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sabato 18 novembre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (345)

Giuseppe Leuzzi

Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”, p. 54, ha una serie di grandi tedeschi “vittime del Sud”, 
 “cominciando dall’imperatore Ottone III, che fu la prima vittima del Sud, fino a Nietzsche”, che ne fu l’ultima”. Il Sud deprecato da Spengler è quello classico, greco e romano, ai quali vuole che si contrappongano i “secoli vivi” del Medio Evo.
Ma di Ottone III dice il nazionalista Thomas Mann nel “Doktor Faustus”: “Quando morì dopo la cacciata dalla sua Roma diletta, le spoglie furono portate in Germania contro il suo sentimento, era un campione di auto-antipatia tedesca e tutta la vita aveva pudicamente sofferto di essere tedesco”.

Luchino Visconti, grande regista e personaggio ingombrante, per mezzo secolo, è dimenticato. Salvo che per “Il Gattopardo”, come se non avesse fatto altro - assortito con “Rocco e i suoi fratelli”, ma poco, il drammone si regge ora poco, troppo melodramma. Resta come testimone del Sud, di un certo Sud cui piace fissare quello vero. Con compiacimento dello stesso Sud: piace pensarsi aristocratici un po’ gualciti.

Gli svedesi visti in tv nella partite con l’Italia sono stati violenti e simulatori, di proposito, sempre lì a lamentarsi con l’arbitro. Tutti l’hanno visto in tv. Ma erano svedesi tipici, alti e biondi, e la cosa non è stata sanzionata, nemmeno deprecata. Violenza e simulazione sono meridionali.

Fa senso la mafia senza complessi di Ostia. Che in una città presidiata speciale su ordine del ministro dell’Interno compie attentati e manda “avvertimenti”. Ostia esemplifica un concetto semplice: che la mafia non è un fatto etnico, come vuole la sociologia dei Carabinieri, ma è insorgenza quasi naturale quando i Carabinieri non vedono o si girano dall’altra parte.
Dove i delitti vengono puniti le mafie non allignano. Anche se fossero “solo” delitti contro la proprietà: è questo il campo di marte delle mafie, a Ostia e altrove. 

Fa senso lo spreco di televisioni e giornali in morte di Riina. Per chi ha vissuto e vive in aree di mafia. E anche per chi ne è lontano, che lo sa killer selvaggio e organizzatore di orribili stragi. Che c’è in quest’uomo da ricordare?
Solo un prete, il vescovo di Monreale, sa dire la parola giusta: “Riina non diventi un mito”. Il giornalismo è il male, violento?

Il giudice di Parma Umberto Ausiello trova il modo d’immortalarsi anche lui, con un procedimento per omicidio colposo sulla morte di Riina. Avvelenato? Ucciso dai chirurghi? Dice: è la legge. Di chi?

Il vescovo di Monreale ha dovuto fare un decreto, due decreti, per escludere i condannati per mafia dalle confraternite, e dalla partecipazione a battesimi e cresime in qualità di padrini..

L’aria del Sud
Rapido e giocoso, il modo d’essere del meridionale a Parigi è irritante e va castigato, spesso con l’ostracismo. In “Féder”, uno dei tanti romanzi incompiuti di Stendhal, il bel giovane di Marsiglia che vuole fare carriera nella captale come pittore, è così indirizzato dall’amante-istitutrice Rosalinde, prima ballerina all’Opéra: “Non è soltanto la commedia malinconica che dovete rappresentare voialtri gente del Sud che pretendete di vivere a Parigi, dovete fare la commedia sempre; niente di meno, mio bell’amico. La vostra aria di gaiezza e la vivacità, la rapidità con la quale rispondete scioccano il Parigino, che è per natura un animale lento, la cui anima è immersa  nella nebbia. La vostra allegria lo irrita: ha l’aria di volerlo far passare per vecchio; che è la cosa che detesta di più. Allora, per vendicarsi, vi dichiara grossolani e incapaci di gustare le parole spirituali che sono l’incubo di felicità del Parigino”.
L’incubo di felicità, un ossimoro non male. Il consiglio di Rosalinde è di prendere “un filo di aria malinconica”. Un’alternativa Stendhal dà nello stesso abbozzo della narrazione o conversazione “in provincia”, sottintendendo del Sud – si applica a dei guasconi di Bordeaux: “In provincia, ciò che si dice essere amabile è impadronirsi della conversazione, parlare a voce alta, e raccontare un seguito di aneddoti pieni di fatti impossibili tanto quanto di sentimenti esagerati, di cui, per un di più di ridicolo, il narratore di fa l’eroe-protagonista”.

