questo, per gli “affari economici”, il vescovo fu presto “promosso”, a Benevento. “Il vero pericolo”, le dice Linarello, che presiede il consorzio sociale, “è il discredito”.

leuzzi@antiit.eu 

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