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domenica 12 novembre 2017

Letture - 323

letterautore

Antisemitismo – Era ordinario nei primi decenni del Novecento, prima di Hitler, una sorta di critica culturale. Si fa colpa a Irène Némirovsky, scrittrice eminentemente ebrea, anche se battezzata all’invasione tedesca, morta a Auschwitz, di notazione antisemite per molti personaggi e quadri dei romanzi e racconti.  Ma lo stesso è di Otto Weininger, Karl Kraus, Yvan Goll, anche Josef Roth e Canetti, per restare tra gli ebrei. Lo stesso come di T.S.Eliot e altri intellettuali, Céline compreso – Pound no, era ossessionato dalle sue teorie del denaro.
Dopo la guerra le stesse tematiche divennero sensibili. Philip Roth debuttò sul “New Yorker” nel 1959 con un racconto, “Difensore della fede”, che produsse molte proteste di lettori ebrei, con cancellazione di abbonamenti. Il racconto era stato venduto in precedenza a “Esquire”, che però ci ripensò, per evitare l’accusa di antisemitismo.

Campana – “L’ultimo dei Germani in Italia”: così lui stesso definisce se stesso e l’opera, in tedesco, “Die tragödie des letzten Germanen in Italien”, sotto la dedica “A Guglielmo II Imperatore dei Germani”, nella copia originale dei “Canti Orfici” che alla rivista “Lacerba” Ardengo  Soffici si perdette, ai primi del 1913. Campana fu costretto a riscrivere l’opera a memoria, e nel 1914 la pubblicò con altro frontespizio. La bozza perduta è riemersa nel 1971, e figura nella riedizione Vallecchi 1973 delle opere curate nel 1960 da Enrico Falqui – con nuove presentazioni di Mario Luzi, che ne accentua la “mitologia barbarica”, e note di Marco Ramat – senza spiegare il cambiamento. Di cui poi si farà la storia nell’edizione Bur del 1989, a cura da Fiorenza Ceragioli.
 
Capessa – Stendhal ha in “Une position sociale”, l’abbozzo di romanzo “romano”, una protagonista che dice “ambasciatrice” a preferenza di duchessa, anche se solo in funzione di moglie dell’ambasciatore a Roma. E la dice anche “capessa”, chefesse.
Mme de Vaussaye è bella, naturalmente, ma soprattutto “non era più la donna ambiziosa di successo, un’altra Mme de Staël, altrettanto ambiziosa di conquiste, onorata dai triplici successi dell’eloquenza, dell’ambizione e forse dell’amore”. Una post-femminista.

Diritti – “La lettura”, accedendo ai borderò storici della rivista “Esquire”, fa vedere come si può arricchire in America scrivendo, oppure no. Truman Capote veniva pagato nel 1975 per un racconto 80 mila dollari “(380 mila attuali)”. E Philip Roth 100. Due scrittori a differenti stadi di carriera, e un racconto, quello di Roth, che era una ristampa. Ma si può essere scrittoti in America come Messi a Barcellona, o solo Bonucci al Milan.

Italiano – L’aplomb italiano, il controllo di sé e la capacità di dissimulazione, meravigliava Stendhal. Che il suo personaggio di “Une position sociale” porta a riflettere: “Che uomini! Come fanno a non essere i padroni in casa loro e altrove?”

Leopardi e Stendhal – Quando Stendhal, abitando nell’albergo di piazza della Minerva, scrisse “Une position sociale”, l’abbozzo di romanzo “romano”, era poco lontano da palazzo Antici-Mattei alle Botteghe Oscure, dove Leopardi aveva soggiornato dieci anni prima nel suo primo viaggio fuori casa. Entrambi in qualche modo segnati da Niebuhr, l’economista prussiano che fu ambasciatore a Roma per quasi dieci anni e storico di Roma antica. Leopardi ammirato, in senso attivo e passivo – invitato spesso dal’ambasciatore e complimentato. Stendhal infastidito. Ne fa cenno grottesco nel suo abbozzo di romanzo romano, “Une position sociale”, 1832: “L’argomento alla moda” a Roma dice quell’anno “la disputa che un tedesco, chiamato Niebuhr, faceva allora al vecchio storico Tito-Livio” – allora è impreciso, Nieburh erà già morto da almeno un anno.

Monteverdi – “Lo Shakespeare della musica”. L’accostamento è del maestro Gardiner, che per Monteverdi ha una speciale passione – debuttò nel 1964, quando era studente a Cambridge, organizzando un’esecuzione dei “Vespri”. A ottobre Gardiner ha aperto le celebrazioni per i 450 anni della nascita di Monteverdi con l’esecuzione delle tre opere, “Orfeo”, “Il ritorno di Ulisse” e “L’incoronazione di Poppea”.
Ma con Gardner sono molti musicologi a Londra e New York. Non senza argomenti. Il miscuglio di alto e basso. E di serio e faceto. La capacità di dare consistenza a soggetti e temi noti e scontati. E soprattutto di costruire personalità. Fuori entrambi dagli schemi preconcetti, della legge e l’ordine – il destino, il dovere. In “Poppea” la virtù è punita, la malvagità premiata. Il ritorno di Ulisse a Itaca è una fuga dal destino, dalla storia fatale. Con un titolo di merito in più per Monteverdi, dato che l’opera era stata appena inventata, solo un decennio prima dell’“Orfeo”, che è del 1607.
La ricorrenza della nascita è più festeggiata fuori che in Italia. Gardiner ha fatto il pieno a ottobre alla Alice Tully Hall, l’auditorium del Lincoln Center.