Il Sud è arabo
Il Sud è arabo è più che un rimprovero leghista. È più greco o più arabo – saraceno, barbaresco, magrebino, Libia inclusa?
Non ce n’è una storia, eccetto che per la Sicilia. Ma la presenza araba è stata costante e incisiva in Italia nel quattro secoli tra il Nono e il Tredicesimo – fino alle Crociate, che il fronte riportarono nel Medio Oriente. Nei secoli seguenti, fino a tutto l’Ottocento, peraltro non fu dismessa: solo è stata più episodica, anche perché meglio contrastata. Questo sito ne ha dato un breve quadro ricordando il volume “Gli Arabi in Italia”, l’unico tentativo di approfondimento:

Il riflesso si direbbe soprattutto nella fisiognomica. Che però sa più di impressione che di dato storico accertabile. Suppliscono i toponimi arabi, che sono un’enormità, al Sud e nell’Italia tirrenica, fino alle Alpi. Moltissimi anche i cognomi, oltre i tanti Pagano che nascondono il vero nome: D’Alema, Caracciolo, Gaito, Galba e Galbani, Debbio, Morabito, Modafferi, Almirante, Macaluso, Ainis, Badalamenti, Cabibbo, Musumeci, Cangemi-Gangemi, Buscemi, Caffaro, Cuffaro, Cacopardo, Sodano, Sciortino, Vadalà, Bagalà, Zappalà, Fragalà, Giammusso, Guarasci, etc.
Molti i termini di uso comune. Tra cui alcuni dialettali, segno che la presenza araba non è stata momentanea. Il più noto è il “camallo” a Genova. O lo “scialla scialla” in uso per plaudire, festeggiare. E il “mosciame”. Anche il piemontese ha alcune forme arabe ricorrenti: “marghé” per pastore, “cussa” per zucca, “coma” per mucchio, “burnia” per vaso.
Ma più comune è probabilmente il linguaggio. L’economia estrema del linguaggio, nell’uso privato. Nei molteplici  significati dell’esclamativo, dell’interrogativo, dell’interrogativo negativo. Determinati dal contesto. O dal gesto, anch’esso gravido, anche solo uno sguardo, o la stessa pausa. Una brachilogia che si accompagna a una retorica incontenibile nell’uso pubblico. L’umorismo “cattivo”. Molte parole si ritroverebbero pressoché identiche nei dialetti italiani e in arabo. Il francese di Yasmina Khadra, lo scrittore franco-algerino, contiene spesso termini, per es. “sciarriarsi” per litigare, che si ritrovano nel dialetto calabro-siculo ma non nel Petit Robert francese – però, è vero che in questo caso lo scrittore può aver mediato il movimento inverso, di artigiani e manovali calabresi e siciliani emigrati in Algeria (all’inizio della guerra algerina di liberazione, nel 1955, c’erano più italiani in Algeria che nella ex colonia italiana di Libia).

Napoli
“Antagonisti” a tutto campo a Napoli, contro i professori, i giornalisti, e gli onorevoli. Ora anche contro Camusso, la segretaria della Cgil. Ma non spontanei né selvaggi: all’ombra del sindaco De Magistris. Che li cavalca con lo slogan “Napoli città del’amore e dell’accoglienza”.
Tutto questo “fa molto napoletano” ma lo è anche: Napoli è la sua maschera.


