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giovedì 18 maggio 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (326)

Giuseppe Leuzzi

Michele Panetta, 31 anni, è arrestato a Reggio Calabria per una lunga serie di reati: porto illegale di armi, gambizzazione di un giovane, gestione dello spaccio di droga, associazione  mafiosa. Per i quali evidentemente era noto da tempo a Questura e Procura. Ma viene arrestato quando si fa attivista e candidato consigliere comunale dei 5 Stelle. Ci vuole sempre la politica per smuovere l’apparato repressivo.

Michele Panetta, arrestato per mafia, inalbera su facebook la lotta alla criminalità organizzata. È il primo dei suoi impegni di politico sul campo.

Il parroco di Isola Capo Rizzuto arrestato per mafia era intercettato dal 2005. Almeno dal 2005. E con lui presumibilmente il suo uomo di mano, il presidente della Misercordia. Bisognava aspettare dodici anni per bloccarne i crimini? Il tempo per loro di fare il giro dei politici. Con cui immortalarsi in foto ritratto. Giusto per gonfiare gli archivi.

L’11 settembre mafioso
La strage di Capaci è stata l’11 settembre mafioso. Una dimostrazione di forza, sorprendente, spettacolare, su terreno altrui. Con un seguito ancora spettacolare, ma in diminuzione e già in affanno, a via D’Amelio, e poi a Firenze e Milano. Un culmine, immaginifico, fastoso di crudeltà, a cui è seguito inevitabile, sia pure con lentezza, e fra altre stragi, il declino.
Stragi spettacolari erano state operate anche prima, basti quella di Dalla Chiesa, nel 1982, ma Capaci e D’Amelio sono stati un 11 settembre. Un picco che è l’inizio del declino.

La morfologia è comune anche nella genesi: nell’uso della mafia da parte dei politici, che l’hanno armata, così come l’integralismo mussulmano era stato curato e adoperato dagli Stati Uniti. E poi negli sviluppi successivi: le bombe a Milano, Firenze, Roma, e la repressione, estesa ma non radicale né mirata – con gli equivoci Provenzano e Messina Denaro, confidente forse l’uno, strano latitante il secondo. 
La mafia è come il terrorismo: prospera se può contare su connivenze e spazi liberi, si disintegra di fronte a una repressione decisa. Tra errori e colpi di coda, ma alla fine non sfugge: non si sfidano impuni le istituzioni, se le istituzioni esistono.
Hanno reagito le istituzioni dopo l’11 settembre mafioso? Si e no. Molta pulizia è stata fatta. Ma perché si dà la caccia a Matteo Messina Danaro? Cioè: perché non lo si prende, a Castelvetrano o a Palermo, dove si è rifugiato – non lontano, il mafioso è radicato, non può vivere fuori, e a spese di chi? 61 arresti, si dice, sono stati fatti di fiancheggiatori, ma questo non esalta la repressione, esalta il latitante. Che era e non era un mafioso alla Riina, ignorante e feroce.
Messina Denaro è latitante da quando aveva trent’anni. Leggeva, scriveva, e era amico e commensale di eccellenti signore di Palermo e dintorni. Era un confidente? Succede anche nel terrorismo, che molti che si potrebbero disinnescare o eliminare senza difficoltà, hanno spazio di agire.

La servitù della concisione
Alla Tonnara di Palmi il cameriere in pizzeria, che serve anche il pesce, è scettico: “Non si pescano nemmeno le alici da conservare per l’inverno”.
Il cliente si dà una spiegazione. Il cameriere è ignorante - non è pescatore? Ce l’ha col padrone? Vuole solo dire, onestamente, che la pesca è rara e difficile, che si pesca poco, che c’è poco pesce da pescare, che il più viene pescato dai pescherecci d’altura, tutti forestieri, molti stranieri, per lo più giapponesi?
La ragione è questa, tutti la sanno, ma il cameriere non la dice, la darà per intesa. La concisione non aiuta, che però è un abito mentale che non si dismette. Era la maniera d’intendersi delle società chiuse. Dove gli interlocutori hanno un patrimonio di conoscenze comuni. Si sono già spiegati sullo stesso argomento, magari indirettamente, attraverso parentele, conoscenze, frequentazioni. Ora spiega solo perché il Sud non si sa vendere. Anzi, volentieri collabora con chi vuole solo distruggerlo o tenerlo in soggezione, dando cioè per scontata una comunione di opinioni, proposti, sentimenti che invece non c’è, quando non c’è che avversione. Qualsiasi fustigatore del Sud trova al Sud collaboratori volenterosi.
Quando questi si fanno pagare è già un po’ meglio – se non altro sanno di che si tratta. 

