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martedì 16 maggio 2017

La vera riforma è contro la speculazione sul debito

astolfo

Non c’è salvezza senza la riduzione del debito. Questo sito lo ha spiegato profusamente
Ma è l’evidenza.
Il debito cresce sul debito. È la storia dell’Italia degli ultimi venticinque anni, degli attivi primari - il bilancio, senza gli interessi sul debito, sarebbe ogni anno attivo e non passivo.  
Il debito è la sola riforma che l’Italia non ha fatto. È quella che l’avrebbe liberata e rilanciata. Ma non si fa. Non se ne parla nemmeno. Se non per vendita dei cespiti pubblici, che però non risolve, si invoca giusto per ragioni di bottega, per fare affari.
Il debito dà da vivere alla speculazione, e questa è un ragione del silenzio - l’informazione economica è malsana. Più dà da vivere un debito “all’italiana”, solido ma ricattabile, con profluvi di B e sottovalutazioni. Ma non è una buona ragione per disinteressarsene. Non per la politica. E ci sono pochi dubbi che una politica centrata sulla riduzione del debito, e quindi della tassazione, incontrerebbe più di quella antieuropea o antiimmigrati. Perché non si fa è un mistero. Paura di scomodare gli speculatori?  
Le tasse bruciano risorse
Moltiplicare le tasse per ridurre il debito è una sciocchezza e un delitto: con le tasse il debito si moltiplica e non si riduce. Lo ha fatto il professor Monti, e quindi passa in cavalleria, ma sovverte  ogni principio della tassazione. In presenza di uno Stato taccagno e micragnoso, che non paga le farmacie, gli ospedali, gli appaltatori, i fornitori, e anche gli stipendi, non dà più aumenti. Aumentare le tasse e aumentare il debito in queste condizioni, solo per pagare gli interessi,  è distruggere ricchezza: le tasse aumentano in  numero e percentuale, la base imponibile si contrae. Ora si tartassa la casa, di cui non è facile liberarsi, e i servizi civici minimi, e poi?
Il fenomeno del disavanzo incomprimibile con la tassazione non è solo italiano, ed è noto. Lo
hanno spiegato una dozzina d’anni fa Vito Tanzi, italiano d’America, allora al Fondo Monetario internazionale, vice-ministro di Tremonti all’Economia, e Ludger Schuknecht, ora consigliere principe del ministro tedesco delle Finanze Schaüble, nello studio “La spesa pubblica nel XXmo secolo”. I due studiosi documentavano che la crescita abnorme del debito pubblico nei paesi industriali nell’ultimo terzo del secolo scorso non nasceva da un allargamento del welfare, del sistema di protezione sociale, che non ne beneficiava, se non in misura irrisoria. A un certo punto il debito si autoriproduce, senza alcun effetto virtuoso o produttivo.
Divoratore di ricchezza
Il debito in sé non è un peccato, non sempre, entro limiti, il debito pubblico lo è. Uno studio recente di Victor Shih, docente della School of International Relations and Pacific Studies di San Diego in California, ha analizzato l’effetto di un debito importante sull’economia in questi termini, nel caso della Cina. Alla Cina viene imputato nel 2014 (a calcolo, essendo lo yuan inconvertibile) un debito totale pari al 282 per cento del pil. Di questo solo un quinto, pari al 55 per cento, è il debito pubblico propriamente inteso. Il debito delle famiglie è il 38 per cento del pil, quello delle istituzioni finanziarie il 65 per cento, quello delle imprese il 125 per cento. Il calcolo è del McKinsey Global Institute. In termini assoluti, il debito totale sarebbe quadruplicato tra il 2007 e il 2014, passando da 7.400 a 28.200 miliardi di dollari. Favorito da condizioni favorevoli di credito, che cresce a un ritmo doppio rispetto a quello del pil. Come negli Usa negli anni Duemila prima del crac del 2007, ci si indebita in Cina per giocare in Borsa, per un ammontare che il World Gold Council calcolava a metà maggio in 1.670 miliardi di yuan.
Il debito serve a oliare la macchina della produzione - del lavoro, del reddito. Ma bisogna sapere a che costo. Sempre in Cina, per fare aggio sullo studio americano, nel 2010 gli interessi da pagare sul debito hanno assorbito l’80 per cento del valore aggiunto nominale, dell’incremento nominale del pil. Nel 2012 quasi il 100 per cento. Nel 2013 il 140 per cento. Nel 2014 il 200 per cento. Nel 2014 il servizio del debito si è mangiato il doppio della crescita pur elevata del pil – il 7 per cento.
Il rapporto debito\pil è una mannaia. Automatica a ripetizione: con un debito elevato il suo costo si mangia il pil. La produzione, la produttività, e anche le riserve che fossero state accumulate (il patrimonio). Il debito incontrollato, con servizio del debito elevato, mette anche il difficoltà le banche, accrescendo inevitabilmente le sofferenze creditizie. E castra gli enti locali con i relativi servizi, restringendone bloccandone la capacità di finanziarsi – che è il pattern degli ultimi anni, orami quasi un ventennio. Con effetti catastrofici sull’opinione e il voto, poiché a essi è demandata l’assistenza.

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