Ha sempre avuto eccellenze. Ora la squadra di calcio. Che gioca rapida, da Napoli, ma ordinata e pulita. E da collettivo, senza primedonne né ingaggi stratosferici. Di un club che ha saputo domare il tifo violento, cosa che non riesce a Roma, Torino e Milano. Ma le eccellenze non fanno sistema.

Trova il modo di essere sempre sgradevole, per essere più smart  di tutti, voglia di strafare. Specie nel giudiziario, dove se ne trovano rappresentanti in ogni pizzo. Ora anche in morte di Riina, subito un giudice partenopeo insorge – campano, è vero, però la scuola è partenopea - per imporci le saghe dei “Riina è stato ucciso”  e “Da chi”. Minniti? Mattarella? “Lo Stato”? Senza limiti.

Era colonia inglese alla fine delle guerre napoleoniche. Stendhal nel 1817 vi trova “due o tremila Inglesi”. Inglesi anche le donne belle. Il “Gentleman’s Magazine” londinese ne aveva dato notizia in precedenza: “L’emigrazione dei nostri compatrioti in Italia è così massiccia che a Napoli risiedono ora 400 famiglie inglesi”.
Ci saranno anche molte memorie inglesi, specie di ladies, incantate.

Via Toledo, ch dopo Porta Pia sarà chiamata via Roma, era stata fino ad allora “una delle più ampie, più lunghe e più belle vie d’Europa (De Brosses), “senza pari sia a Londra che a Parigi” (Pilati), “la via più gaia e più popolosa del’Universo” (Stendhal).

Herder poteva dire a Napoli, nei “Ricordi di viaggio in Italia 1786-87”: “Roma è un covo di briganti in confronto a questo paese: ora capisco perfettamente perché lì non mi sono mai trovato bene”. A Napoli dedicherà uno dei due libri dei suoi “Ricordi” – che Napoli non pubblica.

È curioso come Napoli non riesca a scrollarsi di dosso le insolenze di cui è stata oberata dopo l’unità. A ragionare cioè su se stessa, su ciò che fino ad allora aveva creato e poi più non seppe o poté.  Se non in qualche polemica sterile, senza farne cioè occasione di rilancio. Aveva esaurito la sua funzione? Aveva una funzione solo come capitale? Ma anche questo non sarebbe stato un appiglio per ricominciare?

Fa quindicimila chilometri in bicicletta, da Hong Kong, vuole raggiungere Calais con mezzo giro del mondo, e dove gli rubano la bicicletta? A Castel Volturno, nel giro di un paio di minuti. Lo inseguivano da Hong Kong? Il luogo è così pieno di ladri che se ne trova sempre uno a portata di mano?

Ha il monopolio della giustizia, nelle procure e nei tribunali, e nelle istituzioni, Cassazione, Csm, Consulta. Perfino nella giustizia sportiva – la giustizia è molteplice in Italia, ce n’è una anche sportiva.  Con effetti umorali e di parte, alla Consulta e nel calcio visibilmente: le decisioni cambiano da un momento all’altro, da un caso all’altro, da un governo all’altro.
Opportunismo? No, ci mancherebbe. Però, bsognerebbe mettere dei contingenti etnici in alcune professioni sensibili: i giudici, per es., che siano napoletani solo a un tot per cento, non tutti.

Il torinese Agnelli innocente accorre a Roma a difendersi nelle indagini del prefetto napoletano Pecoraro. Il quale non lo ascolta e lo condanna, in termini ingiuriosi. Il napoletano De Laurentiis non solo non accorre, ma quando Pecoraro manda uno a interrogarlo a domicilio non si fa trovare, delega un paio di impiegati. E il prefetto napoletano tace.
Napoli potrebbe in effetti guarire “Napoli”, con la frusta, come usava un tempo. C’è più democrazia (legalità) nei ruoli, che nel free for all, nel todos caballeros. Alcuni lo sono, altri no.

leuzzi@antiit.eu 

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