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lunedì 3 aprile 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (520)

Giuseppe Leuzzi


Sudismi\sadismi
Il giornale “la Repubblica” dice che il governo è in difficoltà con la Ue sulla realizzazione del cosiddetto Pnrr. E illustra la cronaca politica con una grande vignetta, firmata Ellekappa, che ne fa una questione meridionale, cioè di corruzione: sotto il titolo “codice d’onore” un imbonitore assicura: “miliardi e miliardi di appalti senza gara, senza una minchia di controlli...”, davanti a molte braccia protese, “Pnrr cosa nostra è”, “Amici siamo…”, “Povero picciriddu, ti aiutiamo noi a spenderli…”. Poi dice che il razzismo non c’è – a sinistra, che “la Repubblica” presidia, non solo nella Lega.
 
Lo stesso giornale sullo stesso tema dà spazio al sindaco di Milano Sala, “che chiede che i fondi (del Pnrr, n.d.r.) si diano «a chi sa investirli», come la sua Milano appunto”. Con l’aggiunta: “A volte sembro un provocatore – ammette Sala – ma non lo sono”. È uno che passa per alfiere di sinistra, progettava di farsi segretario del Pd, venendo dai ranghi di Letizia Moratti, che lo fece manager. Ma questo è solo per confermare che il razzismo non ha colore.
 
Devoluzione legale al Sud – diversamente colpevole
In attesa della devoluzione (“autonomia differenziata”) di Calderoli per il Sud, c’è già, da un decennio, un diritto penale speciale per lo stesso Sud: colpevole fino a prova contraria. Non un diritto, una giurisprudenza - ma è la stessa cosa: né il Parlamento né l’opinione pubblica osano mettersi di traverso.
Solitamente il diritto agisce in senso opposto: si è innocenti fino a prova contraria – il delitto va provato. A Sud da provare è l’innocenza.
La prima garanzia d’innocenza a cadere, spiega Barbano ne “L’Inganno”, è stato l’indizio della illiceità della ricchezza, del patrimonio accumulato da una persona, quando si decise, trent’anni fa, che non è più necessario che sia “notevole”: chiunque può essere perseguito per arricchimento illecito. La seconda è stata, da quindici anni, la confisca del patrimonio di una persona senza più una sua condanna, e nemmeno un rapporto di polizia che ne adombri la pericolosità sociale: si può confiscare tutto come si vuole, a giudizio dei prefetti – le polizie si limitano a portare le pezze d’appoggio, anche falsificandole. Il terzo è la “confisca di prevenzione retroattiva”, anche dopo la morte dell’indiziato, anche “a distanza di decenni”. “La terza (in realtà la quarta, n.d.r.) garanzia abolita è quella che circoscrive il perimetro della mafiosità…. Se i tribunali ordinari hanno esteso la colpevolezza dalla partecipazione organica alla mafia al concorso esterno, inventandosi di sana pianta un reato che il legislatore non ha mai scritto, i tribunali di prevenzione hanno esteso la pericolosità del concorso esterno a una contiguità generica sondata con gli strumenti della sociologia. Così nel giro di pochi decenni sono arrivati a confiscare beni agli incensurati, agli assolti perché il fatto non sussiste, alle vittime della mafia sottoposte al ricatto del pizzo, ai terzi in buona fede, fino agli eredi ignari” – “l’assoluzione non esclude la confisca”. C’è di peggio della mafia?
 
Il giudice meridionale ha molte sorelle
Una (simpatica) macchietta Tina Pizzardo, l’ex musa di Pavese, fa nelle memorie, “Senza pensarci due volte”, pp. 219-221, del giudice mandato a Torino da Roma, dall’Ovra secondo le badanti carcerarie, la polizia segreta di Mussolini, a giudicare il Gruppo di Giustizia e Libertà arrestato il 15 maggio 1935. Tina ha passato “più di un mese in carcere” quando la chiamano “dal Giudice istruttore”. Che nel vederla ha “un moto di meraviglia, di delusione”. Di cui si farà questa ragione quando saprà, alla liberazione, che ognuno degli altri tre arrestati, perché in collegamento con lei, aveva detto “che frequentava casa mia perché innamorato di me”. Da qui la delusione del giudice, non essendo Tina la “donna fatale” che si aspettava - anche perché vestita come al momento dell’arresto, da maestra che va a insegnare dalle suore, “in classica camicetta banca e severissimo tailleur grigio-ferro”, da orfanella diremmo noi, risultato “una vivace e schiva zitella un po’ mascolinizzata”. Inoltre, dopo tanto carcere, con i capelli cresciuti e arruffati, tenuti a bada in treccine legate con lo spago. Ma, sorpresa, presto “il moto di meraviglia è seguito da un’espressione di sollievo”. E perché? “Il giudice, che è meridionale, diffida delle torinesi seducenti, non di quelle occhialute con treccine”. E perché?
Tina s’inventa che, “avendo ormai trentadue anni”, è sembrata al giudice in seconda battuta una in cerca di marito. Convincendosi che quei tre li “tiene a bada per fare una scelta ponderata”. E questo lo ha commosso, il “giudice meridionale”: “Il Giudice deve avere una caterva di sorelle da accasare, perché consente con simpatia”. A tutto quello che Tina gli impapocchia. Le crede. Anzi, la consiglia: “Pavese è da scartare, un presuntuoso”, “Maffi deve essere un gran bravo figliolo, però ha troppa voglia di ridere e giocare, e non ha una posizione”. Il terzo, Henek, polacco, che Tina sposerà, è “l’unico serio, che da affidamento: un gentiluomo”.
L’istruttoria comunque le è andata effettivamente bene, Tina, che è l’unica perseguibile, i fogli antifascisti essendo stati trovati in casa sua, è prosciolta.
Il giudice non è vero - non dell’Ovra – ma fa un bel personaggio. Credibile malgrado tutto – malgrado le formule di rito (“Lei non sembra meridionale”).
 