Calabria
Houellebecq ha nel racconto “Lanzarote” l’“autoctono” in terra di turismo: “Perfettamente insensibile alla bellezza del suo quadro naturale, l’autoctono s’ingegna in generale a distruggerlo”.
Lanzarote è un’isola delle Canarie ma in Calabria il suo autoctono non avrebbe sfigurato.

Vi muoiono molti tedeschi. Alarico per primo, il re de Goti. Enrico VII, l’erede ribelle di Federico II, anch’egli vicino a Cosenza – dove però è stato sepolto, con tutti gli onori malgrado la ribellione, nel Duomo.

Di Alarico si sono perdute le tracce, che si tenta periodicamente di ritrovare nel letto del Busento, deviandolo ora a un’altezza ora  a un’altra. In realtà non facendo nulla. Se ne dà annuncio per sghignazzo, alle spalle del proponente, in genere un “professore”, cioè un insegnante. Ma questo la stampa nazionale non lo capisce: scherzare è proibito.

Si scioglie un consiglio comunale in Calabria, a Laureana, e il commissario prefettizio, Anna Manganelli, per prima cosa che fa? Sigilla il contatore a un vecchio convento francescano assegnato a una scuola di musica. I ragazzi non votano, ma i genitori e i maestri per chi devono votare? Poi dice che c’è il voto di scambio, anche per il contatore.

“Paulaner”, la birra tedesca, non dovrà il nome ai frati minimi di san Francesco da Paola, chiamati in Germania appunto Paulaner? Sì, il birrificio fu costruito quattro secoli fa a Monaco di Baviera dai frati Minimi del convento di Neudeck sull’Au. Ma non è una curiosità: c’è molto snobismo nei mondi arretrati.

Swinburne, “Viaggio in Calabria”, raccoglie questo aneddoto: Ceronda, tiranno di Thurium, avendo stabilito la pena di morte contro chiunque entrasse armato nel Senato, ed essendosi accorto che per la fretta proprio lui aveva portato una spada in assemblea, se la immerse nel petto”. Improbabile ma verosimile, la presunzione è d’obbligo.
Thurium è il nome latino della città magno greca di Thurii, presso Sibari.

“In nessun paese si può incontrare un paesaggio più vivo e vario”, è altra testimonianza di Swinburne. E ancora:  “Nessuna regione ha maggior numero di cittadine e di villaggi, ha una più grande varietà di colture, ed è coperta di più belle foreste del sud della Calabria”. Che oggi è un deserto umano, seppure forestato.

Si deve a un monsignor Rodotà, bibliotecario vaticano ai primi del Settecento, poi cardinale, il rilancio del culto greco tra gli Albanesi immigrati a metà Quattrocento con Giorgio Castriota. Pietro Pompilio Rodotà, professore di lingua greca alla Biblioteca Vaticana, ne fa la celebrazione nel 1760, col volume “Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia”. Dedicato “all’eminentiss., e reverendiss. Principe il sig. card. Francesco Corrado di Rodt (sic), vescovo di Costanza, principe di R.S.I., signore d’Auggia Ricca, ed Oeninga, Balì, e protettore dell’ordine gerosolimitano”.
  
La categoria “Film ambientati in Calabria” è probabilmente la più spoglia nella ripartizione regionale di wikipedia. Poco più di una dozzina di film – quindici per l’esattezza, ma comprendendo  “Il 7 e l’8” di Ficarra e Picone, che sono siciliani.

I film “ambientati in Calabria” visti sono tutti spaventosi: vendette e mafie. Eccetto quello di Comencini trent’anni fa, “Un ragazzo di Calabria”, che però è calabrese per caso, per essere tratto da un racconto di Demetrio Casile. E quello recente di Alba Rohrwacher, “Corpo celeste”, che però usa Reggio e lo Stretto come sfondo, celestiale-infernale.

Nessuno dei quindici film “ambientati in Calabria” è opera di regista calabrese. “Aspromonte”, su soggetto di Tonino Perna, il parlamentare ex Pci allora presidente del Parco, è un film pieno di belle vedute malgrado il soggetto drammatico (un rapimento di persona), di Hedy Krissane, tunisino. “A ciambra”, il ritaglio, il rimasuglio, protagonista Pio Amato, un ragazzino rom di Gioia Tauro (già tra i protagonisti di “Mediterranea”, dello stesso regista, 2015), ambientato tra Gioia Marina e la Tonnara di Palmi, è di Jonas Carpignano, che è italiano ma è nato e cresciuto a New York, e ha produttori americani (tra gli altri Martin Scorsese).  

leuzzi@antiit.eu

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