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domenica 20 novembre 2016

Con Trump spesa in deficit

Fra i tanti paradossi non spiegati dell’elezione di Trump, il candidato impossibile, c’è la fiducia dei mercati, che gli indici di Wall Street sintetizzano. Il dollaro ha accelerato l’apprezzamento in corso da fine 2014, portandosi  contro l’euro al livello dell’1 gennaio 1999, alla quasi parità della prima quotazione. I titoli azionari hanno battuto i precedenti record al rialzo. Immediata si è prodotta una fuga consistente di capitali dai fondi obbligazionari in Asia e America Latina verso Wall Street, 7-800 miliardi di dollari in pochi giorni.
È come se i mercati puntassero su una politica di deficit spending – l’unica che si può delineare dalle confuse dichiarazioni di Trump – per rafforzare e stabilizzare la crescita. Chiudendo la fase d’incertezza che era seguita all’annuncio della Federal Reserve di ritenere chiuso il ciclo dei tassi zero e del quantitative easing.
I tassi al minimo non attiravano più gli investitori: il differenziale reale rispetto ai tassi monetari, misurato con la crescita dell’economia, non era più attraente. Una politica di deficit crescenti, in grado di stimolare meglio l’economia, è ora la scommessa dei mercati sulla Trumpenomics, la politica economica della nuova presidenza.
Era la richiesta degli economisti liberal - di sinistra. Nonché del candidato democratico Sanders, il radicale sconfitto da Hillary Clinton. Ma molti repubblicani si sono espressi in passato per un programma di stimoli all’economia, con sgravi fiscali, spesa pubblica e incentivi.
Se questo sarà il programma di Trump, il divario con l’Europa diventerà un baratro.

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