Craxi e Berlusconi nascosti nell’agrumeto
Craxi e Berlusconi battevano la Piana di Gioia Tauro, soli, a piedi, tra gli agrumeti, nel 1978, per cercare voti e soldi della ‘ndrangheta. È un episodio della malagiustizia che Alessandro Barbano evoca in “L’inganno”, e vale la pena circostanziare.
Intanto, gli agrumeti c’erano, questo è vero, nel 1978. La notizia dei due pellegrini è invece del Sostituto Procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, comunicata a ottobre al processo in Appello per l’assassinio nel 1994 di due Carabinieri, Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Craxi e Berlusconi non c’entrano con gli assassinii, ha argomentato il Procuratore, ma sì per avere “insanguinato questa nazione tra il ’91 e il ‘94”.
Di Craxi e Berlusconi parla, nei documenti del giudice Lombardo, nel 2009, per sentito dire, un pentito poi morto, Gerardo D’Urzo. La stessa notizia è ripresa in un verbale del 10 marzo 2021 da un altro pentito, Girolamo Bruzzese, che 43 anni prima, quando aveva quindici anni, li aveva visti nell’agrumeto di un Peppe Piccolo, dove il padre latitante si nascondeva, con un Piromalli, capomafia di Gioia Tauro. Bruzzese ne sa di più, aggiunge infatti: “Alloggiavano, penso in incognito, all’hotel 501 di Vibo Valentia” – il “501”, da poco aperto, era diventato subito famoso per avere “rubato” Miss Italia, il concorso, a Salsomaggiore, roba di vamp. 
Per trovare “chi e perché ha insanguinato questa nazione tra il ’91 e il ‘94”, il Procuratore Lombardo ha chiesto una verifica, continua Barbano, il 3 marzo 2022, alla Direzione investigativa antimafia. Ricevendone sei mesi dopo un’informativa di 170 pagine, “in cui”, sempre secondo Barbano, “attorno alle vicende della ‘ndrangheta reggina è riscritta la storia d’Italia e del mondo dal dopoguerra a oggi”. Un capitolo s’intitola: “La politica estera filostatunitense e il suo declino: dal riformismo craxiano alla crisi di Sigonella”. Opera di un commissario capo dell’Antimafia, Michelangelo Di Stefano. Dove si afferma tra l’altro che “alcune lobbies di potere interno con frange deviate dei nostri servizi d’informazione avrebbero condizionato la rielezione del presidente uscente Carter, favorendo l’elezione di Ronald Reagan nelle presidenziali americane del gennaio 1981”. Le elezioni in realtà furono il 4 novembre 1980, ma non importa. È la teoria dello “Stato parallelo”, conclude Barbano, dello Stato-mafia.
Però, Craxi, alto uno e novantadue, e Berlusconi coi sopratacchi nell’agrumeto fanno una bella scenetta. Appiedati, a braccetto?, sperduti nella campagna - molta gente sa genericamente dov’è la Calabria, pochi dov’è Gioia Tauro, che comunque non ha agrumeti (gli agrumeti sono – erano – a Rosarno, altra ‘ndrangheta, niente Piromalli, e da tempo sono scomparsi per fare posto al porto, alle servitù del porto, e a un deserto di molti kmq., detto zona industriale). Con le scarpe inzaccherate, è da presumere, perché gli agrumeti vengono in zona umida. Ma se era primavera col profumo della zagara. Craxi, segretario da un anno o due del partito Socialista, non lo controllava, non ancora. Berlusconi, immobiliarista di riconosciuta abilità, aveva una tv cittadina, Telemilano, per abbonati via cavo entro la città, come la legge imponeva, che usava a scopo promozionale, per vendere Milano 2 che intanto costruiva. 
Non è il solo racconto meraviglioso di Barbano – di cui il sito si è giustamente occupato con approfondita recensione.
(continua)

leuzzi@antiit.eu

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