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mercoledì 18 dicembre 2019

L’inferno del kamikaze

“Una macchina ci aspettava alle porte di Gand”. Forse in un’epoca remota, quando le città erano cintate e avevano porte. Ma lo stesso la sensazione è claustrofobica, benché l’azione si sposti tra Bruxelles, Parigi, Mons, Anversa, Gand e altrove.
La vita normale di un terrorista. Uno che nelle stragi a Parigi dentro e fuori lo stadio la notte di Francia-Germania non si fece saltare in aria nella metropolitana. Perché il pulsante d’innesco non funzionò - o forse perché l’innesco vero era confidato a un meccanismo da azionare a distanza, col cellulare.
Khalil è un giovane kamikaze islamico. Un ragazzo belga di genitori marocchini che ha deciso di uccidersi per uccidere persone, il più possibile. Nelle metropolitane,  allo stadio, davanti alle scuole, all’orario di uscita. Non nemici di guerra, gente qualunque. Siccome racconta la sua formazione e la sua vita quotidiana in attesa del “sacrificio” non deve essersi immolato. Ma racconta bene una vita non vita, di accorgimenti, paure, isolamento: il suo paradiso promesso è un inferno. Giustificandosi con l’essere stato uno senza padre – il terrorista è uno senza padre: nel suo caso, un padre che lo rifiuta, perché inetto, perdigiorno. Poi, quando il terrorismo colpisce  negli affetti, tutto cambia, il paradiso può attendere.
Un gran racconto. Il kamikaze mancato innesca molti sviluppi, personali e di fondo, del fondamentalismo islamico, che Yasmina Khadra sa fa rivivere, alla maniera di Truman Capote, “A sangue freddo”: il terrorismo visto dall’altra parte, cosa passa nella mente di uno che si immola per uccidere quanti più miscredenti è possibile. Intrecciato alle amicizie fra adolescenti indelebili, fino alla correità – è un romanzo dell’amicizia forse più che del terrorismo. A rapporti familiari ancora del tipo esclusivo, nell’accettazione e nel rifiuto. A un’integrazione che un po’ viene rifiutata e un po’ si rifiuta.
Khadra, scrittore binazionale, algerino e francese, insegue onesto fantasmi arabi, non si sottrae, in Iraq (“Le sirene di Baghdad”), in Palestina (“L’attentato”), in Afghanistan (“Le rondini di Kabul”), con cognizione di causa e con verve. Del terrorismo islamico ha avuto esperienza diretta in Algeria, dove gli imam per la prima volta hanno esercitato, contro altri algerini, il loro potere di suggestione.  Da ufficiale superiore dell’esercito in azioni anti-guerriglia islamica. In una delle quali si confrontò anche con un amico di gioventù, e di collegio militare, poi giornalista e capo del Gie, il braccio armato del fondamentalismo islamico, come racconta nel selfie “L’écrivain”. Da qui il senso forte dell’amicizia, la sola luce in queste cupe pagine.
Accanto all’amicizia forte, il terrorismo resta un’ombra, una forma di debolezza. Se non che si resta con l’impressione che se Khalil avesse avuto una vita personale e familiare a Bruxelles diversa da quella faticosa che ha vissuto i predicatori barbuti di violenza non avrebbero avuto facile l’approccio. Ma non ci sono solo le famiglie marocchine immigrate a Bruxelles a faticare in un negozio alimentare, hanno faticato anche molte famiglie italiane, e ci faticano probabilmente molte famiglie belghe. È la violenza islamica di origine sociale? Non si direbbe, all’origine ci sono ricchi e ricchissimi islamici. E gli altri aspetti del trionfalismo kamikaze? Il sacrificio di sé – una forma di vergogna (kamikaze giapponesi in guerra)? L’ostensione (D’Annunzio, Mishima)? L’imitazione (debolezza)? È perfino una forma di assicurazione sulla vita (i kamikaze donna, tutte madri).
Yazmina Khadra, Khalil, Sellerio, pp. 252 € 16

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