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martedì 15 dicembre 2020

Il giallo dell’Europa era risolto nel ‘33

“Da nord a sud, dal Baltico al Mar Nero e al Mediterraneo, tutti se ne vanno in giro innocentemente con le mani piene di fiammiferi”. È l’Europa nell’anno 1933. Simenon grand reporter ne fa un ritratto presciente, oltre che ben raccontato, specie nella prima parte. La Germania dell’inflazione, spensierata, folle, che vota Hitler, sembra l’Italia di oggi, l’Europa: “Alcuni si innervosiscono. Altri si annoiano. La vita è stupida”, tra “le «ammucchiate»,  il nudismo, la speculazione, il freudismo, i ragazzini e le ragazzine, lo squilibrio e l’irrequietezza, la fitness, l’eroina, la cocaina”, e “libri di teosofia, esoterismo, erotismo” . Il § 3, “L’Europa all’incontrario”, è un’anticipazione di cosa è accaduto dopo il 1989, in Jugoslavia, Cecoslovacchia, paesi Baltici, sta avvenendo in Ucraina, e potrebbe avvenire in Polonia, nei territori ex tedeschi e ex russi.
Con tranches de vie spassose, della vita nei grandi alberghi. E con più di una nota storica. L’incendio del Reichstag Simenon l’ha scritto quattro giorni prima che avvenisse. Perché sapeva ìl perché, l’aveva appreso al Kaiserhof di Berlino, l’albergo dove risiedeva e dove Hitler aveva una suite – “Io l’ho visto, il Messia, dieci giorni prima delle elezioni, che tornava nella sua suite al Kaiserhof”, si sono incontrati in ascensore, “con Emil Jannings, che abitava un pisno più su”.  Poiché “la moglie del Kaiser è andata a trovarlo e ha anche organizzato un tè nell’albergo,” i giornali stranieri danno Hitler derisivamente a caccia di famiglie reali, gli Hohenzollern, i Wittelsbach di Baviera, nota Simenon sprezzante – lo stato dei media, anche quello sembra di oggi. “Ma al Kaiserhof, a Berlino, nessuno appariva turbato, o inquieto, o sorpreso”, spiega: “Una sera c’è stato gran consiglio ed è stato deciso che serviva una scusa per mettere a tacere i comunisti prima delle elezioni. Hitler proponeva di organizzare un falso attentato contro di lui per galvanizzare i suoi sostenitori. Goebbels, più calmo, lo ha dissuaso dicendo che un falso attentato avrebbe potuto dare a qualcuno l’idea di commetterne uno vero. Allora hanno ripiegato sul Reichstag. Mancava una settimana alle elezioni, era sabato. Ho telefonato la notizia a Parigi, al giornale della sera. Non hanno avuto il coraggio di pubblicarla. Il mercoledì sera il Reichstag bruciava e nessun tedesco dava il minimo segno di stupore!”. 
L’ultima
  parte riproduce prima di ogni altro viaggiatore esperto, Céline, Gide, la claustrofobia della Russia sovietica, che tutto spia, da Odessa a Batum – e tutto rinvia, il cibo, le scarpe, una casa, a cinque anni, dieci anni, al prossimo piano quinquennale, ai prossimi due. La precede un’intervista con Trockij nel primo esilio a Prinkipo, l’isola nel Bosforo, che è un capolavoro, di letteratura simenoniana e di finezza politica dell’esule. Valga per tutti la “lettura” di Mussolini – Trockij conversa a lungo con Simenon (sta negoziando il passaggio in Francia, dove si trasferirà qualche mese dopo, a Barbizon), ma l’intervista la consegna per iscritto, su quattro domande inviate in anticipo, per evitare equivoci: “Mussolini, a suo tempo, quando lottava per raggiungere il potere, ha usato, sia pure stravolgendola, la dottrina sociale di un tedesco, o meglio di un ebreo tedesco, Marx, che uno o due anni prima aveva definito «maestro immortale di tutti noi»”.
Un reportage pure senza pretese: “Non sono né un economista né un politico. Ho semplicemente cercato di fotografare alcuni aspetti dell’Europa di oggi che probabilmente prepara l’Europa di domani”. Ma resistente. Con molti quadri d’autore, contro gli stereotipi sui “popoli”, nella sezione che intitola “Cartoline illustrate”. La maratona a Parigi, “corsa campestre”. L’Europa dell’Est in fuga, in fuga da se stessa. “A Vilnius convivono sette o otto razze”, in lite, nella povertà più assoluta. La Polonia è una sorta di marcita invasiva, che si è presa parte della Lituania e dell’Ucraina ma non sa chi è. Il Belgio è già diviso: i fiamminghi attorno al Boerenbond, la lega dei contadini, gestita in ogni paese dal parroco, che insegna l’uso dei concimi, delle sementi, delle macchine, delle tecniche di vendita; la Vallonia attorno alla Casa del popolo, di un lusso sterminato, ristorante e pasticceria stellati, delle cooperative operaie combattive – disprezzano il sindacato francese perché fa accodi coi padroni.
Adelphi valorizza giustamente la raccolta – p.es. rispetto all’edizione francese. Corredandola delle fotografie che accompagnarono la prima pubblicazione del reportage. Ma purtroppo senza riferimenti, se non una stranissima nota di Matteo Codignola che non spiega niente. Né delle foto, senza didascalie, e senza autore - chi è  Tigy? la prima moglie di Simenon? era fotografa? perché  non dirlo? Né dei testi. Se non che furono organizzati e pubblicati (in un numero unico, in più numeri?) dalla rivista “Voilà”, che l’editore Gaston Gallimard aveva inventato due anni prima – prima quindi di “Life”, spiega Codignola - per un fotogiornalismo di grande qualità: di réportage “firmati da grandi penne” e “immagini di altissima qualità, con una grafica e un montaggio assai audaci” (la copertina qui riprodotta richiama la grafica fascista, assertiva, tutta bastoni). Lo scrittore-inviato, spiega Codignola, lavorava in tandem con un grande fotografo. Nel caso di Simenon, invece, anche le foto sarebbero state sue – si desume, non è detto. Anche in fatto di immagini questo Simenon riscoperto – e il lettore - avrebbe meritato di più: un po’ più di luce (le foto sono quasi indistinte), e una didascalia.
Georges Simenon, Europa 33, Adelphi, pp. 377, ill. € 18

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