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domenica 27 ottobre 2019

Asserviti dalla pace

Siamo vittime, si direbbe in altra temperie logica conoscitiva, di monopoli. Di padroni,  della tecnologia,  cui i servizi pubblici di riecrca la regalano, della finanza, dei modi di vita, che agiscono per noi. Ogni barlume di energia spegnendo nella beata soddisfazione. Nella “fitness” dell’anima, in attesa che si perfezioni quella del corpo.
In soli tre decenni, ponendo come termine post quem la caduta del sovietismo, si è passati dal sogno realizzato della libertà al dominio più incontrollato, quindi più assoluto. In cinquant’anni,  partendo dal Sessantotto, che era un’utopia, dall’anarchismo creativo all’assolutismo. L’utopia negativa – antiutopia, distopia – che Orwell immaginava nel 1984 si è realizzata poco dopo, più forte ancora del suo “1984”, e senza costrizioni: è la realizzazione in corpore del paradigma della servitù volontaria. Siamo controllati  e contenti, wired, branchés, collegati, in ogni movimento, in ogni gesto, si può dire, e anche nei desideri. Negli averi, negli atti, e fin nei pensieri, se poco poco li esplicitiamo. E quest’epoca di totale dominio si celebra: non cupa ma brillante, non dominatrice ma liberatrice, e pronuba di eccelse novità. Forse addirittura l’intelligenza artificiale, che ci libererebbe da noi stessi.
È palese quanto tutto ciò sia perverso. E anche stupido, se asservisce l’uomo nella storia e nel mondo, nell’universo. Tuttavia si vuole, e riesce a proporsi credibile e bello, essere preso per tale. Prodromo sicuramente di catastrofi, ma ha degli anticorpi: ha maturato almeno la furbizia che le catastrofi non aiutano, nessuno. Né una catastrofe è augurabile  per variare il corso degli eventi.
La pace perpetua s’invocherà quale suprema asservitrice. Volontaria e anche entusiasta. Alla stupidità, ma non c’è alternativa. Alla inettitudine, dei  molti, dei più, della totalità.
Si sarebbe detto un paradosso, ma non ci sono più paradossi: il pensiero si vuole lineare, piatto.

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