Petrarca – “Fervente archeologo” lo dice Spengler in apertura del “Tramonto del’Occidente”. Un fatto non trascurabile – di codici più che di reperti lapidei.

Roma – Ispira”eroine” tormentate dallo spirito religioso, almeno tra gli autori francesi. La duchessa de Vaussaye, la bella tentatrice del romanzo romano incompiuto di Stendhal. Poi Mme Gervaisis del romanzo omonimo dei Goncourt.

Era detta città di uomini e di mendicanti – o di puttane e mendicanti. Per vari motivi: celibato, pellegrini, chiese e conventi innumerevoli. I mendicanti sono sempre qui, ce nè uno ogni pochi metri, in tutti i quartieri, da tutta Europa e ora anche dallAfrica. Ma erano un tempo mendicanti di migliore scuola degli spagnoli, a giudizio di un viaggiatore iberico del Seicento, più insistenti e scaltri. Arte si vede decaduta col tempo: un abate Baudin scoperto da Victor Del Litto, che fu nella Civitavecchia di Stendhal nel 1838, scrive meravigliato di “specie di pastori coperti di pelli di bestie, e di mendicanti in stracci, ma in stracci di stracci”.

Stendhal – Fu precocissimo in politica. A dieci anni “uccide” il padre, aborre la religione, inneggia all’esecuzione di Luigi XVI. A 17 anni, provinciale a Parigi col disegno d’iscriversi all’École polytechnique, s’impiega al ministero della Difesa, come scrivano. E subito dopo s’ingaggia nell’esercito, seppure nei servizi non combattenti di commissariato, sbancando con la Grande Armée a Milano, l’esperienza della vita. A 23 anni è aggiunto di commissariato, e partecipa alla guerra in Germania, Quindi, tre anni più tardi, a quella in A ustria. Nel 1810, a 27 anni, è uditore al Consiglio di Stato. A 29 è in Russia, responsabile della corrispondenza di Napoleone.

Lo scrittore “dei prestiti e il non finito”.

Uno di sinistra, anche radicale, che poi è stato imbricato per le sue storie a destra – “È il solo colpo di stato riuscito alla destra dopo Napoleone III, la presa di Stendhal”, Charles Dantzig. Non fece in tempo a dirsi, o non dirsi, giacobino, ma fu sempre, dopo essere stato fervente napoleonico, un liberale, del genere allora in voga, riformista. I suoi personaggi, anche classici e nobili, si rivoltano contro ogni convenzione, a partire dalla famiglia. In “Une position sociale”, romanzo abbozzato a Roma, ha “gli imbecilli dell’estrema destra”. E si definisce, nelle vesti del protagonista, un “liberale”, nel senso oggi americano, di radicale: uno, spiega, che voleva che la monarchia orleanista applicasse la “rivoluzione” del luglio 1830. Ripetutamente fa la critica della borghesia in  termini novecenteschi, post-marxisti. Di Mme Vaussaye, il suo idolo in “Une position sociale”, nota che sarebbe stata  celebre per “le follie fatte e l’amore”se “non fosse nata in un’epoca in cui gli interessi di denaro forzano la sua classe a rappresentare la commedia della morale”. Ma contro il terrorismo, si direbbe oggi: nello stesso abbozzo di romanzo romano ha un principe Savelli “capo della sicurezza dei carbonari”, che, “come tutti i carbonari, uomini chimerici e appassionati”, è “abbastanza noioso”.

Amore è probabilmente la parola da lui più usata – sicuramente lo è il tema, le sue storie sono d’amore. Perché ne fu privo? Di sé dice, nel lungo frammento “Une position sociale”, dove si ritrae come Roizand: “Se in politica, nell’arte militare, nelle cose serie, Roizand ci vedeva chiaro e lontano, è perché ci metteva poco interesse. Niente di passionale. Ma in ognii storia in cui una donna che gli sembrava bene era parte, il suo cuore impazziva come a diciotto anni”.   

C’è bene uno Stendhal “romano”, oltre che l’autocertificato “Henri Beyle milanese”. A Roma passò forse più tempo che a Milano. E anche se non vi ebbe grandi storie – non se le narrò – come a Milano, ne ricavò molti racconti. Le “Cronache italiane” e molti dei testi narrativi incompiuti. Non c‘è un Foscolo Di Benedetto che lo certifichi, ma questa è un’altra storia – Roma è sempre “generone, anche in filologia, non si cura molto

Uno scrittore per scrittori. Della felicità del romanzare, soprattutto la vita propria, punto o poco memorabile nella realtà, nei romanzi, sia nella “Certosa” che ne “Il rosso e il nero”.E senza pensieri attraenti, a un secondo sguardo, non della sostanza di un Tostòj o un Dostoevskij, né dell’appropriatezza di Balzac o di Flaubert. Meglio - rapido, quasi da “giallista” – nei racconti pubblicati, specie in quelli “italiani”. Il suo esprit è al punto, sapido, di battute “fulminanti”, da conversatore – salottiero, arguto.

Vittoriani - Alla lista canonica di Lytton Strachey P.D.James aggiunge nella sua breve storia del giallo inglese, “A proposito del giallo”, Conan Doyle e Chesterston


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